TQR 15: 26 gennaio 2008


 

Salvate il soldato Verón

di El Moplo

Finalmente c’è qualcuno che pareggia i conti con il Parnaso e che, a suon di bidonate, fa a Julio Bocca e a Gideon Kremer, per non citarne che due, quel che loro fanno al tango. Con gli stessi metodi: “una combinazione di arroganza e ignoranza”, dice il critico del Times; e gli stessi risultati: “una sgangherata e presuntuosa aberrazione”, dice quello del Daily Mail. Stiamo parlando della Carmen allestita da Sally Potter, e coreografata e ballata da Pablo Verón, per l’English National Opera. Un teatro importante e, quel che più importa, sovvenzionato, e dunque terreno ideale per una bella ritorsione contro quei vanagloriosi. Chi ha visto The Tango Lesson, ma anche Quark ci ha fatto una puntata, certamente ricorderà lo sbilenco sodalizio artistico tra uno dei più rinomati ballerini di tango e colei che definisce sé stessa come una “perpetua outsider”. Per aspetto, flessuosità e primavere, la parola di troppo qui è “outsider”, ma questo non ha mai dissuaso Pablo dal ballare con lei in pubblico e dal mettere in pratica quel famoso slogan dei muri di Buenos Aires: “Aiuta la polizia: torturati da solo”. Del resto anche questa particolarissima forma di autolesionismo, si usted me interpreta, può venire utile alla causa del tango, o quantomeno a quella di Pablo Verón. Avevamo dunque pensato di inviare El Moplo a Londra per recensire, e possibilmente spalleggiare, la tanto sospirata rappresaglia. Purtroppo però, per “impegni presi successivamente”, El Moplo non ha potuto andare. La mancata visione dello spettacolo non gli ha comunque impedito di dire la sua. Eccola qua.

 


Una fuga consta di tre ritirate,
tre fughe fanno una merda,
sei merde una tregua,
due tregue uno sbando,
quattro sbandi una gloria
- Vecchio detto di fanteria

