TQR 16: 14 dicembre 2009


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L'arte dell'incontro - parte seconda

di Alejandro Agresti

Gli uomini muoiono di fame ma si ammazzano per amore. Inizia così, con questa frase altisonante, uno dei migliori film sul ritorno dell'Argentina alla democrazia. Si tratta di "Buenos Aires viceversa" di Alejandro Agresti, un autore che non si limita a sprecare il suo talento con la Disney, ma lo butta a mani basse in ogni cosa che fa. Eccoci dunque arrivati alla seconda e ultima puntata del suo novelòn balcanico iniziato nel numero 12 della TQR, quello intitolato Le Muse a Buenos Aires.

 


Don Héctor scende a Monaco e punta subito sul paesino rumeno. Rifà lo stesso percorso di qualche mese prima. Noleggia lo stesso camper. Guida parlando da solo. Ci mette otto giorni a raggiungere l’esotico punto geografico in cui era cominciato il suo amore.
Man mano che si avvicina al locale, sente le gambe farsi molli e i passi corti come quelli di un papero. Dalla porta fuoriescono gli echi di un canto gregoriano, lo stesso disco che salta. Entra, si siede a un tavolo. I suoi occhi si piantano nella tovaglia, le mani smuovono briciole che non ci sono. Ha paura di guardarsi attorno. Aspetta che il cuore calmi tutto quel flamenco e che lei gli si butti tra le braccia. Si è profumato persino gli inguini. I chili che ha perso lo fanno sembrare più agile, ma anche un po’ artificiale. Una voce che non è quella di lei gli chiede cosa desideri mangiare. Don Héctor, che adesso capisce e sa parlare la lingua, ordina una cotoletta, ma ben cotta per favore. La cameriera si allontana ordinando a squarciagola dei calamaretti in salsa ottobre. Lui non si scompone, i calameretti non gli dispiacciono. Alza prima un occhio, poi l’altro. Dice ad alta voce che Eubeba sarà in turno di riposo. Gli gira la testa, cerca di controllarsi ma i comandi non rispondono, la testa gli gira sempre di più. Ha paura, come dargli torto, di chiedere un’aspirina in quella nuova lingua. Si alza e va dalla cassiera. Descrive Eubeba, scoprendo che è davvero quello il suo nome.
Sembra che non lavori più lì, che l’abbiano licenziata perché disturbava i forestieri. Insiste a lungo finché gli dicono di malavoglia dove si trova adesso. E’ andata in Bulgaria, a Sofia, o, come si dice in rumeno, a Baasofia. Torna al suo tavolo con un bigliettino e l’indirizzo scritto in una calligrafia indecifrabile. Lo stringe in pugno. Con un groppo in gola inghiotte i calamaretti senza quasi masticarli.
Osserva il luogo con nostalgia tranquilla, è certo che l’amore alla fine trionferà.
Monta sul ferry-boat. Attraversa la frontiera. Si sciroppa in un solo colpo i duecento undici chilometri di sterrato che lo separano dalla capitale bulgara.
Lì tutto è scritto in cirillico. Ventun gradi sotto zero. Strade deserte coperte di neve. Sceglie un hotel non troppo economico. Il portiere gli dà due lampadine. Una per la camera e una per il bagno. Sono entrambe numerate con lo smalto, rispettivamente la ventotto e la settantuno. Se le fulmina o le rompe, costano di più della camera.
Si prende il suo tempo. Fa una doccia d’acqua beige. Ci mette un po’ a trovare il pulsante d’accensione del televisore marca Vostok. Avvolto nell’asciugamano, compone lentamente il numero di Eubeba. Quando dall’altro lato rispondono, si produce questa conversazione. Al rumeno corretto della signorina si alternano i portentosi strafalcioni di don Héctor.
- Buona sera.
- Sì, vodrei hablare con signorrina Eubeba Marinescu.
- Sì, sono io.
- Ti recuerdi di muà?
