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IL FIGLIO DEL SANTO
di Juan Villoro

Nell'eclatante mondo dello showbiz yucateco c'è un personaggio di indiscutibile spessore artistico. Ogni suo match viene seguito con trepidazione da orde di sanguinari aficionados e da altrettanti critici di danza. Nel 1989 Juan Villoro recensì per il supplemento sportivo di Proa la storica performance del Santo contro Spartano I.

Mardia, la moglie di Rafael Parres, arrivò alla Posada Toledo e chiese di Juan Orol. Il nome non figurava nel registro e lei dovette descrivere il cliente. Venne fuori che Juan Orol ero io. Il motivo della visita era adatto a tale confusione: andavamo a vedere gli spettacolari rilievi australiani, in un incontro a tre cadute senza limiti di tempo.
- Davvero non ti chiami Juan Orol? – le sembrava inconcepibile che non fossi l’omonimo del re dei bassifondi.
Sulla strada verso il palasport mi ricordai del film Gangster contro Charros. Non c’è dubbio che Juan Orol visse per obbedire ad una sua musa personalissima. Tuttavia ad un certo momento dovette subire la minaccia dell’eterno coltello di ossidiana “non hai abbastanza messicanità”. Come essere nazionalista senza tradire la sua musa tatuata? Orol non ebbe mai problemi a esprimersi a raffiche di mitragliatore e decise di introdurre una mafia di charros in una guerra con i suoi classici gangster. Non si prese però il fastidio di inventare scene in cui apparissero dei cavalli. I charros, come i gangster, dovevano avere il loro ufficio! L’esperimento nazionalista di Orol si tradusse in una divertente stravaganza: come dimenticare i charros che “lavorano” dietro le loro matite appuntite?
Il palasport San Juan avrebbe meritato un cronista degno della confusione di Mardia. Orol non avrebbe potuto far sfilare i suoi occhiali scuri davanti a quella folla senza concepire qualche geniale atrocità.
Rafael aveva chiesto dei biglietti di prima fila.
-         E’ con la signorina? –
-         Sì.
-         Allora è meglio che gliene dia di seconda, le potrebbe cadere un lottatore addosso.
Il palasport San Juan è una gradinata all’aria aperta. Forse deve il suo nome al fatto che i suoi muri ricordano la prigione di San Juan de Ulùa. Ci sedemmo in seconda fila, sotto un’incipiente pioggerellina. Il posto era zeppo di persone venute a vedere il Figlio del Santo. Nell’angolo un lottatore sfoggiava una chioma da Byron ossigenato accanto a una bionda truccata da Orozco. Quasi tutti i bambini portavano le maschere dei loro lottatori preferiti; di tanto in tanto delle piccole effigi di Blue Demon, il Santo e Uragano Ramirez si alzavano sulle tribune. Erano numerose anche le donne infervorate:
-         Trio di froci! Exotico: fottiti tu e tua madre! Quello ha l’AIDS.
L’annunciatore, appostato in una piccola cella in cima alle gradinate, presentò i campioni yucatechi che avrebbero partecipato al combattimento preliminare. Vennero fuori tre tipi bruni che sembravano realmente dei vincenti, ma del Campionato della Lasagna: cadevano sul tappeto con la contundenza del loro sovrappeso. Anche se sentimentalmente erano i favoriti, ben presto fu chiaro che il loro maggiore merito era quello di stramazzare. Furono annientati dal Fratello di Rosa Selvaggia, dal Pipiripao (che si mise a ballare al ritmo di cumbia dopo aver eseguito una chiave) e dallo scabroso Exotico, il quale sfidò a salire sul ring un bassetto in guayabera che per tutto il combattimento gli aveva gridato “frocio fottuto”.
Il successo dei duri sui campioni locali stimolò il massimo della capacità d’insulto del pubblico. La pioggerellina aumentò nel momento in cui il presentatore annunciava il figlio della leggenda… il ragazzo d’oro… il rampollo del più grande lottatore di tutti i tempi. Il pubblico si trasformò immediatamente:
-         San-to, San-to, San-to.
Il Figlio del Santo salì sul tappeto bagnato e stese la mano agli avversari. Il Professore, Spartano I e il Turbine di Tabasco si rifiutarono di salutare l’educato gladiatore.
-         Avete l’AIDS! – ruggì la folla, e questa volta i duri non rimasero zitti.
