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IGUANE
E DINOSAURI
l’America Latina come utopia del ritardo
di Juan Villoro
©
Efectos
Personales
Ediciones Era - México 2000 |
All’età
di quattro anni mi trovai di fronte a una svolta decisiva della mia
vita. Nel Collegio Germanico di Città del Messico mi sottoposero ad un
esame di cui non ricordo nulla, ma il cui esito mi permise di entrare
nel gruppo A, cioè in quello dei tedeschi. Nei nove anni del ciclo,
ripetei solamente una materia: Spagnolo. A matematica davano da
risolvere problemi di questo tipo: "La nonna di Udo ha in cantina
cinque cesti di mele che ha raccolto nell’orto con le quali pensa di
preparare alcuni apfelstrudel. Se per ogni pasticcino si richiedono una
mela e mezzo e in ogni cesto ce ne sono quindici, quanti apfelstrudel
potrà realizzare la nonna di Udo?" Oltre ai calcoli aritmetici,
c’erano degli altri enigmi: in Messico le case non hanno cantina, le
nonne non coltivano le mele e non preparano apfelstrudel. La scuola
riuscì a convincermi che la conoscenza aveva la forma delle difficoltà
insuperabili. Siccome la mia prima lingua parlata e scritta era il
Tedesco, sapere qualcosa era saperlo in straniero. Questa educazione
stravagante ottenne un duplice risultato: non c’è niente che mi
piaccia di più dello Spagnolo e odio ogni idea riduttrice
sull’identità nazionale.
L’origine delle mie sofferenze scolari si doveva a una disposizione
del Collegio, a sua volta ispirata dal nostro Ministero della Pubblica
Istruzione: evitare il razzismo e la segregazione nelle classi.
Debuttai nelle aule del sapere nel 1960, quando ancora la seconda guerra
mondiale alimentava i principali film d’azione. Durante il conflitto,
il Collegio Germanico, che aveva aderito al nazionalsocialismo, era
rimasto chiuso, e si parlava di una mitica cantina in cui erano
custoditi gli archivi del Terzo Reich. Come tante scuole bilingui, anche
nella nostra ci fu sempre un gruppo di forestieri. Dopo la guerra, la
paura del pangermanesimo e l’intenzione di salvare le apparenze
determinarono che in ogni classe tedesca ci fossero due o tre messicani
capaci di garantire la mescolanza di culture. Per nove anni, le mie
brutte pagelle furono tollerate dagli insegnanti perchè, a conti fatti,
io rappresentavo la tribolata razza vernacola che ignorava non solo
l’arte di trasformare i sentimenti in apfelstrudel, ma anche le
declinazioni del dativo e le frasi con il verbo alla fine. Certi giorni,
i maestri mi consultavano come se fossi un oracolo delle tradizioni
popolari: tua nonna si strofina le cosce con la mariguana? E’ vero che
ridete alle veglie funebri? Hai uno zio che tira fuori la pistola alle
feste e spara in aria per allegria? Perché le domestiche se ne vanno
senza avvisare, i poliziotti chiedono l’elemosina e gli idraulici si
presentano il giorno giusto, ma non il mese in cui sono stati chiamati
in una casa allagata? La vita tumultuosa, incomprensibile e messicana
che circondava il Collegio giungeva sotto forma di queste domande ai
delegati folklorici di ciascuna classe. Con il tempo, gli argomenti
aumentarono in complessità: all’età di undici anni mi sentì in
dovere non solo di spiegare, ma anche di difendere i sacrifici umani
degli aztechi. Dato che io rappresentavo l’alterità, niente poteva
beneficiarmi di più delle stranezze. Più piccanti facevo i
peperoncini, tanto più verosimili suonavamo le mie relazioni. Gli
insegnanti amavano gli aspetti truculenti del loro paese di adozione. La
loro esigenza di esotismo mi indusse a descrivere una patria esagerata,
dove i miei cugini facevano colazione con tequila e polvere da sparo, le
mie zie si conficcavano spine di agave nel corpo per punire i cattivi
pensieri e sanguinavano in giro per la casa, come se stessero posando
per Frida Kahlo, mio nonno era stato fucilato durante la rivoluzione e
aveva lasciato in eredità il suo occhio di vetro con il quale io
giocavo a palline.