- No, non so. Chi è lei?
- Songo l’omone mezzo brissolato tua mano bagiare, muà nel Carisma restaurant.
- Tu...
- Sorpresa, sorpresa. Qui muà per te retorno.
Dall’altro lato mettono giù.
Crolla la pressione di don Héctor. Una ventosa gli lavora il petto. Se non si muove, sviene. Comincia a camminare intorno al letto, respirando profondamente. I pensieri si accavallano uno sull’altro. Non sa cosa fare. Deve esserci un equivoco, il destino non può essere tanto crudele. L’amore che abitava nel suo cuore è caduto in un orrendo precipizio. Devo chiamarla? Forse parlo un rumeno peggiore di quel che credevo. Che si sia sposata? Si mette il cappotto e scappa fuori da quella stanza che comincia a puzzare di fiori morti.
Cammina per strade sconosciute e ostili che sembrano ridergli in faccia. Non riesce a calmarsi. In ogni vetrina, lampione, cartello stradale, lo strano alfabeto gli tira addosso l’assurdità di quell’amore impossibile. Tutto riguarda lei. Ma non ce l’ha con lei. Forse Eubeba ha bisogno di aiuto. Sta a vedere che c’è sotto la politica. Le stradine vuote, coperte di bianco, contrastano con il cielo purpureo dell’improvvisa notte invernale.
Torna all’hotel.
Qui l’abulica impiegata della ricezione gli offre una rivista di geroglifici insieme a un foglietto con un messaggio in cirillico. Non si capiscono. Lui cerca di sapere se è stata lei a chiamarlo. A Sofia non ci sono molti hotel. Li avrà passati uno a uno? Ma poi, di chi avrà chiesto? Dell’omone brissolato sorpresa sorpresa? Chi altri poteva lasciargli un messaggio? In Argentina nessuno sapeva dove sarebbe andato a parare. Risolutamente, supplica la collezionista di lampadine di dargli un aiutino. Sfodera un bigliettone. La mossa convince subito la tipa. Con le mani, disegna nell’aria la silhouette di una donna. Bene, deve essere lei. Si mette in trincea in camera sua ad aspettare. Alla tele non si capisce un cazzo. Ci sono tre canali, ne sceglie uno con il balletto. Ci saranno un duecento ballerine in scena. Don Héctor scoppia a piangere come un vitello.
La sofferenza fa rumore, dentro di lui. All’una di notte, squilla il telefono.
- Pronto.
- Sono Eubeba.
- Sì, essere muà, qué successo? Appendi.
- Scusami, mi hai colto di sorpresa.
- Capiscio.
- Pensavo che fosse uno scherzo.
- Mi picolina scioca...
- Di dove sei?
- Io suono argentayn.
- E’ lontano...
- Ja.
- Sei venuto per me?
- Per qui altra... zucherino de muà...
- Non capisco bene, dove hai imparato a parlare in rumeno?
- Pitman, scola do parla
- Cosa hai detto? Ti senti bene?
- Alora migliore que dopo
- Ho un’amica che parla spagnolo, forse ci può aiutare
- Parla no problems. Lingua univers...
- Non capisco. Ti chiamo domani
- Dormi trancuila. Sogni l’angioleti...

Si addormenta rasserenato. Un incubo non tarda a scuoterlo. Si sveglia di colpo gridando nell’oscurità. Smanaccia il cuscino che chiama amore della mia vita.
Alla mattina, lo sveglia un colpo alla porta. Va ad aprire avvolto nella coperta che lo fa sembrare la Madonna di Lujan in formato gigante. E’ Eubeba con un enorme mazzo di fiori. Lei è sorpresa, stenta a riconoscerlo. Lui rimane, grazie a Dio, senza parole. Sorride mentre si schiaccia i ciuffi brizzolati. Lei guarda a destra e a sinistra nel corridoio e mormora in tono disperato:
- Dovevo vederti. Devi aiutarmi.
