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BOMBEROS
di Jean
Fajean
Anacronismo
e arcaismo sono anch’essi generi letterari, lo so, ma il loro
maneggio deliberato è cosa assai diversa dalla loro
perpetrazione infelice
Jorge
Luis Borges |
Date
le circostanze attenuanti, confido che i nostri scelti abbonati sapranno
comprendermi e perfino prosciogliermi in istruttoria. E' infatti
risaputo che di fronte alla magniloquenza di Tj Locatelli altro
non resta che capitolare e prendere un'ennesima volta in considerazione
il tema su cui egli suole dissertare ad alta voce, prescindendo da
interlocutori, lungo le concentriche cuadras che isolano la sua milonga
dalla denigrata Calle Vieytes. Il veterano dei jockey di tango,
l’invulnerabile musicalizador de La Quinta del Ñato e degli
unici rave parties veramente groove della stagione, m’incalza con i
dardi della sua retorica, acuti come la punta del materasso che fodera
quelle pareti, e mi impone un pronunciamento conclusivo - o quanto meno
un terso elzeviro! - sugli enigmi che lo tormentano.
Se un cataclisma o un diluvio eseguito con più cura ci privasse della
memoria storica, continueremmo ad ammirare la Gioconda dipinta da
Leonardo o piuttosto ci prostreremmo davanti a quella che ci sorride dal
coperchio del dulce de batata? Ci delizierebbe ancora il suono forbito
dell’Orchestra di Calò o ci precipiteremmo ad applaudire il modesto
Arranque? Sarebbe l’A fuego lento di Salgàn o quello di
Beremboim ad essere considerato un capolavoro? E via di questo passo,
mantenendo ovviamente le stesse proporzioni.
La questione è meno oziosa di quel che appare e il Negromante dei
Milongueros, il Gran Demiurgo della Farandula, il visionario artefice
della tanda di Webern, è a buon diritto preoccupato. Nella stessa
misura in cui i sottoprodotti che l'industria musicale eroga e i media
promuovono vengono contaminando ogni discoteca, l'inestimabile
repertorio del Tango assomiglia sempre più a un deposito saccheggiato
da ladri inesperti e pasticcioni. Se infatti fino a qualche anno fa
ogni gruppo musicale si faceva vanto di scrivere arrangiamenti propri e
per nulla al mondo si sarebbe macchiato dell’onta di suonare quelli
degli altri, ora succede l’esatto contrario: le nuove formazioni
rinunziano ad ogni cimento dell'originalità e commercializzano sin asco
il loro simil-D’Arienzo, quasi-Pugliese, fake-Calò, imitaciòn-Filiberto,
con un compiacimento da esquimesi che finalmente siano riusciti a
fabbricare da sé un plausibile frigorifero.
Naturalmente le ragioni dell’economia, il fine di lucro, la
realpolitik mercantile sono fattori primari del fenomeno, ma mi rifiuto
di credere che la riedizione degli anacronistici Tubatango ci venga
comminata solo per dar qualcosa da ballare ai sostenitori dell'autistico
e sgangherato boogie-canyengue.
Il
Tango, caro Locatelli, è diventato un carnevale di poveretti.
Una torma di anziani musicisti ex-innovativi in entusiastica ritirata
nell’estetica del tango da cortile e altrettanti giovani tra le cui
afflizioni non rientra nemmeno la verosimiglianza, hanno fondato il loro
repertorio sui desideri dell’utente medio del baile, e quotidianamente
somministrano al suo oìdo gordo nient'altro che junk-tango, un avariato
e incessante, se Lei m'interpreta, mainstream di pacchi.
Da Mederos, giù giù fino a Los Cosos de al Lao.
Le poche eccezioni sono costituite dalle navi scuola, cioè da quelle
orchestre a scopo didattico (Escuela de Tango di Buenos Aires, la Otra
del Conservatorio di Rotterdam, la Mosalini del Conservatorio di
Paris-Gennevilliers) che ripristinano artificialmente le condizioni di
un ambiente tanguero che in natura non esiste più, e da alcuni
musicisti il cui preziosissimo lavoro resta per fortuna al di sopra di
ogni analisi impulsiva, incluso questa.
Assistiamo in buona sostanza a un paradosso patetico: la massima voga
del Tango in epoca moderna coincide con la sua non riproducibilità
tecnica. Non credo che a mancare siano le capacità; penso piuttosto
all'auto-estinzione del fuoco soggettivo, del soul, dell'impeto alla
ribellione. Se
una volta almeno si nasceva incendiari per morire pompieri, oggi si
viene al mondo direttamente con un manicotto in mano. Gli exploits
piro-balistici, come la sensualità dei ballerini for export, non ti
devono ingannare, Locatelli: sono fiamme posticce, funzioni del
marketing, al pari delle performances dei tuoi bombastici colleghi dell'hip-hop
che tolgono il sonno ai potenti della terra dal palcoscenico del
Festivalbar.
©
Jean
Fajean, 2001
Tj
Locatelli, MC Ningùn Bobby, Gran Master Felix & Others
I am a teejay, i am what i play - The Sound of Buenos Aires, 2001
COPERTINA
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