"Ach so", esclamava il professore quando veniva a sapere che
non avevo fatto i compiti perché avevo passato il giorno dei morti a
mangiare un enorme scheletro di zucchero con il mio nome sopra. Lo
strampalato funzionava sempre.
Gli anni scolastici mi avevano trasformato in un autore del realismo
magico. Nonostante ciò, quando davvero cominciai a scrivere racconti
non mi ritenei obbligato ad essere tipicamente messicano. Ancora una
volta, fu lo sguardo europeo a ricordarmi l’esistenza del patriottismo
letterario.
Gli incontri internazionali di scrittori sono di solito una commedia
degli equivoci culturali. Ebbi l’occasione di partecipare a un
convegno in Germania e di conoscere uno degli innumerevoli Helmut che
credono che l’America Latina sia un’opportunità per essere
piacevolmente irresponsabili. La prima cosa che sapemmo di lui fu che si
era liberato dalla condanna europea alla puntualità. Ci fece aspettare
un’ora all’aeroporto, fino al punto di svenire per il jet-lag. Nei
quattro giorni successivi, Helmut ci invitò a bere in continuazione
della tequila giapponese da una bottiglia a forma di piramide e ci
obbligò a cantare Cielito Lindo alla fine di ogni riunione. Non occorre
dire che ci coprimmo di ridicolo. Arrivammo in ritardo ovunque si
andasse, però Helmut ci presentò sempre con una sfacciataggine che
rasentava la sfida, come se l’Europa ci fosse debitrice
dell’invenzione del cioccolato. Il nostro anfitrione era arcistufo
delle offese subite dall’America Latina, quella foresta assolata dove
si può sopportare il mal di testa solamente grazie alle aspirine che
vengono dalla Germania. Quando gli dicemmo che avevamo avuto la vaga
impressione di essere stati troppo informali, ci guardò in studiata
posa guevarista e ci ricordò che non dovevamo render conto al
razionalismo colonialista. Il pubblico da noi si aspettava magia. Seppur
con le migliori intenzioni del mondo, Helmut aveva fatto del nostro
soggiorno un inferno in cui avevamo dovuto comportarci come gli
smisurati personaggi da me inventati ai tempi del Collegio Germanico.
L’esotismo esiste per soddisfare lo sguardo dell’altro. Uno dei
risultati più gravi e più sottili dell’eurocentrismo è che,
cercando "l’autentico", privilegia il pittoresco. Non ci
troviamo di fronte ai personaggi di Kipling o Conrad dove i bianchi o
gli occidentali sono comunque superiori agli aborigeni, ma a qualcosa di
più complesso. Sugli altari del rispetto e della diversità, certi
discorsi postcoloniali europei celebrano un curioso fondamentalismo del
folklore. I romanzi, i film, le registrazioni e le installazioni del
terzo mondo si riducono ad essere meri veicoli di identità nazionale.
In questa prospettiva, le narrazioni dell’alterità sono significative
in quanto documenti: un argentino imprigionato in un ascensore o un
boliviano depresso in un Kentucky Fried Chicken si guadagnano il diritto
ad avere una storia solamente se, in maniera diretta o simbolica,
vengono messi in relazione con il ricco arsenale del genere
"latinoamericano", vale a dire, con i pregiudizi
dell’impianto europeo.
La "retorica della colpa", come la chiama Edward Said, ha
provocato nell’eurocentrismo un’ulteriore virata in cui il rispetto
per l’altro passa attraverso nuove e più complesse distorsioni.
Venerdì non si sottomette a Robinson, ma gli vende chaquira e gli
insegna a meditare come uno sciamano. L’aborigeno non è un essere
inferiore, è solo diverso. E’ però diverso in forma univoca, come
custode e garante dell’alterità. Non ci si aspetta che Venerdì
sappia le tabelline meglio di Robinson, ma che lo addottrini con
conoscenze trascendenti, sconosciute, seducentemente prelogiche. Il mito
di Venerdì subisce così un capovolgimento di fronte antropologico: la
sua superiorità si fonda sulla stranezza.