Don Héctor si scosta e la fa passare. Va in bagno, accende la luce, scoppia la lampadina. Eubeba sente l’esplosione e bussa allarmata alla porta.
- Apri, apri, cos’hai fatto?
- Pum pum lampadina.
Eubeba fa un gesto di sollievo e sorride. Sola nella camera, dà un’occhiata in giro alle cose del suo pretendente. Scopre sul comodino la fotografia con lei che bacia la mano a lui. Don Héctor esce un po’ più pettinato di prima. La vede di spalle, con le mani incrociate dietro la schiena, mentre fissa quel rettangolino di cartone con la sua immagine. Non si muove. Si porta un dito alla bocca e se lo succhia. Timido come sempre, il principe ha paura di distrarre la donzella in scarpine bianche e borsetta idem, un pendant ormai passato di moda. Lei sembra svegliarsi, il suo corpo vibra leggermente, si accorge di don Héctor.
- Questo eri tu?
Don Héctor non capisce, crede che ciò sia dovuto al forte accento del dialetto regionale draculiano.
- Mi buoi ripetere la questione?
- No, no, niente.
Lei sorride e si risolleva con un certo brio, come un attrice pronta ad entrare in scena.
- Adesso sì che sei bello, come ti sei pettinato bene.
Don Héctor abbassa gli occhi al tappeto, come se avesse perso qualcosa.
- Qui cosa ti gusta di muà, Eubeba?
Lei si avvicina e abbraccia il nostro lungo compagno nascondendo il faccino, ora rigato di lacrime, nel petto peloso che spunta dall’accappatoio aperto.
- Basta parole, tesoro mio. Finalmente siamo insieme.
- Venga sedere porchino qua lettino.
Più che sedersi, si sdraiano, si abbracciano, fanno l’amore. Trema il letto e anche il comodino. Si rovescia la foto che dall’altro lato porta scritto due numeri di telefono dell’ambasciata rumena a Buenos Aires e una nota che dice semplicemente: “Questa foto appartiene al signor Héctor Lasota, domiciliato in, telefono eccetera. In caso di smarrimento, siete pregati di restituirla al legittimo proprietario. Verrete ricompensati. Non ha valore commerciale, ma solo affettivo. Grazie anticipate e che Dio vi benedica.”

Eubeba gli dice che durante i mesi in cui non si sono visti molte cose sono cambiate. Ha conosciuto un ricco signore inglese che si è offerto di sposarla e di portarla via di lì.
Lei non poteva prevedere il ritorno di Héctor. Prima di tutto, lei voleva andarsene dal suo paese. Per questo doveva sposarsi con qualcuno in grado di rimborsare allo Stato i soldi investiti nella sua educazione. Era tardi, le nozze erano state fissate di lì a due settimane. Quando omone brissolato chiamare, c’era l’altro con lei. Per questo aveva appeso.
Eubeba si congeda intristita lasciandolo solo e con una lampadina in meno. Don Héctor piange e pensa al suicidio. Non sopporta di tornare in Argentina senza fidanzata e senza i coltelli che aveva usato come scusa per il viaggio. Il tempo gli si ferma intorno. Prende la foto dal comodino. Concentra lo sguardo sull’innocente sorriso che non aveva baciato quando era il momento. Poi la strappa in mille pezzi. Squilla il telefono.
- Il signor Héctor?
- Chi parla?
- Sono un’amica di Eubeba. Non sono abituata a fare queste cose, però non riesco a vederla così a terra e devo intervenire.
- Finalmente qualcuno che parla spagnolo!
- Sì, per questo Eubeba mi ha chiamato. Mio padre è un diplomatico. Siamo cileni.
- Guardi signorina, per me la situazione è altrettanto brutta come per lei. Mi scusi se mi si spezza la voce, però le confesso che sono disperato. Io le voglio molto bene...
- Me l’immagino, si calmi, diamoci del tu.
