TQR 16: 14 dicembre 2009


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Poeti e pugili

 


 

Di pugili e poeti

di Marco Castellani

Di Vinicio Capossela parliamo spesso e volentieri, non solo perché è nostro amico, e la sua amicizia è già di per sé un giudizio e un vanto, ma perché Vinicio, quando vuole o quando si ricorda, è anche un grande tanguero. Tanto per cominciare è un magnifico traduttore e interprete in proprio dei tanghi di Roberto Goyeneche; poi è glossatore e continuatore di “Nocturno a mi barrio” di Anibal Troilo; poi del tango conosce tutti i sentimenti, le strade, il caprifoglio dei balconi, il cielo a rovescio, l’assenza, e persino il muraglione in fondo al quartiere, ovviamente laggiù, nel più richiesto dei punti cardinali, il sud. Il tutto senza mai essere stato a Buenos Aires e senza conoscere una parola dello spagnolo indipendentista che vi si parla. Da qualche settimana è uscito un suo libro scritto a quattro guantoni insieme a Vincenzo Costantino Chinasky. “In clandestinità” ne è il titolo, Feltrinelli l’editore. E’ la storia di una grande amicizia - la loro - e ci sono pure delle foto per quelli che vogliono sempre avere delle prove. Il nostro Marco Castellani ha scritto questa recensione dopo averlo letto per davvero: lo giuriamo anche noi sugli immortali figli del Presidente del Consiglio.

 


Il pugile, specie se voluminoso, tecnicamente la mano non te la stringe. Si dice che tema implicazioni e per questo, negli incontri con i civili, atteggi a restie le sue mani indelebili. E’ cautela da schedato, da fuori sulla parola, o, se volete, da clandestino, quella di esprimere cordialità soprattutto astenendosene. Nulla a che vedere con la doppiezza della seppia vaticana, viscida sugli uomini ma prensile, a scanso di sorprese, sulla “robba”; né con la computisteria della stretta di stima che l’editore antepone alla firma di clausole percentuali. No, quella del pugile è semmai una finta di corpo che prepara il cartone al bersaglio grosso, sia esso fegato o cuore. Basta infatti che le sue dita affievolite trapelino nelle tue, per farti prendere comunque una bella strizza. Intanto, c’è la sproporzione delle mani. Persino un mediomassimo come Bukowsky ha dovuto imparare a sue spese quanto decisive siano, nelle risse dei vicoli e a parità di tigna, le loro dimensioni. Figuratevi un welter, un gallo, un piuma! Ma ciò che letteralmente ti strappa il fiato è sentirvi il prestigio di ferite vere, quelle che non fai rimarginare in camerino. L’irreparabile surclassa la tua piccola manutenzione, l’agucchiare, i mezzi termini. Per cui, anche se oggi sei stato risparmiato dalle sue falangi, non illuderti di lunghe incolumità, non sperare, come Hansel e Gretel, che ghiaie bianche o pezzi di pagnotta ti riconducano a casa. Qui di fronte a te c’è vita abnorme, pericolo, peripezia, spasimo, cicatrici, ecchimosi, croste; qui ci sono i guai superiori che hai sempre sognato, la tebaide dove finalmente si fa sul serio. Qui c’è qualcuno che, grazie al cielo, ti vuole seriamente ammazzare.

“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato. Vi abbiamo suonato dei lamenti e non avete pianto. Adesso ce le suoniamo tra di noi”. Muovono dalle Sacre Scritture e si ripromettono gragnole di Piani Quinquennali queste dita “pesanti come lacrime” che affiorano nelle mie. Hanno forma di libro, quindici round per capitoli e quattro guantoni per autore. Attraverso la feritoia tattile, le fluorescenze del ring mi incutono l’atteso batticuore. Una copertina color sangue secco reca i nomi di due indomiti: Capossela vs. Chinasky, e l’indirizzo del match: “In clandestinità”. Spesso li ho ammirati in azione congiunta, sincronizzati come gitani su un solo cavallo, e talvolta in combattimento, sul quadrato gentile di un poetry-slam o nella filiera corta di un reading. Ma sempre, quando si è trattato di difendere i loro incanti dai contrordini del buonsenso, li ho visti mettersi schiena a schiena e rispondere per le rime, sferrandone di erculee. Converrete che una scazzottata da saloon, il classico epilogo a smerdatutto, è fine più lieto che far la pace con lo sceriffo. Ma tornando al libro: com’era facile attendersi da due grandi amici, anche nella boxe per iscritto finiscono per scambiarsi più bacini che sganassoni. E come poteva essere altrimenti? Sono parlati dallo stesso gergo e mangiati vivi dagli stessi proverbi, attingono dallo stesso sapienziario alcolico - ma da ubriachi si dicono cose pensate prima - e rispettano gli stessi tre o quattro comandamenti che la strada t’impartisce alle elementari. Entrambi respingono al mittente la maschera beige del poeta laureato, che del resto nessuno ti offre più. Entrambi sanno che la calda vita degli artisti, la vita cazzuta di poniamo una Patty Smith, oggi non è che una voce di preventivo, come la pubblicità e le ospitate: nient’altro che ordinaria amministrazione. Da qui, l’orrore per l’ambientino letterario - gentaglia che oltretutto ti tiene alla larga - e l’attaccamento al barrio, alla ghenga che li ha eletti: gli unici dai quali vogliono essere chiamati a rispondere dei loro exploit. Non scappano, come Rimbaud, dicendo “je est un autre”, anche per non raddoppiare il traffico sul ring; ma ugualmente, da bravi romanticoni, ritengono le loro righe meno importanti della vita che le giustifica. Senonché questa vita è passata, come le isole Azzorre, “il suo danno l’ha già fatto” e non resta che la retrospettiva. In fondo, lo sperare in uno ieri peggiore è cosa connaturata.

