
Salvate il soldato Verón
di El Moplo
Finalmente c’è qualcuno che pareggia i
conti con il Parnaso e che, a suon di bidonate, fa a Julio Bocca
e a Gideon Kremer, per non citarne che due, quel che loro fanno al
tango. Con gli stessi metodi: “una combinazione di arroganza
e ignoranza”, dice il critico del Times; e gli stessi risultati: “una
sgangherata e presuntuosa aberrazione”, dice quello del Daily
Mail. Stiamo parlando della Carmen allestita da Sally Potter, e coreografata
e ballata da Pablo Verón, per l’English National Opera.
Un teatro importante e, quel che più importa, sovvenzionato,
e dunque terreno ideale per una bella ritorsione contro quei vanagloriosi.
Chi ha visto The Tango Lesson, ma anche Quark ci ha fatto una puntata,
certamente ricorderà lo sbilenco sodalizio artistico tra uno
dei più rinomati ballerini di tango e colei che definisce
sé stessa come una “perpetua outsider”. Per aspetto,
flessuosità e primavere, la parola di troppo qui è “outsider”,
ma questo non ha mai dissuaso Pablo dal ballare con lei in pubblico
e dal mettere in pratica quel famoso slogan dei muri di Buenos Aires: “Aiuta
la polizia: torturati da solo”. Del resto anche questa particolarissima
forma di autolesionismo, si usted me interpreta, può venire
utile alla causa del tango, o quantomeno a quella di Pablo Verón.
Avevamo dunque pensato di inviare El Moplo a Londra per recensire,
e possibilmente spalleggiare, la tanto sospirata rappresaglia. Purtroppo
però, per “impegni presi successivamente”, El
Moplo non ha potuto andare. La mancata visione dello spettacolo non
gli ha comunque impedito di dire la sua. Eccola qua.
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Una fuga consta di tre ritirate,
tre fughe fanno una merda,
sei merde una tregua,
due tregue uno sbando,
quattro sbandi una gloria - Vecchio detto di fanteria
Le speranze,
scrive Raymond Chandler in Playback, sono “as
thin as a hoofer’s wallet”, sottili come il portafogli
di un ballerino. Che la nostra categoria non debba sguazzare nella
carta moneta è oggi una mozione cavallerescamente approvata
da tutti gli impresari di questo mondo; ma che le prominenze per
cui la professione è famosa non derivino da portafogli grossi
come conigli, lo si sa fin dai tempi di Mae West. Tuttavia, nello
slang teatrale americano da cui proviene, la parola “hoofer” non
indica il ballerino classico, il pallido adepto di Tersicore, ma
uno che genericamente se la ingegna con i piedi, dal ballerino di
musical o di vaudeville, giù giù fino allo schivato
entertainer stradale. In definitiva, un hoofer è uno “zoccolante” della
danza, un realista disincantato e privo di ghiribizzi poetici che
balla tenendo costantemente d’occhio il piattino delle mance.
Comportamento questo che, stando a un celebre passo di Adorno, perdura
anche nei modelli di eccellenza artistica, quelli chiamati a essere
esemplari, gli unici ammessi a pronunciare la dispendiosa lingua
di porcellana della Grande Arte. Secondo Adorno, i templi d’oro
della mondanità ingentilita conservano qualcosa della bisunta
trattoria dove l’hoofer somministra la sua bravura, ostinata
e priva di senso come quella di cavallerizzi e acrobati, ai suoi
molto più pidocchiosi mecenati. L’hoofer ha dunque uno
statuto circense: è uno sportivo, un abitante della gioia,
un alibi nel senso proprio del termine, e cioè un altrove
dall’arte ufficiale che lo disprezza. In lui tutto è ridotto
a gesto, momento, emblema; le sue ombre sono corte e non portano
da nessuna parte, ma “nei suoi passi impertinenti lampeggiano
esperienze di cui le grandi deduzioni ballettistiche, con tutto il
loro pathos, non hanno la minima idea”. Ha un mestiere, come
il funambolo, ma anche un destino, come il clown: quello di trovare
un giorno la corda lasca sotto i piedi.