Attratti dal singolare, tanti spiriti benpensanti disdegnano il cammino
illustrato da Alexander Von Humboldt e si negano a visitare con la
ragione un territorio che preferiscono incomprensibile. In nome della
diversità, l’America Latina è considerata un vivaio di colore
locale. Invece, in Latinamerica ci importa poco che un pittore svedese
rifletta o meno la sua condizione di scandinavo in ogni pennellata. Fin
dal principio, siamo stati abituati ad un’arte che viaggia e si
mescola; la geografia della nostra immaginazione prevede per lo meno due
rive: la cultura originaria e le molte cose che ci sono arrivate da
lontano.
Ho lavorato per tre anni a Berlino Est come addetto culturale
all’Ambasciata del mio paese e una volta ricevetti l’incarico di
organizzare una mostra con le serigrafie di Sebastiàn, il quale ha
fatto propria l’eredità di Josef Albers e della scuola Bauhaus. Il
direttore della galleria guardò con enorme scetticismo quei quadri
costruttivisti: "mi piacciono, ma cosa c’è di messicano?",
mi domandò. In un lampo di disperazione gli dissi che i triangoli
alludevano all’arco delle porte nelle piramidi maya; i rettangoli,
alle greche azteche, e i colori, ai punti cardinali della cosmogonia
preispanica. Il curatore cambiò opinione: Sebastiàn era un genio.
Tuttavia, l’eurocentrismo non è il solo responsabile del folklore
proveniente dall’America Latina. Di fronte alla richiesta di un’arte
con un autentico pedigree latino, alcuni artisti si sforzano di essere
autoctoni di proposito. Gabriel Garcia Marquez e Alejo Carpentier non
hanno elaborato nessuna strategia per compiacere la critica straniera;
le loro opere sono il risultato naturale delle loro convinzioni
letterarie. Cien años de soledad e Los pasos perdidos rappresentano
momenti culminanti della Lingua e potenti reinvenzioni della realtà.
Niente sarebbe più meschino di discuterne i meriti. Però è
altrettanto innegabile che all’ombra di questi alberi favolosi sono
spuntate le "piume tutti-frutti" – per usare l’espressione
di Cabrera Infante – che vogliono solo copiare una formula di
successo, e illuminare con le cifre un paesaggio americano sempre più
fuori orbita. La situazione si presta ad una farsa delle autenticità
incrociate. Nel mio romanzo Materia dispuesta una compagnia teatrale
messicana viene invitata a una tournèe europea. Prima di partire, il
promoter fa loro una raccomandazione: per avere successo oltreoceano,
dovete essere più messicani. Gli attori cadono in una vertigine
d’identità: come possono mascherarsi da loro stessi? Il direttore
ingaggia alcuni percussionisti caraibici, che non hanno nulla di
messicano, ma che in Europa sarebbero sembrati selvaggiamente oriundi, e
gli attori si sottopongono a sedute di lampada abbronzante per diventare
dei degni rappresentanti della "razza di bronzo". In questo
travestitismo culturale, gli attori del romanzo entrano a far parte di
una nuova tribù dalla pelle infrarossa, appositamente pigmentata per
non deludere il pubblico straniero. Ci troviamo al cospetto della più
assurda autenticità artificiale.
Ogni pubblico ha diritto alle proprie passioni e nulla sarebbe tanto
arbitrario quanto proporre una tirannia del buon gusto. In un mondo che
ha inventato forme di soddisfazione che vanno dai canti gregoriani alle
mutande commestibili, non è poi così scabroso che i lettori europei
richiedano all’America Latina generali che vivano 168 anni, giaguari
dagli occhi di giada o ninfe che levitino tra le mangrovie. Ben più
grave sarebbe che l’insieme visionario dell’America Latina si
sottomettesse a questi pregiudizi: il realismo magico come spiegazione
di un mondo che non conosce altra logica.