Dunque eccoli là, nel bel mezzo degli anni Novanta, far di ogni paglia un fuoco, come dei senzadio. Tanta turbolenza ha ragione da vendere. Non è infatti la giovinezza ciò che si consuma, ma le sue soddisfazioni, il piccolo cabotaggio della vita irresponsabile, la libertà in punta di piedi del soppiatto. C’è un momento in cui non ti basta più combaciare con un film, subentrare a Dean Moriarty o rilevare le beghe di Nick Molise. Anche gli insormontabili capolavori che ti han dato la febbre, suonano ormai a fanfara domenicale. Impensabile tirare a conseguenza la loro lezione senza per prima cosa crepare. Tuttavia, nessuno dei due fighters si scansa: non è poeta chi tutto schiva. Tra le spugne infinite dei predecessori, ballano la loro segreta contraddanza su un tappeto che li reclama in giacenza, e affrontano, ciascuno a suo modo, le invisibili armate del mondo che volevasi dimostrare. Chinasky, poeta harboiled se ce n’è uno, duro e tenerissimo, le prende, per così dire, a sportellate, come nella barzelletta della Mercedes. E’ l’unica tattica che si concede, lui che considera ogni titubanza una ritirata. Le sue sono combinazioni corrosive, degli uno-due aggettivali che sverniciano. I suoi colpi migliori, però, sono le illuminazioni, i corpulenti haiku che ti detta nel drum’n’bass delle tenebre milanesi e nel formicolio delle albe scratchate da spazzini. Allora, sovrano di un esile insediamento, legifera su violette e cotechini, delibera sui bracci di mare, batte moneta propria, converte l’oro matto dei bassifondi in banconote di ottimo taglio, battezza e sbattezza a piacimento, inaugura simultaneamente sconvenienze e gourmandises. Insomma le spara grosse, il plenipotenziario, e il suo figurone lo fa sempre. Ma anche quando non strafà, e sono poche le volte, Chinasky è poeta somatico, antipsicologico, tutto percezione e immediatezza. Non c’è mai, nemmeno in prosa, una voce fuori campo, mai una filigrana. Odia le ingerenze dall’interno, l’interventismo dell’io, i patti bilaterali, i tripli giochi del palazzo umano. Salta tutta la trafila, punta dritto all’obiettivo, leggera sterzata, e bam!
Quanto a Vinicio, comincio col dire che nella mia federazione personale detiene già da tempo la maggioranza dei titoli. La differita di questo match lo inquadra nero su bianco a inizi carriera, nei feroci gironi dei dilettanti. Si rivela subito portato per i colpi sotto una cintura che è immancabilmente la sua, e molto competente nei ciclici risvegli dal knock out. Inimitabile è il suo modo di vincere e di rialzarsi. Qui trova radici il suo lustro, bravura la sua anima iniziale e tanto talento che nemmeno lui sa più dove metterlo. Così, nel dubbio, accetta tutti gli ingaggi. Tipiche del periodo le sortite a tentoni, la dimestichezza con gli in estremis, i minuti contati, la difesa sempre sguarnita. Quali torvi uccellacci gli avranno divorato le briciole segnaletiche e impedito ogni volta il rincasare? Ma sarebbe un errore ridurre ad autobiografia scandita dal gong la perfetta fusione di uomo e artista, perché tale è Vinicio. E non sono io il primo a dirlo. Fin dagli esordi è autore da “opere complete”, rimanda cioè a tutto il suo lavoro il compito di interpretarne i momenti particolari. Fate caso a “Viaggio a Kuta”. Nel fiabesco rendering di colline e cieli sporgenti, contachilometri e avveniristici apecar, bestie crude e bestie cotte, nella roteante orchestrazione di temi, creature e paesaggi - e che toponomastica di qualità: Ofanto, il Formicoso, La Cupa! - c’è già il Vinicio professionista, il visionario in proprio che dà voce alle voci che lo attraversano, che fa cantare in coro i più potenti solisti delle federazioni mondiali, che riattiva profeti, riabilita santi, ridà ispirazione a ciò che era “finito” in bellezza. Per lui tutto è bene quel che non finisce mai. Nel frattempo, si becca i colpi d’incontro della fattispecie: un ferreo conglomerato è quello della cronaca. Talvolta gli tocca esibire l’arto leso o rincarare le dosi, così come fanno i maghi di periferia che si trovino a lavorare davanti a una platea di dritti e di increduli, di quelli che si bevono soltanto panzane grosse. D’altronde questo è il rovo, è qui che da solo devi crescere se vuoi averne le rose. Ed è da qui che schiudono le prime fioriture della sua opera omnia, le prime pagine del suo smisurato libretto. La musica, come una salagione, le preserverà nel tempo e ogni volta le farà bruciare.