Le speranze, scrive Raymond Chandler in Playback, sono “as thin as a hoofer’s wallet”, sottili come il portafogli di un ballerino. Che la nostra categoria non debba sguazzare nella carta moneta è oggi una mozione cavallerescamente approvata da tutti gli impresari di questo mondo; ma che le prominenze per cui la professione è famosa non derivino da portafogli grossi come conigli, lo si sa fin dai tempi di Mae West. Tuttavia, nello slang teatrale americano da cui proviene, la parola “hoofer” non indica il ballerino classico, il pallido adepto di Tersicore, ma uno che genericamente se la ingegna con i piedi, dal ballerino di musical o di vaudeville, giù giù fino allo schivato entertainer stradale. In definitiva, un hoofer è uno “zoccolante” della danza, un realista disincantato e privo di ghiribizzi poetici che balla tenendo costantemente d’occhio il piattino delle mance. Comportamento questo che, stando a un celebre passo di Adorno, perdura anche nei modelli di eccellenza artistica, quelli chiamati a essere esemplari, gli unici ammessi a pronunciare la dispendiosa lingua di porcellana della Grande Arte. Secondo Adorno, i templi d’oro della mondanità ingentilita conservano qualcosa della bisunta trattoria dove l’hoofer somministra la sua bravura, ostinata e priva di senso come quella di cavallerizzi e acrobati, ai suoi molto più pidocchiosi mecenati. L’hoofer ha dunque uno statuto circense: è uno sportivo, un abitante della gioia, un alibi nel senso proprio del termine, e cioè un altrove dall’arte ufficiale che lo disprezza. In lui tutto è ridotto a gesto, momento, emblema; le sue ombre sono corte e non portano da nessuna parte, ma “nei suoi passi impertinenti lampeggiano esperienze di cui le grandi deduzioni ballettistiche, con tutto il loro pathos, non hanno la minima idea”. Ha un mestiere, come il funambolo, ma anche un destino, come il clown: quello di trovare un giorno la corda lasca sotto i piedi.
Nel tango un hoofer ce l’abbiamo eccome, e di livello mondiale. Ha scelto di rispondere al nome sonoro e per nulla ebraico di Pablo Verón. E’ un ballerino spesso rispettato in un ambiente di linguacce che di solito lo elogia con un’accurata mancanza di dettagli; il che equivale a diffamarlo con varianti. Non che ai suoi detrattori scarseggino gli argomenti: cos’ha fatto costui per il tango? Dove sono le sue eloquenti creazioni? Perché balla da solo? E poi è un “creìdo”, un calcolatore, un arrogante, un aguzzino di ballerine; persino i suoi maestri, che peraltro lui non cita mai, lo sopportavano a fatica: Miguel Balmaceda una volta l’ha anche messo alla porta e Antonio Todaro, il vero inventore di tutti i suoi congegni coreografici, non lo poteva vedere. Ma né il buon gusto, né qualche altrettanto docile teoria psicologica, e men che meno i referti ortopedici delle sue fragili compagne, riescono a scalfire un superhoofer come Pablo, reso in qualche modo invulnerabile dalle sue privilegiate capacità tecniche e dalla prontezza con cui sa traslocarle altrove, sotto padroni sempre nuovi. E sono nomi grossi, del music-hall, della rivista, del cinema: big spenders con i quali si trova subito benissimo. Che poi gli spettacoli di tango in cui ha ballato dopo il 1991 siano stati tutti dei lauti fiaschi, a cominciare dall’ultima disfatta del Tango Argentino presentato e subito chiuso a Buenos Aires e a Broadway (dove pure Pablo faceva coppia stellare con Guillermina), o che le sue prestazioni tanguere, con partner sempre diverse, avvengano principalmente davanti a platee inesperte, nei piccoli circuiti delle associazioni e dei festival, dove è facile fare lo sgrandone e “impresionar la gilada”, tutto questo nulla toglie alla sua rilevanza: Pablo Verón, quando gli conviene, resta uno dei pochi ballerini degni di questo titolo nel tango degli ultimi venti anni. Basti vedere il garbo, l’autorevolezza, quasi la noncuranza con cui viene a capo della sensualità sempre un po’ troppo “showy” di Geraldine, nella coreografia che chiude Assassination Tango di Robert Duvall. Ed è un gran bel ballare pur nei limiti delle due dimensioni.
Il problema è semmai che il primo a non credere nel tango è proprio lui, intanto perché gli mette dinanzi una fastidiosa compagna con la quale dovrà a volte condividere l’asse, gli applausi e addirittura il cachet; poi perché la “negatività” del tango, la sue ombre lunghe, quel suo essere espressione di brutte cicatrici, contrasta grandemente con l’esuberanza tutta assertiva della danza come l’intende Verón, senza ingombri e senza controindicazioni emotive. Eppure, diceva un santo Rabbi in un racconto cassidico, “dobbiamo far vedere al Padre che i suoi bambini sanno danzare anche al buio”. Ma con il “farolero” Pablo non attacca: è nato come tap-dancer, è tuttora un percussivo, torrenziale ballerino di tip-tap, come ben sa chi ci ha abitato sotto: una risorsa per locatori esasperati dal blocco degli sfratti. E il tip-tap non immobiliare è una danza tutta di bollicine, leggera, estroversa, brillante e soprattutto misurabile in quantità di passi e figure: quel che ci vuole per un “carancanfunfa” come lui. Peccato che sia difficile mangiarci, come con il banjo sul Mississippi o con la rappresentanza di frigoriferi tra gli Inuit.
Poi a Pablo hanno presentato Sally ed è stato un giorno storto per il tango. Non tanto perché la regista sceneggiatrice traduttrice scenografa attrice ballerina cantante e ora coreografa abbia voluto strafare nella resa cinematografica del suo diario di signorina, quanto perché mai, prima di The Tango Lesson, la specola commerciale della cultura a sopracciglio alzato era arrivata a inquadrare così da vicino le vere ragioni del tango. Meno male che chez Pabló queste difficilmente si fanno trovare in casa; lì le esperienze lampeggiano di rado. E così, invece delle annunciate nozze morganatiche tra l’ingente ballerino senz’ombra e la outsider professionale alla cui falsa modestia non mancherebbero motivi per esserlo davvero, è stato stipulato un normale e ragionevolissimo matrimonio di ragione. Entrambi soddisfatti i contraenti: Pablo del lasciapassare diplomatico per la Cuccagna; Sally, del legittimo ampliamento delle sue incompetenze. Il tutto in odor di rotocalco mondano che, come si sa, imbalsama meglio di quello delle violette, specie in anni in cui il tango aveva appena cominciato a produrre i propri becchini.
Più scivolosa è la pista su cui Pablo sta ballando proprio in questi giorni. La Carmen che Sally Potter, questa Re Mida all’incontrario, ha messo in scena a Londra e di cui Pablo Verón ha firmato le coreografie, è l’unanime candidata al premio “The turkey of the year”, la patacca dell’anno. A quanto pare, anche l’opera ha i suoi giorni storti. Pur senza cedere al bizantinismo di dar retta alle masse, e cioè alla slavina di stroncature che i critici ne hanno dato e alle venti pagine di reclami, addirittura di richieste di indennizzo, che gli spettatori imbestialiti hanno indirizzato al sito web del teatro, c’è da chiedersi se a questo punto valga la pena salvare il soldato Verón. Ha ancora un senso tentare il recupero di un saltuario patriota del tango che ormai balla solo cose che non ci riguardano? Non si farebbe prima a lasciarlo permanentemente di là, oltre le linee della Cuccagna, a calcare quegli aurei palcoscenici sbirciando il piattone del budget? Certo, la situazione è imbarazzante: Pablo si sta beccando del “superfluo”, del “puntigliosamente irritante” e dello “sciocco persino quando fa la Morte”, ma questi sono rischi del mestiere. Un hoofer ben vettovagliato resiste a lungo anche nel farsi ridere dietro. Forse allora è più opportuno chiedersi se il soldato Verón sarebbe disposto a rincasare tra le nostre pareti dorate di margarina, in questo piccolo circo dalle corde lasche. Io temo proprio di sì, innanzi tutto perché saranno i suoi stessi sponsor a, per così dire, evacuarlo: la lesa maestà al botteghino è un crimine grave anche in quella Las Vegas con pretese. E poi perché coloro che sono allo stesso tempo fideiussori ed intermediari del suo talento ramificato, vale a dire gli organizzatori di festival, stage e masterclass di tango, sperano ancora di trarre vantaggio dal suo rimpatrio. Riecco le speranze sottili eccetera. Questi mecenati, penserà Pablo, non sono poi così pidocchiosi. Conviene dunque rassegnarsi all’idea: fra non molto vedremo il soldato Verón riaffacciarsi sulle milonghe di valico e spacciare i quarantottesimi di gloria di cui sarà coperto per medaglie al valore coreografico. Si dichiarerà pronto, non illudiamoci, ad accorrere in nostro aiuto, a dare la vita per il tango di coppia. Sarà lui, il soldato Verón, a pretendere di salvare noi. Meglio allora adeguare il proverbio a portafogli più gonfi. Così, tanto per far contenta almeno Mae West.

El Moplo, ottobre 2007