Nel tango un hoofer ce l’abbiamo eccome, e di livello mondiale.
Ha scelto di rispondere al nome sonoro e per nulla ebraico di Pablo
Verón. E’ un ballerino spesso rispettato in un ambiente
di linguacce che di solito lo elogia con un’accurata mancanza
di dettagli; il che equivale a diffamarlo con varianti. Non che ai
suoi detrattori scarseggino gli argomenti: cos’ha fatto costui
per il tango? Dove sono le sue eloquenti creazioni? Perché balla
da solo? E poi è un “creìdo”, un calcolatore,
un arrogante, un aguzzino di ballerine; persino i suoi maestri, che
peraltro lui non cita mai, lo sopportavano a fatica: Miguel Balmaceda
una volta l’ha anche messo alla porta e Antonio Todaro, il
vero inventore di tutti i suoi congegni coreografici, non lo poteva
vedere. Ma né il buon gusto, né qualche altrettanto
docile teoria psicologica, e men che meno i referti ortopedici delle
sue fragili compagne, riescono a scalfire un superhoofer come Pablo,
reso in qualche modo invulnerabile dalle sue privilegiate capacità tecniche
e dalla prontezza con cui sa traslocarle altrove, sotto padroni sempre
nuovi. E sono nomi grossi, del music-hall, della rivista, del cinema:
big spenders con i quali si trova subito benissimo. Che poi gli spettacoli
di tango in cui ha ballato dopo il 1991 siano stati tutti dei lauti
fiaschi, a cominciare dall’ultima disfatta del Tango Argentino
presentato e subito chiuso a Buenos Aires e a Broadway (dove pure
Pablo faceva coppia stellare con Guillermina), o che le sue prestazioni
tanguere, con partner sempre diverse, avvengano principalmente davanti
a platee inesperte, nei piccoli circuiti delle associazioni e dei
festival, dove è facile fare lo sgrandone e “impresionar
la gilada”, tutto questo nulla toglie alla sua rilevanza: Pablo
Verón, quando gli conviene, resta uno dei pochi ballerini
degni di questo titolo nel tango degli ultimi venti anni. Basti vedere
il garbo, l’autorevolezza, quasi la noncuranza con cui viene
a capo della sensualità sempre un po’ troppo “showy” di
Geraldine, nella coreografia che chiude Assassination Tango di Robert
Duvall. Ed è un gran bel ballare pur nei limiti delle due
dimensioni.
Il problema è semmai che il primo a non credere nel tango è proprio
lui, intanto perché gli mette dinanzi una fastidiosa compagna
con la quale dovrà a volte condividere l’asse, gli applausi
e addirittura il cachet; poi perché la “negatività” del
tango, la sue ombre lunghe, quel suo essere espressione di brutte
cicatrici, contrasta grandemente con l’esuberanza tutta assertiva
della danza come l’intende Verón, senza ingombri e senza
controindicazioni emotive. Eppure, diceva un santo Rabbi in un racconto
cassidico, “dobbiamo far vedere al Padre che i suoi bambini
sanno danzare anche al buio”. Ma con il “farolero” Pablo
non attacca: è nato come tap-dancer, è tuttora un percussivo,
torrenziale ballerino di tip-tap, come ben sa chi ci ha abitato sotto:
una risorsa per locatori esasperati dal blocco degli sfratti. E il
tip-tap non immobiliare è una danza tutta di bollicine, leggera,
estroversa, brillante e soprattutto misurabile in quantità di
passi e figure: quel che ci vuole per un “carancanfunfa” come
lui. Peccato che sia difficile mangiarci, come con il banjo sul
Mississippi o con la rappresentanza di frigoriferi tra gli Inuit.
