TQR 15: 26 gennaio 2008


 

Tango chinein

di Marco Castellani

Da quando il tango fa rima con business, le milonghe sono infestate di esibizioni. Uno non può più andare a ballare senza che a un certo punto non sia costretto a sedersi e subire le prestazioni di un qualche fenomeno locale o di passaggio. Sono momenti vetrinistici che ribassano la milonga a showroom e i milongueros a potenziali compratori di tegami. I periodici assembramenti denominati festival, poi, sono sede di lunghi spettacoli, con cambi di costume e coreografie di gruppo. Pur di esibirsi, i performers non fanno gli schizzinosi sulle luci, né sui quattro fronti che costringono tre lati del pubblico pagante a vedere i ponteggi di un salto o il retro di una posa. Lo schermo congressuale, e più tardi Internet, si incaricheranno di dilatare l’assenza di pathos oltre i suoi limiti fisici. Naturalmente non è sempre stato così. Quando la milonga era fuori dal mercato, le esibizioni erano rare e avevano tutt’altro senso: si chiedeva a una coppia nuova di “presentarsi in società” o si ballava per rendere omaggio a qualcuno. La danza degli esibenti era sempre sobria e senza trucchi, per rispetto a chi li onorava standosene seduto a guardarli. Nessuno andava a insegnare la guerra di Troia a Omero. Oppure c’erano le esibizioni, previamente dichiarate, di tango-fantasia: un genere a sé, dove invece tutti i trucchi erano validi per suscitare stupefazione. I nostri saggi predecessori sapevano distinguere la destrezza dalla profondità e gioire di entrambe. Oggi, nella milonga che canta e che soprattutto conta, gli “artisti senza spiegazione”, una spiegazione ce l’hanno eccome. E’ quanto ripete da anni Marco Castellani - un giorno da indiano, un giorno da sceriffo - anche nel pezzo che segue.

 


Ancor più della sala da concerto, come invece diceva Adorno, è la sala da ballo il luogo dell’armistizio tra musica e società. Chissà se gli attuali elogiatori dei contatti umani, quelli che ritengono che si viva ancora guardandosi negli occhi, e i portavoce del “brontolar danzando”, che continuamente invocano ordine e buone maniere nelle screanzate milonghe di oggi, si riterrebbero soddisfatti dell’enorme striscione che ammonisce i sottostanti: VIETATO IL BALLO STACCATO.
Questo reportage televisivo che cinquanta anni fa voleva vederci chiaro sulla presunta sospensione delle ostilità, ci mostra un dancing milanese in piena attività. Nel 1957 in Italia c’è il boom delle balere, oltre che delle tregue. A quanto pare, è tutto un rimboccarsi di maniche: bisogna ricostruire, integrarsi, partecipare, e dunque ballare, possibilmente belli attaccati. Non siamo poi così lontani dal Santa Fé Palace descritto da Julio Cortàzar nelle Porte del cielo. Stesse luci al neon, stessi altoparlanti, stesse acconciature navali. Una differenza di cartacce, forse; e poi, meglio specificarlo, la musica: là il tango argentino, qua il nostro; là il malambo, la ranchera e i ritmi tropicali, qua il liscio e i ritmi europei.
Una panoramica e qualche intervista ci dicono che non solo la coppia è obbligatoria, ma anche il fumo di sigaretta nazionale per gli uomini e golfini e nei per le donne. Abbondanti sono anche i geometri chitarristi in maglione tubolare.
La serata è importante: da un paesino delle Quattro Province sono attesi due specialisti di Polca “Chinein”, la spettacolare e difficilissima polca “a chinino”. Sono due uomini, com’è tradizione nella Filuzzi, in questo caso un elettrauto e un gasista, entrambi tirati a lucido, in “completo” settentrionale e fazzoletto nel taschino. Un flashback ci ha già fatto conoscere le loro belle faccione proletarie, sorridenti e orgogliose come dopo un lavoro ben fatto. Tre volte alla settimana provano i “frulli” in officina, tra le 6 e le 7 del mattino, prima di andare a lavorare. La telecamera li ha “sorpresi” in tuta blu, pipa ricurva in bocca, mentre leggono un libro: ci tengono a far sapere che sono due ingentiliti, due operai alla Brecht.
L’esibizione milanese è strabiliante. Inizia con una serie di piroette popolari, poco accademiche e molto fuori asse, così, tanto per scaldarsi. La musica è una polca forsennata, in 2/4 come la milonga. Si scambiano frequentemente i ruoli, girando in senso antiorario per tutta la pista, a velocità crescente. Poi l’exploit che manda in visibilio la platea. Abbrancati per le braccia, frullano vorticosamente mentre si chinano, piegando le ginocchia. Sempre più veloce, sempre più giù, sempre più chinati: una trottola umana alta un metro che prilla per i quatto punti cardinali, tra gli applausi e le urla d’incitamento. Alla fine un bell’inchino e un altro sorrisone a quattro ganasce. All’intervistatore rivelano un piccolo trucco: cravatte con bottoni a scomparsa, onde evitare scudisciate centrifughe. E due tipi di brillantina sovrapposti.
Cinquanta anni dopo, in un dancing milanese talvolta riconvertito a tanguerìa, si esibiscono i fratelli Guillermo ed Enrique De Fazio, alias Los Hermanos Macana, qualcosa come I Fratelli Disgrazia. Sono giovani, argentini al 200%, ballano il tango da dieci anni e formano coppia fissa da almeno tre. Nessun documentario li ha mai beccati in tuta, né con un libro in mano. E se fumano la pipa, lo fanno di nascosto, come tutti. Indossano entrambi un doppiopetto color scimpanzé e scarpe di vernice di lunghezza consentita in aereo. Non dimenticano mai il fazzoletto nel taschino. Quante brillantine si mettono, non saprei: un ettogrammo di Lord Cheselin di solito dura per tutta la tournée.
Il loro show è stato preparato con cura ed è prevedibilmente pirotecnico: questa sera ballano un tango, Malajunta, e una milonga, Reliquias Porteñas. Fanno la donna a turno: ciò dà loro licenza per gag e ammiccamenti a non finire. Ecco un calcio nel sedere, un equivoco divertente, la gomitata alla Franco Franchi.
Per esser bravi, sono bravi: di quella bravura “priva di senso” tipica degli artisti circensi. Ma di questi forse non conoscano le lacrime e di sicuro i repentagli.
Ganci, traspié, voleos, non si fanno mancare niente: il repertorio del tango è lastricato di pietre preziose e basta chinarsi a raccoglierle. Tango chinein, appunto. Velocità, ritmo, pim pum pam... devono vendere in fretta, prima che la mercanzia riveli i suoi difetti. Da quando il tango è diventato una cosa da dritti, i ballerini oculati si tengono lontani da drammi, cerimonie ed incantesimi. Mordono le corna al toro, piuttosto, come fece quel matador prima che Hemingway gli togliesse il difetto con due cartoni. Papa odiava le gimmick e in generale le smargiassate non sue.
E allora giù altre capriole, altra verdura. Il tango dei Fratelli Disgrazia scodinzola più del fatidico cane con due code. Un tornado d’applausi riconferma infine la connivenza reciproca degli estroversi. Più armistizio di così...

