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MILONGA NACIONAL
di Juan Luis Borges

Continuano le vicissitudini del ballerino più colto di Buenos Aires.
Il concorso di Tango-esibiciòn, lanciato dai due Direttori-Gentlemen Tetè e Pepito, provoca lo scompiglio nel demi-monde letterario e milonguero accorso numeroso all'inaugurazione della Milonga Nacional.

E’ noto che le prodezze di cui a volte siamo capaci non sono mai confortate dalla presenza di testimoni oculari: il sottoscritto, sospinto dal propellente Eastman, planava in un festoso scompiglio di coperchi e bidoni nichelati giusto nel momento in cui il Who’s Who del Tango terminava di assieparsi al gran completo sull’opposto marciapiedi.
La performance era scientifica: intendevo comprovare la vigenza tra gli uomini di un assioma appartenente al quadrettato grand-guignol scacchistico, secondo il quale al sacrificio dell’inoffensivo pedone o di un più quotato cavallo corrisponde immancabilmente un rafforzamento strategico. Infatti, dalla mia conquistata posizione di cartoccio urbano, potevo ora comodamente osservare i movimenti del Pantheon Milonguero sotto l’eloquente insegna della Nacional (ricordo che si trattava di un costoso multiplo di Carnaza, in tempera non ancora polimerizzata su faesite).
Lo spauracchio della biglietteria rallentava notevolmente la processione: anche allora come oggi, le svanziche, solo al nominarle, provocavano secrezione di colla dalle dita dei milongueros. I Paralitici di Pompeya già propendevano per l’immediato ritorno al di là del Riachuelo, mentre i rurali Hernandez e Guiraldes, arrivati in trattore, entrarono con l’abnegazione di chi investe le risorse tenute per anni nascoste nel pollaio. Accompagnata dal conciso Polpetta Terbalca dell’Università di Buenos Aires e dalla sua Polaroid, entrò anche Carmencita Calderòn, determinando la subitanea adesione di altre indispensabili novantenni, aspiranti destinatarie, queste ultime, di tutte le interruzioni di luce colmate di pizzicotti. A loro volta destarono sensazione le sorelle Ocampo, instancabili regine della milonga franelera. Con uno strascico da scopatrici stradali, solcarono gli spalti contrapposti degli Ultraisti e dei Modernisti, annettendoseli in barba alle insanabili divergenze interne sul Tango Orillero.
Quella sera davvero nessuno ci teneva ad essere notato tra gli assenti; uno dopo l’altro entrarono Blas Matamoro, Miguel Etchebarne, Piola Casares e Victoria Ocampo, Virulazo ed Elvira, Kerosene, Tin, Marquez, Pedro Orgambide, Feo y Peor, Lampazo, Petaca, Carlos Gadda con il Solaria Tango Revue, Macedonio Fernandez, Inodoro Pereira, Finito, Lola Mora, El lento Machione, la Cumplidora de Flores e il Geometra Galeone. Del tutto inattese arrivarono perfino le irraggiungibili ballerine allieve della Storni, capitanate da Josefina Crosa e da Maruja Pacheco Huergo: evidentemente il Tango induceva le ragazze alle più rischiose disubbidienze. Più tardi, con lo sporgente aplomb dei Keystone Cops, comparvero in taxi gli Accademici del Lunfardo, per una volta snidati dal Caffè Tortoni e diretti a una milonga, Dia sa con quali mire. Permane il mistero di come siano riusciti a spiegarsi con il conducente con i termini che sono soliti usare, talmente rari e autentici da essere solo a loro noti, certo a seguito di puntualissime indagini filologiche.
Dal canto mio, con gli occhi allungati dal desiderio come quelli dell’aragosta, spiavo le mosse della superstite Sivina Ocampo.
L’ammaliante visione di quella sacerdotessa di Tersicore, parzialmente attenuata dalla redditizia rievocazione dello zuppone tucumano, mi spingeva a seguire ciò che il tormentoso istinto andava deliberando: azione. Avrei affrontato un canile di molossi pronti a sbranarmi per una tanda di milonga con lei. I miei colleghi, soprattutto quelli che si sono appoggiati al muro in debito di ossigeno, comprenderanno: vederla, ti toglieva il sonno.
Strisciai dunque come un lumacone fino ad una porticina laterale, tutelata da un’elementare serratura Yale che non poteva certo resistere all’Asso del grimaldello, all’ispiratore di "Grisbi al Torquato Tasso" e al suo cospicuo mazzo di chiavi false. Di lì a poco, infatti, saettavo come un raggio di luce attraverso una finestra smerigliata dimenticata aperta dal maldestro personale. Atterrai com’era logico in un pregevole e marmoreo bagno. La Direzione aveva fatto le cose in grande: c’erano tutti i componenti sanitari, anche se l’imprecisa clientela della Nacional ne aveva fatto un uso improprio, a giudicare da quello che galleggiava nel lavandino. Dalla fessura sotto la porta filtravano le appiattite armonie dell’Orquesta Tipica di Walter Piston impegnata nel tango-milonga Weltanschaung porteña.
Era arrivato il momento di entrare in scena.
