TQR 16: 14 dicembre 2009


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La nuit dei morti viventi

di David Sedaris

Un umorista classico, di quelli che fanno ridere con poco e niente e talvolta sorprendono per la profondita d'osservazione. Forse non è il caso del raccontino che a seguito pubblichiamo, ma nella produzione di David Sedaris troverete certamente di che ridere e sorprendervi in abbondanza. Qui invece si parla di splatter casalingo, o meglio della produzione involontaria di un orrore che fuori dalle mura domestiche, nella realtà vera, sembra trovarsi benissimo. Quale persona sana di mente al giorno d'oggi non è paranoica?

 


Ero sul balcone e stavo affogando un topo in un secchio, quando davanti a casa mia si fermò un furgone. Era strano, perché qui davanti passeranno in media quindici auto al giorno, e nessuno si ferma mai, a meno che non viva da queste parti. In più era tardi, le tre del mattino. La coppia che vive dirimpetto va a dormire alle nove, e che io sappia quelli della casa accanto vanno a letto un’oretta dopo. Nel nostro villaggio in Normandia non ci sono lampioni, perciò quando fa buio, è buio davvero. E nel silenzio si sente tutto.
“Ti ho raccontato del ladro che è rimasto incastrato nel camino?” Era stato il grande aneddoto dell’estate prima. Una volta ti dicevano che era successo nel villaggio in fondo alla collina, quello tanto carino attraversato da un fiume, e quella dopo in un posto a trenta chilometri in direzione opposta. Io mi ero sentito raccontare la storia dai nostri compaesani, e ogni volta era successa in un posto diverso.
“Il ladro” dicevano “prima ha provato a entrare dalla porta e dalle finestre, e visto che non si aprivano si è arrampicato sul tetto.”
Era sempre una dimora estiva, una villetta di proprietà di una coppia inglese di cui nessuno sembrava ricordare i nomi. I due se n’erano andati all’inizio di settembre, e quando dieci mesi dopo erano ritornati avevano trovato una scarpa nel camino. “E’ tua?” aveva chiesto la moglie al marito.
Erano appena arrivati. C’erano i letti da fare e gli armadi da aerare, e così, tra una cosa e l’altra, la scarpa era stata dimenticata. Erano i primi di giugno, faceva freddo, e alla sera il marito aveva deciso di accendere il camino.
A questo punto del racconto, chi lo narrava non stava più nella pelle, e gli occhi gli brillavano come se riflettessero la luce di un falò. “Davvero vi aspettate che ci creda?” dicevo io. “Ma andiamo...”
All’inizio dell’estate, il quotidiano locale aveva dedicato tre colonne a una gara di divoratori di camembert. I concorrenti erano ritratti con le mani dietro la schiena e la faccia affondata nel formaggio morbido e appiccicoso. Il tutto in prima pagina. Da queste parti c’è una tale penuria di notizie che una morte per fame potrebbe guadagnarsi la prima pagina per, non saprei... qualcosa come sei anni.
“Ma aspetta” mi dicono. “Mica è finita qui!”
Dal momento che la stanza si stava riempiendo di fumo, il marito aveva infilato una scopa nel camino. Qualcosa ostruiva la canna fumaria, e l’uomo aveva infilato ripetutamente il manico, sbloccando il corpo del ladro, ormai ridotto a uno scheletro, e facendolo cadere di piedi nel fuoco.
A questo punto il narratore si prendeva sempre una pausa, un intervallo di tempo tra l’aneddoto vero e proprio e le domande di chiarimento che alla fine sarebbero riuscite a distruggerlo. “E il ladro chi era?” chiedevo io. “Il corpo lo hanno identificato?”
Era uno zingaro, un vagabondo, oppure, in ben due occasioni, un arabo. Nessuno ricordava esattamente da dove provenisse. “Però è vero” dicevano. “Puoi chiederlo a chi vuoi.” Ovvero al compaesano che gliel’aveva raccontato, o alla persona a cui l’avevano raccontato loro cinque minuti prima.