Fino a qualche anno fa, sulla parete nord della Galeria del Tango, quella vicino al bar e allo specchio funzionante, c’era appesa una locandina leopardiana: NOTTE DI STELLE FAMILIARI. E’ il 1954 e vi si annuncia come una gran notizia il clou della stagione sociale di Boedo. Un ballo familiare, lo dice la parola stessa, con los mejores ritmos modernos, infarcito però di numeri d’attrazione, come quello di Saltarìn Higgins, autore di balzi famosi, di Madame Tussaud, mimo statico, e di Chas Canasta, mentalista da salón e piegatore di forchette a distanza. Vi sono anche due esibizioni di tango: nella categoria tango-fantasia, i diversamente sottolineati Gemelli Malacarne (Jorge e Domingo); nel tango-salón, Lalo e Josefa, gli “ispettori dei battiscopa”. Quelli intrattengono il pubblico con salti e funambolismi di ogni genere, questi astenendosene.
Anche oggi come allora, la danza rasoterra ha il suo perché e, se chi guarda è bravo, il tango liso può destare altrettanta sensazione di quello infiorettato. Dice Carmelo Bene che “quando una Madonna di Raffaello mi commuove, il merito è mio e soltanto mio”. Sì, ma ci vuole sempre Raffaello: bisogna molto sentire per far sentire.
La contraddizione che disanima gli ingombranti performers contemporanei è tutta qui: nonostante gli sforzi del pubblico, la distanza tra coloro che si esibiscono e il resto della milonga raramente appare incolmabile. Di senza senso non c’è più neanche la bravura. Grazie all’abilità diplomatica con cui le due principali derive demagogiche del tango recente, ossia i cosiddetti milonguero® e nuevo, smorzano e dirottano il desiderio d’incanto degli spettatori verso le loro povere merci, il tango è ormai alla portata di tutte le insensibilità. Non si ravvisa più prodezza nel “semplice” camminare abbracciati, né brividi in qualsivoglia beau geste tecnico. Gli showmen della milonga badano ai loro bilanci, non alla nostra disponibilissima meraviglia.
E allora perché dovremmo sederci a guardare le “ricerche”, le “improvvisazioni”, le eterne impalcature di un tango inabitabile quanto il cantiere che dice di essere? Perché dovremmo applaudire gli sciroppini e i passi falsi di questi sagomati dagli sbadigli? Meglio il samurai che inaugura gratuitamente la sua spada nuova su un passante: perlomeno lui la gilada la impressiona. Al confronto dei melensi esibizionisti di oggi, anche le star del bislacco firmamento di Boedo, ivi compresi gli inestricabili Malacarne e i due pavimentisti perimetrali, sono artisti più sinceri e pertinenti. Persino nelle tanto rovistate scaturigini del tango, commozione o sbalordimento sono l’obiettivo minimo di chi si presenta in pubblico. I payadores agonistici che si sfidano su temi patriottici, il Rengo Bibiloni che zapatea sul suo unico piede, l’Alemàn Bernstein che suona il bandoneón e beve birra nello stesso tempo, l’introvabile Uomo-Proiettile che si fa sparare via cantando Adiós Muchachos, si dannano l’anima pur di intenerire le gradinate del circo criollo dei Podestà, nella durissima Buenos Aires a cavallo tra 800 e 900.
Non così l’attuale milonga showmanizzata, che baraonda non genera in nessun petto. Semmai ci fa rimpiangere Beppe Maniglia, epigono bolognese dell’Indio Pulmón, che un breve batticuore almeno ce lo dà, facendo scoppiare le borse dell’acqua calda a forza di soffiarci dentro.
Dunque, ha ragione Céline, uno che di danza e di ballerine se ne intende: “l’Emozione è tutto nella vita / e quando siete morti è finita”. La canzone apre Guignol’s Band, epopea di una confraternita di guitti che molto assomigliano a quelli di una vecchia locandina di Boedo: guitti romantici e mai chini che qui vogliamo ricordare e, a nostra volta, riverire.