- Grazie, cazzo, avevo bisogno di parlare con qualcuno.
- Chiamo proprio per questo, perché dobbiamo trovarci. Eubeba mi ha chiesto di andare a cena tutti e tre insieme, così posso fare da interprete. La sua padronanza del rumeno sembra piuttosto precaria.
- Non so, al corso mi avevano detto che ero un fenomeno.
- Ti dicono sempre così, ma sono lingue difficili da dominare.
- Quando è l’appuntamento?
- Stasera. La questione è delicata. Non abbiamo tempo da perdere.
- Sì, sì, dove, dove ci vediamo?
- Lei conosce la prospettiva Swrchytznsvibtresky?
- La prospettiva...?

Una piccola brasserie con le pareti di legno. Dentro fa molto caldo. Don Héctor si toglie il cappotto, la sciarpa, il maglione e, in bagno, anche la canottiera.
E’ arrivato in anticipo. Non sopportava di aspettare. Beve qualcosa seduto al tavolo che ha scelto, che è rotondo e ha una tovaglia a quadretti bianchi e rossi.
Deve essere un posto dove viene a mangiare la piccola borghesia bulgara, i gerarchi del partito, le famiglie dei diplomatici come quella della traduttrice. Il ristorante bollente gli torna a far circolare il sangue nel corpo. I tavoli sono divisi tra loro, tipo cabina riservata.
La musica non salta ed è a un volume perfetto. La si sente solo nei momenti in cui uno smette di pensare.
Da uno specchio tra le colonne, un riflesso l’avverte che le ragazze sono arrivate e si stanno togliendo il cappotto. L’amica traduttrice è un po’ più alta di Eubeba, ha i capelli scuri, movenze leggermente affettate e un mucchio di collane che luccicano. Una cameriera le accompagna. Presentazioni. La traduttrice si chiama Silvia. La montatura dei suoi occhiali deve costare una barca di soldi. Si direbbe timida, ma sta solo mantenendo le distanze. Dopo due o tre minuti di baci, formalità, spiegazioni del menù, sorrisini e colpetti di tosse, vanno al punto.
Eubeba parla piano, all’orecchio della sua amica. Continua a torcere il tovagliolo e a mordersi il labbro inferiore. La sua respirazione è irregolare. Le pause nel suo discorso sono del tutto fuori posto. Le usa esclusivamente per frenare il pianto. Silvia assume un tono quasi radiofonico e trascrive scientificamente quanto la sua rappresentata viene dicendo.
- Dice che questo signore l’ha conosciuto quando è arrivata a Sofia. Che le sembra un uomo simpatico anche se la sua età è un po’ avanzata.
- Quanti anni ha?
Eubeba si avvicina ancor di più all’orecchio di Silvia.
- Dice che compie settantuno anni il giorno dell’indipendenza del Congo, ossia tra due settimane scarse.
- Così tanti?
- Dice che assomiglia a suo padre. Che qua i bulgari maltrattano le donne come o di più dei rumeni. Invece, quando ha conosciuto Pierson ha scoperto nei suoi occhi una dolcezza sconosciuta.
- Pierson è il mecco?
- No, fa l’avvocato penalista.
- In pensione?
Eubeba fa segno di no con la testa. Silvia dice di no e guarda allarmata la sua amica che si è messa a frugare nella borsetta. Si mettono a discutere in bulgaro, tagliando fuori Héctor.
- Guardi, metto subito in chiaro che io ripeto solamente quello che Eubeba mi dice. Adesso vuole farle vedere la foto del suo promesso sposo...
Se la passano tra loro e poi la danno a omone brissolato. La foto è appena più grande di un formato tessera. Il tipo è un pelatino con barbetta da Satanasso, faccia rotonda e occhi da non sono stato io.
- Perché me la fate vedere? Perché me la fai vedere Eubeba?
Eubeba risponde in bulgaro e adesso sì che il disgraziato non capisce più niente.
