Per i lettori che non sanno ancora quale fosse o sia stato il percorso della mia esistenza, renderò noto che nella mia infanzia, adolescenza e giovinezza sono stato quello che potremmo chiamare, e di fatto si chiama, un facinoroso (e forse è davvero questa la mia reale natura). Il destino mi fece nascere e crescere in un ambiente dove non si attribuiva il giusto valore al lavoro onesto, alla castità, alla temperanza, all’integrità morale, alle buone maniere e ad altre qualità encomiabili che non seppi vedere da solo, e quando imparai a fingere era ormai troppo tardi. In buona fede, convinto che questo fosse l’abituale modo d’agire della gente, commisi innumerevoli misfatti. In seguito, quando le persone incaricate di vigilare per la salvaguardia della virtù, la quiete della vita, la difesa dei buoni costumi e l’armonia fra gli uomini (la pula) concentrarono l’attenzione su di me mettendo in pratica i loro metodi sul sottoscritto, essendo io la parte più debole dovetti prestare qualche servizio alla comunità (come informatore), il che non mi procurò le simpatie di alcuno ma in compenso l’avversione di molti. Alla fine, quando giunse per me l’ora di comparire davanti alla giustizia per rendere conto delle mie azioni, le prove che si potevano addurre a mio favore erano talmente deboli e la loro incidenza sul verdetto talmente scarsa, che il mio avvocato si limitò a spedire al tribunale una cartolina da Mar del Plata. Ciononostante, la mia deposizione, la fondatezza delle mie dichiarazioni, il pentimento sincero da me manifestato, il trattamento rispettoso, cordiale perfino che riservai al giudice, all’accusa e ai testimoni, e in termini più generali il comportamento estremamente ragionevole che mantenni durante le due settimane che durò il processo dovettero fare breccia nel cuore della magistratura: infatti non venni condannato, come temevo, a una pena carceraria, ma soltanto a seguire un trattamento psicologico che mi avrebbe condotto a un veloce reinserimento in seno alla società, all’interno di uno di quegli istituti correzionali che vengono volgarmente chiamati manicomi. Laggiù, tuttavia, le cose non andarono nel modo migliore: piccoli scontri col personale specializzato (sgherri) e qualche malinteso col dottor Sugrañes, che in qualità di direttore del centro doveva decidere alla luce delle proprie esperienze (e con la relativa bustarella) l’esatto momento della mia guarigione nonché la restituzione al sottoscritto della libertà, fecero sì che il mio soggiorno si protraesse di settimana in settimana e poi di mese in mese e alla fine di anno in anno, finché un bel giorno, quando ormai avevo perso ogni speranza di rivedere il mondo esterno con i suoi onesti e saggi abitanti, si verificarono i fatti narrati all’inizio del presente libro. Per il lettore che ancora li ricordi (i suddetti fatti), e abbia tenuto conto del lungo e fruttuoso cammino verso la rigenerazione da me seguito fino ad adesso, sarà facile comprendere quanto piccolo fosse il mio desiderio (e quanto grande il timore) di mettere in gioco una condizione sociale sulla cui stabilità in fondo non avevo mai nutrito una reale certezza. Chissà, mi domandavo, se i miei segreti venissero alla luce non perderei forse il rispetto dei miei concittadini e costoro, con tutte le ragioni e la logica diffidenza, non si rifiuterebbero (forse) di affidare la loro danza alle mani di un criminale? D’altra parte, che cosa avevo da perdere accettando la moderata richiesta di quelle persone bisognose di un aiuto che, a dirla in confidenza, erano disposte a retribuire in contanti e, chissà, appetitosamente anche in natura?
© Eduardo Mendoza “Il tempio delle signore” - Feltrinelli 2002
trad. Michela Finassi Parolo
Poissons Rinuncia Cane mangia cane Re dei perdenti Arte dell'incontro Morti viventi
Locatelli Poeti e pugili
|