Poi a Pablo hanno presentato Sally ed è stato un giorno storto
per il tango. Non tanto perché la regista sceneggiatrice traduttrice
scenografa attrice ballerina cantante e ora coreografa abbia voluto
strafare nella resa cinematografica del suo diario di signorina,
quanto perché mai, prima di The Tango Lesson, la specola commerciale
della cultura a sopracciglio alzato era arrivata a inquadrare così da
vicino le vere ragioni del tango. Meno male che chez Pabló queste
difficilmente si fanno trovare in casa; lì le esperienze lampeggiano
di rado. E così, invece delle annunciate nozze morganatiche
tra l’ingente ballerino senz’ombra e la outsider professionale
alla cui falsa modestia non mancherebbero motivi per esserlo davvero, è stato
stipulato un normale e ragionevolissimo matrimonio di ragione.
Entrambi soddisfatti i contraenti: Pablo del lasciapassare diplomatico
per
la Cuccagna; Sally, del legittimo ampliamento delle sue incompetenze.
Il tutto in odor di rotocalco mondano che, come si sa, imbalsama
meglio di quello delle violette, specie in anni in cui il tango
aveva appena cominciato a produrre i propri becchini.
Più scivolosa è la pista su cui Pablo sta ballando
proprio in questi giorni. La Carmen che Sally Potter, questa Re Mida
all’incontrario, ha messo in scena a Londra e di cui Pablo
Verón ha firmato le coreografie, è l’unanime
candidata al premio “The turkey of the year”, la patacca
dell’anno. A quanto pare, anche l’opera ha i suoi giorni
storti. Pur senza cedere al bizantinismo di dar retta alle masse,
e cioè alla slavina di stroncature che i critici ne hanno
dato e alle venti pagine di reclami, addirittura di richieste di
indennizzo, che gli spettatori imbestialiti hanno indirizzato al
sito web del teatro, c’è da chiedersi se a questo punto
valga la pena salvare il soldato Verón. Ha ancora un senso
tentare il recupero di un saltuario patriota del tango che ormai
balla solo cose che non ci riguardano? Non si farebbe prima a lasciarlo
permanentemente di là, oltre le linee della Cuccagna, a calcare
quegli aurei palcoscenici sbirciando il piattone del budget? Certo,
la situazione è imbarazzante: Pablo si sta beccando del “superfluo”,
del “puntigliosamente irritante” e dello “sciocco
persino quando fa la Morte”, ma questi sono rischi del mestiere.
Un hoofer ben vettovagliato resiste a lungo anche nel farsi ridere
dietro. Forse allora è più opportuno chiedersi se il
soldato Verón sarebbe disposto a rincasare tra le nostre pareti
dorate di margarina, in questo piccolo circo dalle corde lasche.
Io temo proprio di sì, innanzi tutto perché saranno
i suoi stessi sponsor a, per così dire, evacuarlo: la lesa
maestà al botteghino è un crimine grave anche in quella
Las Vegas con pretese. E poi perché coloro che sono allo stesso
tempo fideiussori ed intermediari del suo talento ramificato, vale
a dire gli organizzatori di festival, stage e masterclass di tango,
sperano ancora di trarre vantaggio dal suo rimpatrio. Riecco le speranze
sottili eccetera. Questi mecenati, penserà Pablo, non sono
poi così pidocchiosi. Conviene dunque rassegnarsi all’idea:
fra non molto vedremo il soldato Verón riaffacciarsi sulle
milonghe di valico e spacciare i quarantottesimi di gloria di cui
sarà coperto per medaglie al valore coreografico. Si dichiarerà pronto,
non illudiamoci, ad accorrere in nostro aiuto, a dare la vita per
il tango di coppia. Sarà lui, il soldato Verón, a pretendere
di salvare noi. Meglio allora adeguare il proverbio a portafogli
più gonfi. Così, tanto per far contenta almeno Mae
West.
El Moplo, ottobre 2007
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