-         Fottuti indios.
Quasi tutto il pubblico era di origine maya.
Come si addice all’epica, gli alleati del Figlio del Santo si rivelarono un disastro: dovette superare da solo le svariate trappole dei tre avversari.
Quasi alla fine del combattimento Spartano I commise un errore da principiante: tentò di strappargli la maschera.
-         Niente fa inferocire il Figlio del Santo come quando cercano di strappargli la maschera – disse il presentatore con il tono con cui gli imbonitori dicono “venite a vederlo, venite a conoscerlo: l’animale più strano del mondo”.
L’idolo dimenticò la lotta corretta e applicò una serie di prese volanti, forbici, chiavi, rotture e concluse con un doppio scontro suicida che annientò il Professore all’interno del ring e lanciò Spartano I fuori dalle dodici corde, e mancava ancora il più bello: la furia di Spartano I. L’arbitro, che fino a quel momento aveva fatto finta di non vedere le scorrettezze dei duri, dichiarò concluso il combattimento. Spartano I si alzò dall’obeso spettatore su cui era caduto, prese una sedia pieghevole e fu sul punto di decapitare il figlio della leggenda. Allora l’idolo fece un segno comparabile solo a un movimento del kabuki o al pase di un torero, entrò nel grande teatro dei gesti: …il Figlio del Santo indicò la propria maschera!
- Mette in palio la propria maschera contro la capigliatura, signori! – il presentatore spiegò quello che tutti avevano capito.
Ci furono due movimenti opposti, il pubblico si alzò in piedi e Spartano I si inginocchiò. Il farabutto chiedeva clemenza mentre il Turbine di Tabasco usciva in barella, autenticamente ferito a causa di una caduta sul bordo del ring.
-         San-to, San-to! – il pubblico era una sola bestia che fiutava sangue.
Gli sguardi cercavano già il barbiere che avrebbe tosato la capigliatura maledetta (il Figlio del Santo non poteva perdere una sfida che riguardasse la sua maschera d’argento). Ma la vigliaccheria di Spartano I non ebbe limite. Dopo aver baciato la croce e avere promesso che non sarebbe stato più scorretto, si scagliò con la sedia contro la folla che lo attorniava. Il ring era il posto di minor interesse nel palasport San Juan, lo spettacolo era il pubblico: i tifosi inzuppati che non smettevano un attimo di insultare Spartano I, che batteva in ritirata sotto una grandine di bicchieri di carta.
Il Figlio del Santo tornò sul quadrato, magnifico sotto la pioggia; si mise il mantello, alzò le braccia affinchè l’iconografia fosse completa e ricevette un’ovazione di religiosa intensità.
Il Figlio del Santo e i suoi rabbiosi antipodi offrirono uno spettacolo così notevole che arrivammo alla festa in casa di Victor Rendòn parlando del doppio scontro suicida. Allora Victor impresse una nuova piega alla leggenda. La fotografa Lourdes Grobet aveva fatto un portfolio sulla lotta libera e gli aveva raccontato come era il Santo senza la maschera.
-         Il tipico messicano – disse Victor.
-         Aveva i baffi? – chiesi.
La risposta affermativa di Victor Rendòn scatenò una polemica sulle icone nazionali. Rodolfo Fonseca sosteneva la tesi, apparentemente dimostrabile, che il Santo non poteva avere i baffi:
-         La maschera gli avrebbe dato fastidio.
- Ma non può esistere un eroe messicano senza baffi, da Emiliano Zapata fino a Vicente Fernandez – replicò qualcuno, il che servì solo ad attizzare l’infinita capacità retorica di Rodolfo.
Alle tre del mattino ci convinse della tragedia del Santo: non solo aveva vissuto occultando la sua identità, ma anche i baffi degli eroi legittimi; radendosi attenuava la sua supremazia sul quadrato – l’idolo dalla maschera aderentissima – e consumava un’apostasia.
Usare la barba è un modo di restare nascosto pur essendo presente. Rodolfo era capacissimo di stabilire un nuovo legame con le maschere. Andai via dalla festa prima che Miguel Angel Martinez e io fossimo sottoposti a un’ermeneutica delle barbe.

© Juan Villoro, 1989
traduzione di Augusto Guarino – Biblioteca del Vascello, Roma


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