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DALLE
ANDE AGLI APPENNINI
la recensione di Jean Fajean ad Anime
Altrove
Non
è ancora uscito e ha già suscitato un vespaio di polemiche,
tanto fra gli annoverati quanto fra coloro che hanno molto
brigato per esserne esclusi. Anche se al momento di andare in
macchina il manufatto si trova per l'appunto in macchina, e più
precisamente tra le econome rotative della tipo-litografia
Colombi di Genova, siamo lo stesso in grado di offrire ai nostri
lettori la primissima recensione del nuovo libro di Lucia
Baldini e Michela Fregona sul Tango Argentino che vige dalle
nostre parti. |
Felicità
e solitudine, se non ce le vedono, non ce le abbiamo
Macedonio Fernandez
Abbiamo
aspettato cent’anni e finalmente eccolo qui: il Tango, è tornato a
casa.
Dalle Ande agli Appennini questa volta, e senza valigia di cartone,
anzi, viaggiando in business class, come conviene e si addice a un
indaffarato signore.
Nelle
nostre belle città italiane, promosse a succursali transplatine del
lejano Buenos Aires, ci si abbraccia con l’entusiasmo e la
perizia dei porteños; in difetto di stamberghe, ci si adatta a ballare
in palazzi sul Canal Grande e in conventi cinquecenteschi; ci sono
compadritos che girano in bicicletta, rotariani con il lengue,
incensurati che applicano il canyengue e il suo tipico movimento a
biella e contribuenti apilados (pallettizzati) nel Tango
Milonguero™.
Probabilmente, in questo medesimo istante, molti nostri concittadini si
staranno stringendo in coppia per camminare insieme lungo una vita
concentrata in tre minuti.
Il Tango è davvero dappertutto.
Lucia Baldini non si è fatta certo cogliere di sorpresa da
questo ritorno in pompa: se già cinque anni fa era stata la prima
fotografa italiana a dedicare un intero libro al Tango o, per
meglio dire, al suo particolarissimo Tango Interiore, con Anime
altrove ribalta il tiro e volge l'obbiettivo all'esterno di sè. In
un gioco di rimandi con i delicati ritratti in punta di penna di Michela
Fregona, Lucia questa volta fotografa gli atti di pubblica intimità dei
nostri artisti dell’abbraccio, proprio lì dove si manifestano: siano
essi sullo squamoso selciato del mercato del pesce a Rialto o in una
catacomba.
Aveva un bel da predicare il nostro Jorge Luis Borges: "Senza i
cieli e i tramonti di Buenos Aires...", come se la relazione tra
ambiente e opere, specialmente le opere artistiche, non fosse da
millenni l'enigma primario che governa tanto l'uso del cinabro in
pittura quanto gli ampliamenti non condonati al Payador Perseguido.
Questo libro viceversa ci assicura che la porteña
Musa d'Asfalto visita gli eletti a domicilio, consegna dovunque
(isole comprese?) il suo pacchetto di stilemi, attecchisce perfino in
frazioni agresti e sotto i campanili meno ortogonali, e si giova di
rappresentanti di elementare prestigio.
Non vogliamo però lasciare che l'Istituto Barlume prenda il sopravvento
e che Sociologia e Psico-geografia - le Muse Supponenti - ci sequestrino
il soggetto. I milongueros italiani, malgrado professino ostinatamente
l'anti-virtuosismo, hanno pretese di distinzione e meritano qualche
riguardo, a principiare dall'emendamento fantasmatico accreditato loro
fin dal titolo: per ballare il Tango, qui o altrove, un'anima ci vuole.
Che sia poi quella lunga che si perde nelle remote piste di Buenos Aires
o quella esigua e umidiccia che Giotto appena azzardò sotto i piedi dei
personaggi agli Scrovegni, qui davvero le autrici non ci possono fare
nulla.
Partite in quarta con l'intenzione di redigere qualcosa di più di un
semplice portolano di milonghe, Lucia e Michela viaggiano in batiscafo,
con scafandro e dispositivi ottici adeguati. Optano cioè per un
equipaggiamento da palombaro dei sentimenti, a scapito degli esili ferri
da entomologo classificatore. Pretenderemmo forse, come disse Cocteau a
Proust che lamentava il disinteresse di Madame Sevignè verso la sua
Recherche, che gli insetti poi leggano Fabre?