Non ho mai creduto che un ladro fosse morto di stenti dentro un camino. E non credo che il suo scheletro sia caduto nel fuoco. Però credo nei fantasmi, soprattutto quando Hugh è via e rimango da solo in campagna. Durante la guerra, casa nostra fu occupata dai nazisti. L’ex proprietario morì nel suo letto, così come la donna che aveva posseduto la casa prima di lui, ma non è dei loro fantasmi che mi preoccupo. E’ stupido, lo so, ma a terrorizzarmi davvero è la possibilità che esistano zombi, compaesani morti che si aggirano con indosso camicie da notte imbrattate di pus. A nemmeno cinquecento metri da qui c’è il cimitero di una chiesa, e se i suoi attuali occupanti dovessero trascinarsi fuori dal cancello e girare a sinistra, la nostra sarebbe la terza casa che incontrerebbero. Nascosto sotto le coperte con tutte le luci accese, elaboro piani d’emergenza nell’eventualità che vengano a bussare alla mia porta. La soffitta potrebbe essere un buon nascondiglio, ma dovrei trovare un modo per bloccare la porta, il che richiederebbe tempo, e quando gli zombi ti stanno entrando dalla finestra di tempo non ne hai.
All’inizio rimanevo sveglio nel letto per ore, mentre adesso quando Hugh non passa la notte a casa mi limito a rimanere alzato, trovandomi delle cose da fare: scrivo lettere, pulisco il forno, sostituisco bottoni mancanti. Non faccio troppi bucati perché la lavatrice è rumorosa, e coprirebbe altri rumori molto più significativi, tipo i passi strascicati dei morti viventi.

Quella notte, quando il furgone parcheggiò davanti a casa mia, mi trovavo nella cucina/soggiorno, dove stavo tentando di assemblare un complesso modellino anatomico umano. Il corpo era di plastica trasparente, e fungeva da guscio per gli organi, i cui colori variavano dal rosso chiaro a un viola spento, tinta fegato. L’avevamo comprato come regalo di compleanno per il figlio tredicenne di un amico, che l’aveva bollato come nul, ovvero “inutile, inaccettabile”. L’estate prima aveva espresso il desiderio di diventare dottore, ma poi nel corso di pochi mesi evidentemente aveva cambiato idea, stabilendo che avrebbe preferito disegnare scarpe. Io allora gli avevo suggerito di tenere almeno il piede, ma quando lui aveva storto il naso gli avevamo dato venti euro e ci eravamo tenuti il modellino. Ero appena riuscito a separare l’apparato digestivo, quando dal piano di sopra sentii provenire un rumore familiare, e lasciai cadere mezzo colon sul pavimento.
Nel giardinetto laterale della casa c’è un noce, e ogni anno Hugh raccoglie i frutti e li lascia essiccare sul pavimento della soffitta. Di lì a poco arrivano i topi. Non so come facciano a salire le scale, però ci riescono, e la loro priorità assoluta è impossessarsi delle noci di Hugh. Queste sono troppo grosse per essere trasportate in bocca, e quindi le fanno rotolare sul pavimento, spingendole verso le tane che si costruiscono negli spazi tra il muro e la gronda del tetto. Una volta lì, scoprono che la noce non ci sta, e mentre a me la cosa appare comica, Hugh la pensa diversamente, e dissemina la soffitta di trappole, che io puntualmente faccio scattare prima che i topi ci finiscano dentro. Fossero topi di fogna capirei, ma una coppietta di topini di campagna... “Eddai,” gli dico. “Sono così carini.”
A volte, quando tutto quel rotolare mi dà sui nervi, accendo la luce della soffitta e faccio finta di salire le scale. Questo li mette a tacere per un po’, ma quella notte il trucchetto non funzionò. Il rumore proseguì, più simile a quello di un oggetto trascinato che non fatto rotolare. Una tegola? Un pezzo molto grosso di pane duro? Accesi di nuovo la luce della soffitta, e sentendo che il rumore non cessava salii e trovai un topo bloccato in una delle trappole di Hugh. La stanghetta d’acciaio gli era caduta sulla schiena, e l’animale ruotava su se stesso, non in preda agi spasmi della morte, ma con spirito determinato, sforzandosi di agire entro i nuovi limiti fisici. “Posso sopravvivere anche così” sembrava dire. “Sul serio. Datemi solo una possibilità.”
Non potevo abbandonarlo lì, perciò feci scivolare la trappola in una scatola di cartone e portai il topo al piano di sotto, sul balcone. Pensavo che l’aria fresca gli avrebbe fatto bene, e che una volta liberato avrebbe potuto correre già per le scale e sparire in giardino, finalmente libero dalla casa che ora racchiudeva così brutti ricordi. Avrei dovuto sollevare la stanghetta con le mie mani ma, temendo che il topo cercasse di mordermi, bloccai la trappola per terra con un piede e tentai di aprirla con la punta di un righello metallico. Il che fu una stupidaggine. Appena sollevata, la stanghetta ricadde di scatto, stavolta sul collo del topo. I miei tre tentativi seguenti furono altrettanto punitivi, e quando infine fu libero, il povero animale si trascinò sullo zerbino con ogni osso immaginabile fratturato in almeno quattro punti. Chiunque si sarebbe reso conto che non era destinato a riprendersi. Nemmeno un veterinario sarebbe riuscito a rimetterlo in sesto, e così, per porre fine alle sue sofferenze, decisi di affogarlo.
Il primo e per me più difficile passo era scendere in cantina a prendere il secchio. Questo voleva dire abbandonare il balcone ben illuminato, spostarsi sul retro della casa ed entrare il quello che senza dubbio è il buco più tetro e spaventoso di tutta Europa. Soffitto basso, mura di pietra, un pavimento sudicio coperto di impronte di zampe. Io non ci entro mai senza prima annunciarmi. “Hyaa!” urlo. “Hyaa! Hyaa!” E’ il verso che fa mio padre quando entr nel suo capanno degli attrezzi, il grido dei cowboy che radunano la mandria, e suggerisce un certo grado di autorità. Serpenti, pipistrelli, roditori: è ora di smammare. Quando entrai a recuperare il secchio, lo feci con due torce, impugnandole basse, come pistole. Poi aprii la posta con un calcio - Hyaa! Hyaa! - afferrai quello che stavo cercando e mi diedi alla fuga. Mi ritrovai sul balcone in meno di un minuto, ma mi ci volle morto di più perché le mani smettessero di tremare.