- Gliela fa vedere perché in Romania esiste un’abitudine ancestrale, originaria dei Carpazi, che dice su per giù, vediamo come posso dire... “Cornuto cosciente, cornuto l’altro.” Non è proprio così, ma è molto difficile trovare un modo di dire equivalente. Il fatto è che, non so se lo sa, ma questa cultura è alquanto strana...
- Beh, ho sentito parlare del conte Dracula, quella faccenda di succhiarti il sangue...
- Giusto, ci ha preso, anche se nella parte orientale, quella da dove viene lei, i rituali sono abbastanza diversi.
- E loro che cosa ti succhiano? Voglio dire, quali sono le differenze nel folklore?
Don Héctor sta ingerendo per il nervosismo un’anormale quantità di vodka Bizon da sessantun gradi. Gli cominciano a uscire le impertinenze. La situazione è ridicola e lui vuole nascondere la sua intima disperazione a questa nuova signorina. Si lancia in esclamazioni frivole o ciniche, da uomo di mondo.
- Sono più religiosi di noi. Detto fra di noi, sono dei ritardati.
- Ritardato mi sento io, in questa situazione. Riprenditi la foto, che non ti si spiegazzi.
Eubeba incomincia a dettare all’amica una lunga frase. A metà strada, il pianto la interrompe. Silvia dice di no con la testa, si rifiuta decisamente di tradurre il nuovo speech. Eubeba però insiste, prende le braccia dell’amica, le scuote, la bacia, unisce le mani come per pregare. Alla fine Silvia manda giù un mezzo bicchiere in un sorso, si mette una mano sulla gola, respira a fondo e, senza guardare in faccia don Héctor, si mette lei a giocare con il tovagliolo.
- Guardi, Héctor, non so se devo tradurle quel che ho appena sentito. Mi costa. Non sono abituata a questo genere di cose.
- Lo so. Sputa il rospo.
- La signorina qui dice che se lei si offre di sposarla, è disposta a sospendere le nozze con Pierson.
- Va bene...
- Non è finita qui. Vuole anche che le prometta di portarla in Argentina.
- ... bene...
- Sì, però dovrebbe anche pagare allo Stato Rumeno l’equivalente di un quindicimila dollari a titolo di rimborso per l’educazione e i servizi sociali che il governo comunista le ha erogato da quando è nata.
- Cheeeee?
- Beh, questo è quello che mi ha detto lei. Non mi guardi così, io cosa c’entro...
Don Héctor ora vede la sua protetta con altri occhi. Lei, avvertendo l’ostilità, scoppia a piangere e scappa in bagno a gambe levate.
- Poverina, è difficile per lei.
- Ma, dico io, non ci sarà un altro modo per sistemare la faccenda?
Silvia sorride, come se di fronte avesse un bamboccio.
- Amico mio, doveva informarsi prima.
- Però lei, scusi... Suo padre non è l’ambasciatore del Cile?
- Sì, e allora? Non c’entra niente.
- In Argentina con quindicimila dollari uno si compre due case.
- Qui otto, in Cile sei.
- Ah, si vede che avete già fatto i calcoli...
- Beh, sì. Ma da quanto tempo vi conoscete, voi due?
- Da abbastanza. Lei non ti ha raccontato?
- No, non c’è stato il tempo. Mi ha chiamato oggi pomeriggio. All’ambasciata le vogliamo bene da quando è svenuta.
- Svenuta?
- Veniva tutti i giorni a chiedere asilo politico. Una mattina gli ha preso quello.
- Quello cosa?
- Beh, il suo problemino, l’epilessia.
- Stavo pensando a un’altra cosa
Don Héctor cerca di dissimulare il terrore di essere morso proprio lì nelle parti basse. Un riflesso condizionato gli fa chiudere le gambe. Se le copre con il tovagliolo.
- Ma che vita, questa ragazza...
- Sì, proprio. Lei sa tutto di Eubeba?
