Ve lo dico io, che conosco la questione come il palmo della mia mano: se volete trovare qualcosa, nel senso di trovarla per terra, dovete andare in spiaggia. C’è gente che ci trova persino un lavoro, com’è capitato a me, il che non è poco. E c’è chi ci trova l’amore, come si dice, o giù di lì. Sul serio: ci sono molte leggende su quel che si può trovare in spiaggia. E non parlo dell’eterno conchigliame raccolto dai bambini e dagli innamorati nuovi, e nemmeno di quell’altra sciocchezza dei pezzi di legno sputati dal mare che alcuni furbastri vendono poi come sculture e soprammobili di quart’ordine. Queste sono stronzate, nient’altro che paccottiglia, come tutto ciò che non si trova ma si raccoglie. Perché è diverso: chiunque può trovare quel che c’è, ma solo pochi riescono a trovare quel che si è perso. E per ogni minchione che perde ce n’è sempre uno sveglio che vince.
Al giorno d’oggi ci sono dei tipi che durante la stagione fanno sù ben più che le spese di gestione: vivono da signori grazie al semplice espediente di rastrellare metro per metro la sabbia tra le cabine - specialmente tra le cabine - verso sera, quando quei testardi di bagnanti vespertini se ne vanno via. Allora tirano sù di tutto. E non esattamente stampini e accendini di plastica. C’è tutta una mafia che controlla il ritrovato, un’organizzazione di gente che non scherza: se uno si china a cercare qualcosa fuori dall’orario stabilito, non solo gli tirano giù i denti, ma anche le mutande; e gli fanno il culo.
Una volta era tutto più artigianale, un commercio più piccolo e più discreto. In questo affare, gli uomini chiave erano gli strozzini delle baracche di fronte al Casinò che con una bilancina e una lente d’ingrandimento spennano i fessi. Cascano sempre qui i disperati che a tarda notte lasciano momentaneamente il gioco in cerca di fondi e finiscono per impegnare l’orologio o quel che è. Avvoltoi sul filo spinato: ecco come chiamo quegli schifosi che lucrano sugli impiccati. Ma non fanno solo questo: ricettano roba rubata o trovata sulla spiaggia. Perché non se ne conosce mai la provenienza; bisogna vedere chi è a dire delle balle.
Conosco storie di gente, di famigliole, che passeggiando la sera sul lungomare vedono nelle vetrine di questi negozi un braccialetto, una catenina, un anello che gli era stato fregato quello stesso pomeriggio durante lo struscio nell’isola pedonale. Ma vallo a provare, se sei capace. Se li minacci, quei tipi non parlano neanche se gli metti le palle in una morsa. Dicono che la roba gli è stata portata da gente che l’ha trovata in spiaggia, e morta lì. Mi direte chi cazzo va in spiaggia con una collana d’oro... Va beh, però può darsi anche che sia roba data in pegno da gente che tace per vergogna, e che dice di averla persa. Non sarebbe la prima volta.
Nella vecchia Mar del Plata inizio anni ’50, sia il ciarpame che gli oggetti di valore venivano storicamente raccolti dai “solchi”. I solchi erano dei ragazzini che in bande da tre a cinque elementi si dedicavano al rastrellamento. Formavano una specie di brigata per la nettezza urbana di superficie: poco prima del tramonto solcavano a tempo di record le spiagge dal Torrione alla Popolare, e disciplinatamente scaricavano il setacciato nelle mani, e solo nelle sue, del misterioso Klondike, lo zio ricettatore, il barbone dal sacco in spalla e cane feroce che li aspettava ai piedi del Lupo destro. Costui infilava nel sacco, pagava in contanti con biglietti estratti da un rotolo di carta igienica e diceva a domani.