Adesso, se permettete, invito sul ring un campione del passato. Che riunione pugilistica sarebbe senza il saluto di una vecchia gloria? E’ un peso massimo della letteratura ottocentesca, temuto per colpo di grazia e basette. La scuola l’ha reso obbligatorio e quindi poco letto, non essendo altro, l’obbligatorietà, che una più sottile e benintenzionata forma di censura. Ma ha praticato anche la boxe, seppur non esattamente agonistica. Stando ai referti medici, ai graffi e ai lividi documentati da parenti, infermieri e confessori, il suo ultimo round è stato il più combattuto. Sembra che le sue certezze ultraterrene lo abbiano tenuto ben aggrappato a quelle di quaggiù, e che il tradizionale ravvedimento degli ultimi istanti sia stato deciso ai punti. Ciò nondimeno, quando era nel pieno della forma, aveva detto che la poesia: “è un vero veduto per sempre dalla mente, o per essere più precisi, irrevocabilmente”. Gran bella definizione. Oggetto della poesia, dunque, non è la realtà della vita, come vorrebbe l’illusione naturalistica, ma la sua verità: una verità irrevocabile, dalla quale non si torna più indietro. E deve essere stato questo vero veduto qui, in questo mondo, tra le miserabili cose umane, ad aver fatto conficcare ad Alessandro Manzoni le unghie in volto ai suoi estremi untori, a farglieli prendere a cazzotti.

Ma allora che cosa si aspettano da noi queste manone? Cosa vogliono ancora dopo averci fatto sentire la scossa? Ci sarà pure un modo di prenderli sul serio i poeti, di far durare di più il brivido, di allungare i guizzi al delfino. O non è che a noi, vivi a casaccio, è concesso solo vegliare sulle azioni dove si fermano, i gesti eroici sospesi? Sull’abisso pieno di mostri, un comodo ponte ora permette a chiunque di guardare giù. Ma per quanto si diano d’attorno i festival, le fiere e i saloni, il destino della letteratura è già segnato da un pezzo. Si lascia che il libro - ogni libro - arrivi sugli scaffali dei negozi, intoni la sua breve canzoncina e poi torni alla sua clandestinità specifica con un “prego, si accomodi” che ha il sorrisetto solfidrico del benservito. Non è davvero un granché quello che le belle lettere riescono a fare contro l’organizzazione delle carogne: appena un sonetto a sdegno, una serenata a dispetto, uno “strammurt”. Ma fallita l’arte, ci si può sempre provare con la vita, che almeno ci incorpora. In questo senso la poesia di Vinicio e Chinasky difficilmente potrà liberarsi dei suoi autori. Anzi, sarà tenuta suo malgrado ad essere esemplare. In quel vivere risoluto, in quella mancanza di cui chiede conto, c’è un’esortazione per noi tutti: state vicino all’emozione, cercatevi un repentaglio, date fuoco alle vostre paglie. Non so quanto di vero abbiano veduto nel loro match, ma so che questi due “si spaccherebbero le mani per passarcene un grano”. Di vero o quantomeno di verosimile, a noi fuori dal ring. Per cui stringiamogliele, le mani, stiamo al loro angolo, portiamogli l’acqua con le orecchie, auguriamoci che gli avversari siano malleabili e balbuzienti gli arbitri, e che il loro idillio vada avanti per altri mille round senza asciugamani. Diciamoglielo davvero, a questo libro, ciò che press’a poco ha detto ai suoi autori la guest-star di Kuta: “Ora viviamo. Benedica”.

Marco Castellani

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