Il problema, quando affoghi un animale - anche uno invalido - è che quello non collabora. Il topo non aveva futuro, eppure lottò, anche se non saprei dire con cosa. Cercai di spingerlo sott’acqua con il manico di una scopa, ma non era lo strumento più adatto allo scopo, e il topo continuava a liberarsi e a tornare in superficie. Davanti a una creatura tanto determinata, viene voglia di lasciarla al suo libero arbitrio, eppure io stavo agendo per il suo bene, che lui se ne rendesse conto o meno. Ero appena riuscito a bloccargli la coda sul fondo del secchio, quando il furgone si fermò davanti a casa mia. Dico “furgone”, ma era più un autobus in miniatura, con i finestrini e tre file di sedili. Aveva gli abbaglianti accesi, davanti ai quali la strada appariva nera e perfetta.
Dopo qualche istante, il finestrino del conducente si abbassò, e un uomo fece capolino nel perimetro di luce proiettato dal balcone. “Bonsoir” disse. Lo disse come un naufrago su una scialuppa di salvataggio direbbe “Ehi!” a una nave di passaggio, dando l’impressione che fosse molto contento di vedermi. Quando aprì la portiera si accese una luce, e intravidi cinque persone sedute dietro di lui, due uomini e tre donne, tutti che mi fissavano con la stessa espressione di sollievo. Erano adulti tra i sessanta e i settant’anni, e avevano i capelli bianchi.
Il conducente lesse qualcosa da un libricino che teneva in mano. Poi tornò a guardare me, e tentò di ripetere ciò che aveva appena letto. Parlò in francese, ma a malapena, pronunciandolo com’era scritto, senza la minima idea di dove cadessero gli accenti.