C’è da dire che già allora, nell’epoca che vi ho detto, i solchi non erano quelli originali, ma dei sostituti più o meno regolari e Klondike un vecchio che alla routine quotidiana del servizio di guardia aveva preferito la visita settimanale degli stabilimenti: tre o quattro bagnini di quelli storici operavano da intermediari alla raccolta e facevano i conti con lui tutti i lunedì a mezzogiorno. Nel corso degli anni, i termini delle transazioni si erano mantenuti gli stessi: i solchi si tenevano le monetine, mentre a Klondike andavano l’oro, l’argento, gli orecchini, gli anelli, i borsellini e persino le radioline Spika con le immancabili pile ossidate dal mare o dall’incuria dei bagnanti. Il vecchio ne calcolava istantaneamente il valore col suo infallibile occhiometro, anticipava un qualche bigliettone igienico e si allontanava. Il lunedì dopo, puntualissimo, regolava i conti in sospeso, insaccava il nuovo raccolto e mollava il rotolo. Come sempre: riceveva, ricompensava e aggiornava la seduta di una settimana.
Io allora ero un pivello e mi ci volle un po’ di tempo per capire come funzionasse il business, quale logica lo mantenesse nei giusti binari. Un bagnino veterano me lo disse:
- Il Klondike, così come lo vedi, è un osso duro.
E mi raccontò quel che a sua volta gli avevano raccontato, la leggenda di sangue che ne costituiva l’abominevole retroterra.
Il Klondike aveva cominciato da giovane facendo lui stesso il rastrellatore, ma, in quell’epoca di raccolta selvaggia, vide subito la fragilità di un lavoro a prestazione personale che lo sottoponeva ai rischi di un’indesiderata concorrenza. Cosicché a forza di cazzotti e bastonate consolidò una sua posizione - cedette La Perla, condivise Punta Iglesias, rimanendo con tutto il resto - e una volta marcato il territorio, sviluppò un’impresa familiare con i solchi, i quali, d’altronde, l’avevano sempre chiamato zio. Finché un povero diavolo, che fino al quel momento aveva lavorato da topo di plateatici, si mise in mezzo, o cercò di mettersi, soffiandogli alcuni ragazzini e intascandosi un paio d’orologi.
Tutto si risolse in modo rapido: il Klondike diede la caccia all’infelice, gli tagliò un dito e lo usò da matita per scrivere alla base del Lupo, e c’è chi dice che lo fece davanti a tutti i ragazzini con gli occhi di fuori, questa semplice frase: “Klondike paga di più”. Santo rimedio! Dopodiché, il business fu sempre una sua esclusiva.
- Però rimane sempre un barbone - dissi io, come un cretino.
- Guardagli le mani.
Bianche, lisce, senza segni, le mani di Klondike non erano quelle di un emarginato che vivesse alle intemperie. La versione più ovvia della sua leggenda lo faceva, simultaneamente o alternativamente, padrone di uno chalet a Los Troncos, proprietario dei Dolciumi Gran Casino o dell’incredibile miniera d’oro che era la flottiglia di veicoli per bambini. Questi camioncini pitturati con le sembianze di Papero, Coniglio, Balena, eccetera, giravano ininterrottamente per la costa con la regolarità e l’efficienza della pioggia di monete di una giostra. E il Klondike era il beneficiario dei frutti di questo trasporto infantile.
C’era però un’altra versione, molto più bella e romanzesca, che lo faceva giocatore e perdente alla Dostoewskij. Il Klondike poteva vivere in una sola settimana più rovesci della sorte che la maggior parte di noi in anni, decadi, forse nell’intera vita. Ogni lunedì sera si presentava al Casinò con il denaro derivatogli dai suoi traffici sabbiosi; rasato di fresco, impeccabilmente vestito in doppiopetto e gilet, fumando delle aromatiche Chesterfield di contrabbando, si sedeva a un tavolo, sempre lo stesso, di Baccarat e giocava per una, due, tre, le notti necessarie a perdere ogni liquido fino alla completa disidratazione. Non si sa come riuscisse a superare il fine settimana: fatto sta che una volta recuperata l’indigenza e cresciuta la barba, ricominciava sempre daccapo.
D’accordo, la leggenda faceva acqua da tutte le parti. Perché, allora, le commedie di Frank Capra no?
© Juan Sasturain - Escritos en la arena
trad. Marco Castellani
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