L'approccio iniziale con la scuola di ballo, la milonga o il tanguero di
turno esclude subito l'ingenua protezione dell'anonimato reciproco, che
al contrario tutela l'eupepsia dei recensori di trattorie e di
delikatessen. Messe le carte sul tavolo, entrambe le autrici rovistano
poi nel soggetto con mezzi specifici, alla ricerca di una passione, di
una tribolazione. o almeno un crepacuore. Stranamente le immagini
ci restituiscono invece un'inaspettata e generalizzata felicità. E'
questa il risultato delle inquadrature personali e sempre femminili di
Lucia, del suo morbido bianco e nero o è piuttosto la stolida
soddisfazione degli happy few? Numerosi sono gli scatti davvero notevoli
per forza evocativa e incisività anche se non sempre essi ci rivelano
(e come potrebbero?) se le scintille di poesia, scaturite nei personaggi
a forza di scapaccioni, siano vere o posticce. Così come i giapponesi
hanno perfezionato il galateo al punto tale da rendere indistinguibili
le cattive maniere dalle buone, Lucia migliora i fotografati fino alla
fotogenia. Vogliano i lettori credermi sulla parola. Tra i
tanti ammirevoli ritratti, segnaliamo quello di Cedric Postlewhite de I
soliti sospetti, di passaggio a San Frediano.
Dal canto suo, Michela incede con la grazia della flâneuse di categoria
tra le nostre bellezze classiche - pensiamo all'Alberto Savinio di Dico
a te, Clio e Ascolto il tuo cuore, città - piuttosto che con
i cinici paludamenti dei grandi viaggiatori-scrittori, veneti come lei,
quali Goffredo Parise e Guido Piovene (a quest'ultimo e al suo reportage
dall'Argentina del 1965 appena ripubblicato, il nostro Direttore saprà
dare una pepata rispostina nel prossimo numero di TQR).
Laddove la foto cattura l'attimo, uno sguardo o il dettaglio di
un'espressione, lo scritto ne mette in luce i presupposti e a volte ne
prevede le conseguenze. Michela certo non tira per la lingua i suoi
interlocutori; eppure ci persuade che la poesia del Tango nasce dai
gesti quotidiani, che le città sono luoghi metafisici i cui confini
sono i nostri stessi sogni e che la verità, come dicono i Vangeli,
arriva spesso a cavallo di un somaro. Ciò non scioglie le nostre
riserve su taluni degli intervistati. Con lo stesso lavoraccio che
questi si sono presi per creare le loro autobiografie, avrebbero potuto
dirci qualcosa delle loro vite. Ammettiamo che molti di questi
protagonisti ci sono del tutto sconosciuti e chiediamo scusa, ma se
ignorassimo di loro qualcosa di più, non esiteremmo a dichiararlo
pubblicamente.
In ultimo, rileviamo che tra i tangueros italiani scarseggia l'elemento
bohèmien mentre abbondano gli esponenti del ceto affluente:
professionisti, consulenti finanziari, commercianti di pellame, avvocati
e dirigenti in genere.. Questo insolito organigramma invece non ci
coglie di sorpresa: se da un lato il Tango a nord di Buenos Aires si
riproduce secondo la mentalità, per non dire l'ideologia, tipica dei
suoi atipici operatori - come abbiamo spesso deplorato nelle nostre
columns sul T-business - dall'altro è pur vero che il Tango è un
desiderio di essere altro da sè, una sospensione del corpo sociale in
favore del corpo soggettivo, lacrime e sangue, un sogno esotico, un
sentimento universale. L’Argentina sarà anche lontana, ma il Tango è
proprio tutto qui, in questi due corpi uniti che non vogliono rimanere
soli, che si difendono dai venti di guerra, dalla miseria e dal dolore,
dall’impotenza a cambiare il proprio destino. Anime altrove ci
aiuta a comprendere che il Tango in realtà non si era mai mosso di qui.
Ora, non ci resta che aspettarne con trepidazione la versione cisplatina.
P.S.
Ringraziamo Goffredo Fofi che nella sua prefazione per una volta non ha
voluto fare il primo della classe e ha trattenuto la sua competenza ai
limiti esterni della pista. Ci mancava solo che ci spiegasse anche come
fare gli ochos...
© Jean Fajean, novembre 2001
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