“Parla inglese” gli chiesi.
L’uomo batté le mani e si girò verso i sedili posteriori. “Parla inglese!” La notizia fu accolta con grande entusiasmo, e quindi tradotta per una delle donne a bordo, che evidentemente non ne capiva il significato. Nel frattempo, il topo era rispuntato in superficie, e con la zampa sana stava cercando di aggrapparsi al bordo del secchio.
“Stiamo cercando un posto” disse il conducente. “Una casa che abbiamo affittato con i nostri amici.” Parlò ad alta voce e con un leggero accento. Olandese, pensai, o forse scandinavo.
Gli chiesi in che città si trovava la casa, e lui mi disse che non era in una città, ma in un uillaggio.
“Un cosa?”
“Un uillaggio” ripeté lui.
O aveva un difetto di pronuncia, o la lettera v nella sua lingua non esisteva. In entrambi i casi, volevo sentirglielo dire di nuovo.
“Mi scusi” dissi, “ma non ho sentito.”
“Un uillaggio” disse lui. “Alcuni nostri amici hanno affittato una casa in un uillaggio da queste parti, ma non riusciamo a trovarlo. Ci aspettavano ore fa, ma ci siamo persi. Lei conosce la zona?”
Risposi di sì, ma quando mi disse il nome del posto brancolai nel buio. Nella zona della Normandia in cui viviamo noi, di villaggi e villaggetti ce ne sono a non finire, gruppetti di case di pietra nascosti in mezzo ai boschi o situati in fondo a stradine sterrate. Forse Hugh conosceva il posto che stava cercando quel signore, ma io, non guidando, di solito non presto molta attenzione. “Ho una cartina” disse il signore. “Le spiacerebbe darci un’occhiata?”
Scese dal furgone, e vidi che indossava una tuta da ginnastica di nylon bianca, con i pantaloni rigonfi e stretti intorno alle caviglie. Sotto un abbigliamento del genere ci si aspetterebbe di vedere un paio di scarpe da ginnastica, e invece lui calzava un paio di mocassini neri. Il cancello di casa era aperto, e mentre saliva gli scalini del balcone, mi ricordai di che cosa stavo facendo, e pensai a che strana impressione avrebbe fatto. Per un attimo pensai di andargli incontro a metà strada, ma nel frattempo lui aveva già raggiunto il balcone, e mi tese la mano in segno di amicizia. Gliela strinsi, e lui, sentendo il flebile sciacquettio in sottofondo, lanciò un’occhiata al secchio. “Oh” disse. “Vedo che ha un topolino nuotatore.” Il suo tono di voce non invitava a ulteriori spiegazioni, e così non gliene diedi. “Io e mia moglie abbiamo un cane” proseguì. “Ma stavolta non ce lo siamo portato. Dà troppo lavoro.”
Annuii, e lui mi porse la cartina, una fotocopia di una fotocopia coperta di frecce e appunti in una lingua che non riconobbi. “In casa credo di averne una più chiara” dissi, e dietro mio invito, il signore mi seguì in casa.