- Vuol dire della madre?
- No, sì, no... Che cosa?
- Aveva le sue buone ragioni per ammazzarla, non trova?
- Na... Na... Naturalmente.
- Prostituirla a undici anni...!
- Po... Pros... Pos...
- Le ha rovinato la vita. Lei l’ha conosciuta in Romania, giusto?
- Sì, nel ristorante.
- Siete stati in un ristorante?
- No, nel ristorante dove lei lavorava, no?
- Lei non lavorava in un ristorante, ma aspetti... Ah sì, mi scusi, lei intendeva dire il carcere.
- Che caca, che cacarcere...?
- Il carcere modello di Zurpete. Non lo sapeva?
- No, il posto si chiamava Carisma, avevano dei vestiti strani...
- Sì, delle uniformi... terribile... L’hanno salvata dall’eroina, ma i loro metodi sono schifosi.
- A noi ci aveva accompagnato il postino.
- Che postino?
- Uno con la divisa azzurra, un berretto con una striscia dorata e la falce e martello.
- Ah, adesso ho capito. In lunfardo, guardiano si dice postino. Meglio che vada in bagno a vedere che non le sia venuto un altro attacco. E’ via da parecchio.
Silvia si alza portando con sé il cucchiaio da zuppa, per tenerle giù la lingua di Eubeba nel caso cerchi di mordersela.
Don Héctor si guarda attorno afferra la bottiglia di vodka e la beve direttamente dal collo. Fa per andarsene, ma il ritorno delle ragazze lo sorprende a mezz’aria. Lui completa il gesto di alzarsi con fare cavalleresco. Sistema le sedie a tutt’e due e torna a sedersi scuotendo la testa e sorridendo come quei cagnolini che si mettono sul lunotto posteriore delle auto.
- Eubeba nel bagno mi ha detto che comprende quanto possa essere difficile per lei questa situazione.
- No, per niente. Morire è peggio.
Eubeba sorride. Don Héctor cerca di vedere il lato positivo della questione. Perlomeno così non ci sarà nessuna suocera. Arriva il cibo e la conversazione si trasforma in gastronomica.
- Qui si mangia meglio che là, no Héctor?
- Là dove, in Argentina?
- No, voglio dire nel ristorante di Zurpete, quello che la parrocchia aveva avviato per raccogliere i fondi del metadone.
Don Héctor guarda il soffitto in cerca di aiuto, o per mandar giù qualcosa che gli è andato di traverso nel gargarozzo.
- Eubeba le chiede se sa cucinare.
- No.
- Va bene lo stesso, a Buenos Aires c’è un ristorante ogni cento metri. A lei piace molto andare fuori a mangiare, le piace molto la carne. Non è vero Eubeba?
Silvia tira su la bistecca con la forchetta e la mostra all’amica. Eubeba dice “Da” con la bocca piena.
Pensandoci bene, considerate le circostanze, la traduttrice è abbastanza forte. Il nobile cuore di Héctor sente nostalgia per la maniera d’essere latinoamericana. Silvia si rilassa e sorride.
- Quando Eubeba mi ha raccontato del vostro idillio, mi ha preso come dell’invidia. Lei è un uomo molto romantico, vero?
- Sì, ma la vita è dura.
Eubeba, al sentire questa parola, interviene facendo la smorfiosa.
- Duran Duran, omone brissolato...
- Come si vede che le vuole bene, no? Non le stacca mai gli occhi di dosso. E perché non vi stabilite a vivere qua?
- Qua? E che corno faccio io qua?
- Beh, con i quindicimila dollari risparmiati, vi date alla bella vita. Potete metter su un ristorante
- O un carcere...
- Scusi, non ho sentito.
- Ho detto che qui scarseggiano i ristoranti.
- Questo è il migliore. Il più romantico. Ma mi dica, ha sempre portato i baffi lei...?

© Alejandro Agresti - La sonrisa no basta
trad. Marco Castellani

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