L’evasiva gioventù di oggi non può intendere l’emozione che il milonguero patentato provava nel mettere piede in un’autentica milonga d’antàn. In quei primi, vertiginosi istanti si concentravano: identificazione acustica dell’orchestra; accurata investigazione demoscopica dell’ambiente e successiva radiografia del settore abbigliamento e accessori; percezione della ragnatela degli sguardi (minacciosi quelli dei rivali, possibilisti quelli delle partner); inalazione dei profumi e degli after-shave in voga, la cui altruistica aspersione contrastava e in parte modificava l’emissione degli acidi della serie aromatica; ispezione e carotaggio dei migliori posti disponibili; illusoria opzione dei medesimi; perorazione, discussione e rissa finale con il capo cameriere.
E’ pur vero che un habituè della milonga, il classico parroquiano, domina i suoi sentimenti e dissimula il suo comportamento esteriore. Senza cercare tanto lontano, il sottoscritto per esempio internamente ribolliva come un vulcano mentre fuori si muoveva con l’autorevolezza di un bradipo con i reumatismi. A Mataderos godevo di un’indiscutibile cattiva stampa ed era lecito paventare le circostanziate sanzioni delle autorità, le quali, si sa, non sono inclini per temperamento al duplice lassismo della comprensione e del perdono.
Mi aggiravo perciò nel locale con imperativa cautela e per non attirare l’attenzione mi fingevo noioso come un ascensore senza specchio. In quel momento la pista della Nacional era più affollata del night-club di un sottomarino: i ballerini si stringevano in un unico, inestricabile cubo umano. Tutti, meno il Pibe Cortazar seduto in compagnia di un suo amico avvocato e di una milonguera che una volta lavorava dal Greco Kasidis, stavano ballando il Tango seriale El Dodecafonico.
L’orchestra di Walter Piston era una meraviglia ad orologeria, finalmente a punto; con il simmetrico Barletta al primo bandoneòn, la formazione spingeva più dei collaboratori di Ironside. L’esecuzione della Suite Hindemithiana segnalò il termine della tanda di Tango. E allo sciogliersi degli abbracci, il mio cuore esultò: la mia presagita compagna aveva fino ad allora ballato con il Loco Arlt, come dire con Scaramacai. In attesa di promettenti sviluppi, sgusciai in prossimità del loro tavolo, mentre in tutto il locale si stavano spegnendo le luci. Mi attestai su uno sgabello del bancone e, approfittando dell’oscurità, assunsi un cocktail rimasto temporaneamente sguarnito. Dal sapore, doveva certo trattarsi di uno Scarabeo.
L’occhio di bue che intanto si era acceso nel centro della pista buia, aveva sorpreso Pepito e Tetè nel corso di un match teso alla conquista dell’unico megafono disponibile. I due Direttori Gentlemen della Nacional risolsero a modo loro il confronto con un duplice, reiterato annuncio dal testo coincidente: al gentile pubblico presente si comminava uno straordinario fuori programma, ovvero il Duo de Copes in una coreografia ispirata, o forse provocata, dall’infernale estate porteña. Non mi attarderò ad elogiare in questa sede specializzata "la non migliorabile gemma patrocinata da San Vito che terminò tra i rombanti applausi di riconoscenza", come scrissero in seguito gli inflessibili critici del Clarìn, nelle centuplicate recensioni che tutti noi ancora ricordiamo.
Pochi istanti dopo, un nuovo, doppio annuncio dichiarò aperto il concorso di Tango Exibiciòn, categoria professionisti. Primi concorrenti: Braccobaldo Archibau e Minnie in Milonga Poca. Il super metodo esclusivo di Braccobaldo e le ascelle cromate di Minnie lasciarono apatica la giuria. Voto: 0. Seguirono due ballerini dati tra i favoriti: Piola Casares e Victoria Ocampo in un’antologia di Tango Fantastico sulle note di Calamaros fritos. Il ritmino veloce e il sandwich di Morel risultarono graditi al palato grosso dei giurati e il voto proporzionato agli interpreti: 2. Venne poi il turno del veterano Carriego, il quale presentò fuori concorso un Tango-Romanza di sua composizione Barrio Norte – i never was there, con il lodevole proposito di raccogliere i fondi necessari a visitare finalmente quei luoghi che con tanta precisione ci aveva descritto. I proventi della performance furono invece investiti dall’autore in una bella birretta rinfrescante.
Durante la competizione non avevo perso di vista un solo momento la mia partner. E anche lei ad onore del vero, non mi aveva mai staccato gli occhi di dosso: era chiaro che la presenza nel locale del leggendario Borges di Avellaneda non era passata inosservata e la mia fama stava serpeggiando tra i tavoli come una nuova epidemia di badecco.
Attaccai sfruttando la corrente favorevole.
(continua)

© Juan Luis Borges
Milonga Boulevard - Edizioni FuoriThema, 1995  

 

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