Un ospite inatteso e sconosciuto ti permette di vedere un posto familiare come se fosse la prima volta. Penso al tizio che viene a leggerti il contatore e ti fruga per la cucina alle otto del mattino, al testimone di Geova che di colpo ti ritrovi in salotto. “Prego” sembrano dire, “usi i miei occhi. La messa a fuoco è molto più nitida.” Il nostro salotto mi era sempre parso un posto allegro, ma entrandoci ora mi resi conto che mi ero sbagliato. Non era sporco, né disordinato, ma, come il fatto di essere svegli quando tutte le persone perbene dormono, aveva un che di sospetto. Guardai il modellino anatomico disseminato sul tavolo. I pezzi giacevano all’ombra di una grossa gallina impagliata, che sembrava soppesarli quale organo fosse più appetitoso. Il tavolo in sé era bello da vedere - di rovere, intagliato a mano - ma le sedie che lo circondavano erano tutte diverse, e in vari stati di disfacimento. Sullo schienale di una, era appoggiato un asciugamano della polizia scientifica di Los Angeles. Era un regalo, non l’avevamo comprato noi, eppure era lì, e invitava lo sguardo a spostarsi sul vicino divano, sul quale giacevano due copie di un sordido rotocalco di fatti criminali che mi ero comprato appositamente per allenarmi a leggere il francese. Sulla copertina dell’ultimo numero compariva una ragazza belga, che era stata picchiata a morte con un ceppo mezzo bruciato mentre era in campeggio. UN SERIAL KILLER SI AGGIRA PER LA TUA REGIONE? recitava il titolo. La seconda copia era aperta su un cruciverba con cui avevo fatto qualche tentativo a inizio serata. Una delle definizioni diceva “organo sessuale femminile”, e nel relativo spazio io avevo scritto la parola francese per vagina. Era la prima volta in vita mia che scrivevo la risposta di un cruciverba francese, e per celebrarne l’evento avevo disegnato ai margini grandi punti esclamativi.
C’era evidentemente un tema che andava sviluppandosi, e ogni cosa che vedevo sembrava confermarlo: l’almanacco di pistole e fucili che di colpo spiccava nella libreria, il grosso coltello da macellaio appoggiato senza un apparente motivo su una fotografia del figlio del nostro vicino.
“Per noi è più una casa estiva” dissi, e il signore annuì. Nel frattempo si era messo a guardare il camino, che era leggermente più alto di lui. Io tendo soltanto a vederne il robusto focolare di pietra e l’alta mensola di rovere, mentre lui stava esaminando i grossi ganci da macellaio appesi sotto la canna fumaria fuligginosa.
“Tutte le altre case che abbiamo visto avevano le luci spente” disse. “Abbiamo guidato per ore prima di trovare qualcuno sveglio. Abbiamo visto le luci di casa sua, la porta aperta...” Le sue parole mi ricordarono quelle di innumerevoli fil dell’orrore, il povero sventurato sperduto che si presenta davanti al conte, allo scienziato pazzo o all’uomo lupo un attimo prima che avvenga la mutazione.
“Scusi il disturbo, davvero.”
“Oh, nessun disturbo, stavo solo affogando un topo. Ma la prego, si accomodi.”
“Allora” disse il signore, “mi diceva di avere una cartina, giusto?”
Ne avevo più di una, e tirai fuori la più dettagliata da un cassetto contenente, tra le altre cose, un pezzetto di corda e una penna giocattolo a forma di dito mozzato. Ma da dove salta fuori tutta questa roba? mi chiesi. Accanto al tavolino c’è un mobiletto basso, e dopo aver scostato il delicato teschio di un cucciolo di scimmia, aprii la cartina sul ripiano, individuai la strada che passava davanti a casa nostra e quindi il villaggio che il signore stava cercando. Arrivarci era semplice, ma gli offrii ugualmente la cartina, sapendo che si sarebbe sentito più tranquillo se per strada avesse potuto consultarla.
“Oh, no” rispose lui. “Non ce n’è bisogno.” Io però insistetti, e infine lo guardai scendere dal balcone e salire sul furgone col motore acceso. “Per qualsiasi problema, sapete dove abito” dissi. “Se volete, potete passare la notte qui. Dico sul serio. Ho un sacco di letti.” Il signore in tuta mi salutò con la mano, dopodiché partì giù per la collina, scomparendo dietro il tetto spiovente del mio vicino.
Il topo che si era battuto così duramente con il manico della mia scopa aveva perso il secondo round, e ora galleggiava, senza vita, sulla superficie dell’acqua. Pensai di svuotare il secchio nel campo dietro casa, ma senza il furgone, i suoi abbaglianti e il rumore rassicurante del motore, lo spazio al di là del balcone sembrava troppo minaccioso. E di colpo anche l’interno della casa appariva altrettanto inquietante, perciò me ne rimasi lì, con lo sguardo rivolto verso quello che ormai era diventato il mio uillaggio. Una volta che fosse sorto il sole, avrei seppellito il mio morto e riempito il secchi vuoto di ortensie, per dare un tocco di vita e di colore, perfetto per quel tavolo. Così bello da vedere.

© David Sedaris “Mi raccomando: tutti vestiti bene” - Mondadori, 2006
trad. Matteo Colombo

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