L’impero
del tempo
Il
contatto con l’America Latina non costituisce una minaccia diretta per
la cittadella europea. I pericoli migratori vengono semmai da un’altra
parte: i russi scontenti e infreddoliti che arrivano sciando da Mosca a
Berlino, gli arabi sempre in cerca di rifugio e di lavoro, i cinesi
abbienti che desiderano visitare Parigi e prenotano mezzo milione di
stanze d’albergo. L’America Latina rimane più lontano e raggiunge
l’Europa racchiusa nelle coloratissime confezioni del suo caffè e dei
suoi dischi di salsa. Questa lontananza fa in modo che sia il campo
culturale a soddisfare le curiose esigenze dell’immaginario europeo
attraverso l’utopìa del ritardo. In un mondo globalizzato non c’è
niente di più eccitante di una riserva dove si riproducano i costumi
remoti. Se i nordamericani viaggiano in alberghi che permettono loro di
sentire che Chichèn Itzà è come Houston, ma con le piramidi, gli
europei sono piuttosto dei sibariti dell’autenticità. Curiosamente,
questa fame di originalità può condurre ad una sorta di edonismo
archeologico, in cui la miseria e l’ingiustizia diventano forme del
pittoresco. La normale selva con le iguane è vista come
l’affascinante habitat dei dinosauri, un Jurassic Park che consente di
fare un’escursione nel passato.
Tanto nelle guide di viaggio che raccomandano di non bere l’acqua che
esce dai nostri rubinetti, come nelle superproduzioni di Hollywood in
cui "el mexicano" è qualcuno con dei baffoni esemplari che
ride molto quando ammazza il suo miglior amico, il Messico assomiglia a
un parco d’attrazioni fuori dal tempo, un bollente melting pot già
dimenticato dalle nazioni che conoscono le etnie e le razze solo
attraverso l’advertising di Benetton.
Uno degli affari in questo momento più sicuri sarebbe la costruzione di
una Disneyland dell’arretratezza latina dove i visitatori potessero
vedere dal vivo dittatori, guerriglieri, narcotrafficanti, militanti
dell’unico partito che abbia conservato il potere per settantuno anni,
donne che hanno un infarto mentre fanno l’amore e risuscitano al
profumo del sandalo, toreri che ingoiano vetro, bambini che dormono
sugli scaffali, veggenti che vanno in trance per scoprire i conti
svizzeri del presidente.
Siamo di fronte ad un colonialismo nuovo di zecca, che non dipende dal
dominio dello spazio ma da quello del tempo. Nel parco delle attrazioni
latinoamericane, il passato non è una componente storica, ma una
determinazione del presente. Ancorati, fissati alla loro identità, i
nostri paesi si dibattono in anticaglie in un continente che riserva a sè
stesso l’uso della modernità e del futuro.
Conviene insistere nel concetto che l’esistenza di una cultura che si
fonda sulle conturbanti fragranze della guayaba non si deve
all’egoismo europeo, ma ad una peculiare distorsione degli
"altri" e alla necessità di inserire una controllata barbarie
nel suo immaginario. Ne El salvaje en el espejo. Roger
Bartra studia la funzione che nell’Europa medievale assolveva il mito
del selvaggio, l’omuncolo coperto di peli e dominato da bassi istinti
che animava i racconti cavallereschi, il repertorio dei trovatori, gli
arazzi con le principesse minacciate, e che, per contrasto, ribadiva
automaticamente la superiorità dell’uomo civilizzato. Secondo Bartra,
la scoperta dell’America ebbe un effetto dissolvente in questa
tradizione. Davanti a "selvaggi veri", non si aveva più
bisogno di una figura da leggenda che appendesse le donzelle agli
alberi. L’europeo poteva misurarsi con gli Inca e con gli Aztechi. Con
tutte le differenze del caso, è su questa linea che si comincia a
scrivere la sopravvalutazione culturale del ritardo latinoamericano.
Per nove anni me la sono cavata nel Collegio Germanico facendo in modo
che le volgari iguane sembrassero dinosauri da fiera. La mia infanzia è
stata un paese esotico a partita doppia. Mi preoccupavo sia dell’apfelstrudel
che mangiavo solamente nella mia fantasia, sia del folklore che dovevo
garantire in classe. Non è stata certo un’educazione modello, però
mi ha insegnato che la unica vera patria è quella che assumiamo senza
posare per lo sguardo altrui.
©
Juan Villoro
traduzione di Marco Castellani
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