TQR 16: 14 dicembre 2009


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Elogio della rinuncia

di Alejandro Dolina

Dopo gli elogi alla disfatta, all'impostura e all'amore impossibile, Alejandro Dolina completa il bouquet curricolare del perfetto Gentiluomo di Sfortuna tessendo le lodi della rinuncia. I molti di noi che non vanno orgogliosi di ciò che hanno fatto nella vita, potranno qui trovare una comoda scappatoia per potersi finalmente vantare di ciò che, a nostro dire, non abbiamo voluto fare.

 


Nel barrio di Flores sempre si sentì ammirazione per le rinunce. Le persone distinte apprezzavano come dimostrazione di buon gusto il rifiuto di onori, riconoscimenti, premi e cariche pubbliche. Per molto tempo non ci furono al riguardo raccomandazioni scritte. Nessuno nel barrio si sognò mai di occuparsi della questione per studiarla e classificarla.
Gli Uomini Sensibili si limitavano ad applaudire ogni rinuncia, senza soffermarsi a riflettere sul carattere etico o estetico dei gesti individuali. Ad ogni modo, è noto che questi ragazzi hanno spesso confuso il buono con il bello e il vero. Non è quindi strano trovare nei loro testi dei riferimenti a teoremi canaglieschi, a fiori bugiardi e a vistosi atti di coraggio. E nessuno può sospettare che questa aggettivazione si proponesse di suscitare stupore: era semmai l’esatta espressione di uomini a cui le proprietà del bismuto sono sempre sembrate una spacconata.
Quest’iniziale caos dello spirito rinunciatario dura fino all’apparizione di una piccola antologia realizzata da Manuel Mandeb. Si intitolava Neanche se me lo chiedono in ginocchio e consisteva - com’è facile indovinare - in una collezione di rinunce memorabili. Il libro comincia con una dello stesso Mandeb, senza data e in forma letteraria di telegramma. I glossatori sono inclini a pensare che il testo originale fosse molto più corto di quello che figura nell’antologia. E in realtà è molto probabile che l’autore avesse voluto attenuare i danni che le tariffe delle poste sono solite produrre nello stile letterario dei loro clienti. A quanto pare, Manuel Mandeb espone in questo pezzo la sua decisione di declinare la carica di fattorino presso la Farmacia Ghigliotti di Caseros, a causa dei gravi disaccordi filosofici e manageriali nella conduzione di tale attività.
Seguono a questa ventinove rinunce di tutti i tipi.
Merita una menzione la numero dodici, sottoscritta dal dottor Angel D. Molina Acosta e diretta all’amministratore dell’edificio in cui viveva, con copia a ognuno degli altri proprietari. A dir la verità è l’annuncio dell’imminente trasloco del dottor Molina Acosta, il quale, però, considerava l’evento come una rinuncia al suo carattere di inquilino.
Vale la pena trascrivere anche la numero venti, non fosse altro che per la sua brevità:
“Io non mi chiamo cinquanta pesos”.
Firmato: Ramòn.
L’antologia di Mandeb è tra le cose peggiori che il poligrafo arabo abbia scritto. Le sue conseguenze, però, furono degne di nota. La sua lettura risvegliò in molti una vocazione rinunciante. I più intraprendenti compresero i vantaggi di riunirsi e associarsi per donarsi mutuo appoggio, chiarire i punti oscuri e diffondere la dottrina nei quartieri barbari. Nacque così la Società dei Rinunciatari di Flores.
I maliziosi affermano che questa gente passava metà del tempo a eleggere presidenti e metà a considerare le loro dimissioni. Può anche essere vero, ma nemmeno si può negare che abbiano lasciato una serie di concetti molto interessanti, specie di questi tempi, in cui nessuno rinuncia ad alcunché.
Ogni socio o simpatizzante dell’ente aveva come obbligo principale quello di operare allo scopo di meritarsi qualche cosa. Molti così si buttarono nella carriera universitaria, altri lavorarono per anni in un negozio, e alcuni scelsero la strada artistica. Prima o poi, la costanza o il talento venivano riconosciuti e lì aveva luogo il vero compito: respingere il riconoscimento. I medici rifiutavano il titolo, gli impiegati la promozione, gli artisti la celebrità. In questa maniera, il culmine degli sforzi di tutta una vita consisteva nel rinunciare alla ricompensa.
Una simile postura spirituale doveva essere sempre accompagnata da una condotta degna e umile. I rinunciatari non si lasciavano mai tentare dalla notorietà. Se ne stavano costantemente appiattiti. Se per caso trovavano un argomento risolutivo per sbaragliare un pedante, lo passavano sotto silenzio. Molti li scambiavano per codardi, quando invece avevano troppo fegato per essere coraggiosi. Non incassavano i biglietti vincenti e se ne andavano al mazzo con l’asso di briscola.
Come sempre capita nelle grandi correnti filosofiche, non tardarono ad apparire degli eresiarchi.
Il primo problema che si presentò era abbastanza prevedibile: molti soci che si erano impegnati in imprese ciclopiche arrivavano alla fine della strada senza che nessuno gli offrisse alcuna gratificazione. Mandeb e altri ortodossi sostennero che la vera rinuncia è anteriore al premio, quindi deve starsene racchiusa nello spirito e non ha bisogno rendersi manifesta. Ma questo era un po’ troppo per gli affiliati dall’animo non del tutto forte. E così alcuni frettolosi cominciarono a rinunciare pubblicamente a distinzioni che nessuno gli aveva offerto.
Nel 1967, l’architetto Mario Cuenca, che già non era più un giovanotto e mai era riuscito a farsi notare, si permise di rinunciare anticipatamente alla sua nomination come uno dei dieci giovani promettenti dell’anno. La sua lettera produsse sorpresa tra i funzionari, che peraltro non lo conoscevano. Cuenca non ricevette nemmeno la modica soddisfazione del cenno di riscontro alla sua rinuncia.
Ciò nonostante, il suo esempio fece scuola. Ben presto i membri dell’associazione smisero di perseguire il merito per dedicarsi esclusivamente a rinunciare.
La fondazione Nobel, il Circolo dei Giornalisti Sportivi, le accademie e i licei ricevevano dozzine di lettere firmate dagli abitanti di Flores desiderosi di respingere qualunque eventuale medaglia.
E’ facile immaginare il catastrofico risultato di questo nuovo criterio: scansafatiche che rinunciavano a lavori che non avevano, rubacuori che rompevano con fidanzate altrui, ignoranti che rinunciavano a cattedre irraggiungibili.
Parallelamente, la proverbiale dignità dei Rinunciatari cominciò a deteriorarsi. Spuntarono dei falsi virtuosi che si vantavano di resistere a tentazioni che non sentivano. E questo - come afferma chiaramente Mandeb - non è quel che si dice una gran impresa. Leggiamo cosa scrive il pensatore di Flores.
“La virtù non consiste nel privarsi di ciò che non ci piace. Che merito può avere astenersi dal bere tamarindo, se uno detesta questa bibita? Il vero virtuoso è colui che a tutte le ore desidera bere tamarindo e non lo fa. Per questo, più grande è il numero di tentazioni che ci assediano e più numerose saranno le occasioni per esercitare la virtù. Un uomo senza tentazioni non diventerà mai santo.”
E’ doveroso però chiarire che né Manuel Mandeb, né la maggior parte degli Uomini Sensibili di Flores, parteciparono alla Società dei Rinunciatari in modo effettivo. Guardarono con simpatia, questo sì, alle attività del gruppo e soffrirono della sua decadenza.
Con gli anni, le deviazioni eretiche si vennero moltiplicando. Alcuni perdigiorno della calle Moròn dicevano di aver rinunciato alla rinuncia. Dunque non si privavano di nulla: si abbandonavano ai piaceri più grossolani e in più si vantavano anche della loro alta condizione morale: “Non c’è niente che ci piacerebbe di più che rinunciare al gioco d’azzardo, all’alcol, ai bordelli e al dulce de leche. Ma purtroppo abbiamo rinunciato a rinunciare.”
Un pugno di esteti della avenida Gaona interpretò la rinuncia come una branca della letteratura. Nacque così la rinuncia di finzione, genere che esige soltanto la redazione di un testo, senza che ciò implichi abbandono alcuno. Bisogna riconoscere che alcune opere generate da questo cenacolo sono di squisita fattura. Ce ne furono di malinconiche, di appassionate e persino di messe in rima, come quella che trascriviamo qui sotto:

“Informo con la presente
che a partir da adesso
alla carica in mio possesso
io rinuncio assolutamente.
La saluta con attenzione
Angelo Natale Ansalone.”

In seguito ci furono delle scissioni anche tra i letterati e i più recalcitranti si condannarono al silenzio.
Altre manifestazioni artistiche ebbero luogo nella calle Pedernera, dove si cantavano canzoni di rinuncia, nonostante ai cantanti piacesse farsi pregare per delle ore.
Di pittori rinuncianti nessuno sembra ricordarsi, anche se alcuni critici credettero di vedere nei quadri del famoso artista plastico Lucio Cantini qualche tocco di rinuncia qua e là, pur non sapendo spiegarne la motivazione.
L’ultimo e probabilmente il più acuto dei settori dissidenti fu quello della calle Boyocà, che sosteneva che ogni condotta implicitamente contiene la rinuncia a un’altra condotta possibile. Chi si dirige al nord rinuncia nel contempo al sud, all’est e all’ovest. Chi beve il mate amaro, rinuncia allo zucchero; chi lo beve dolce, rinuncia all’amarezza. Viviamo rinunciando, anche se non lo sappiamo.
Come si può vedere, l’intenzione primigenia si è fatta molto lontana. La troppa analisi condusse i Neo-Rinunciatari a sfiorare il paradosso. Oggi, le severe regole morali della prima epoca ci sembrano esagerate. Però forse è meglio dargli un’occhiata più approfondita. Non è poi così male rinunciare a qualcosa di tanto in tanto. Le vera nobiltà d’animo è nel fare ciò che si deve senza aspettarsi ricompense. E non è neanche male dare alla vita un certo vantaggio. Dopo tutto, chi perde potrà sempre stimarsi della sconfitta. E una cosa ancora. Se non possiamo andare orgogliosi di quel che abbiamo fatto, ci rimanga perlomeno l’orgoglio di quello che non abbiamo voluto fare.

© Alejandro Dolina - Cronicas del Angel Gris
trad. Jean Fajean

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