A proposito di riverenze: secondo Fortini, “la poesia deve sbarazzarsi di ogni mezzo d’attrazione, di tutto il suo zelo di consumo e utilità, se non vuole distruggere proprio ciò che si vanta di coltivare”. Lo stesso dovrebbe fare il tango, almeno secondo me. Tuttavia, a giudicare dai cartelloni che foderano questa Milano depressa e riluttante alla spesa natalizia, c’è chi ha l’intenzione opposta: IL TANGO COSI' NON L’AVETE MAI VISTO.
Eccoci serviti. Se una volta a consolare i rimasti tra Natale e Capodanno arrivava la rivista brasiliana, adesso arriva la rivista argentina. Il tango sbaraglia le Oba Oba nel cuore dei milanesi e, di riverenza in riverenza, avanza a capo chino verso il disastroso successo. Suo evidente core business è l’attrazione ad ogni costo. Ma per quanto smaccata, la promessa del mai visto viene mantenuta subito: la foto del cartellone è stampata a specchio e Miguel Angel Zotto vi compare rovesciato come un calzino, mentre abbraccia la compagna di sinistro. E’ già qualcosa: come il Generale Perón, Zotto cumple.
La sua Tango x 2 è una delle comitive di tango più note e longeve nell’attività taumaturgica denominata intrattenimento. Fin dai tempi in cui la reggeva in duumvirato con Milena Plebs, il tango mai visto l’ha fatto vedere più di una volta. Il remake di Gardel, la citazione di Rodolfo Valentino, l’acquerello delle milonghe d’antan... anche per il tango che rimane invisibile, uno non deve cercare altrove. Senza contare gli spettacoli antologici che implacabilmente riepilogano le coreografie storiche agli sbadati cui fossero sfuggite. Diciamo che Tango x 2 il tango mai visto ce l’ha bello collaudato.
Allora, quali novità visuali dobbiamo attenderci da questo ulteriore Buenos Aires Tango? Già il titolo non è originale - la comitiva franco-argentina che l’ha usurpato per quindici anni la pol andér a spazér la muntagnòla (anche mio nonno è di Bologna) - e profuma di chiuso, di caveau. Un lascito improvviso? Qualche giacenza sarà portata alla luce? Un nuovo filone affiorerà dai meandri del mercato? Un contumace sarà recuperato al palcoscenico? Ne dubito: lo slogan intende piuttosto stanare il pubblico fresco, quello che davvero il tango non l’ha mai visto e a cui, da adesso in poi, spetta il lavoraccio di non vederlo in anticipo. Lo spettatore di tango deve stare attento a quel che vede o al massimo limitarsi al rivedere. Si trova cioè nella stessa situazione dei fedeli di Nôtre Dame, ai quali un cartello impone di “limitarsi a invocare l’indispensabile”.
A scanso di visioni premature, Miguel Angel si reca tutti i giorni in televisione a esporre il tango che persino gli alpigiani conoscono a memoria. Qualche estratto dal nuovo spettacolo lo balla, ma solo fino a un certo punto. In questo gli viene utile Daiana Guspero, la bella signorina con cui ha messo su questa impari coppia. Anche il sinfonico Nochero soy di Pugliese viene eseguito solo fino a un certo punto da un’orchestra di pignorati, e tanto varrebbe suonarlo col clacson.
La carenza di altopiani o di quote idonee negli studi televisivi impedisce a Zotto di sguainare l’arma segreta: il passo penzolante fuori dal palcoscenico. “Un passo difficilissimo e - ovviamente - mai fatto prima”. Vallo a dire a Frank Zappa dopo il fattaccio di Montreux. La bravata, “che verrà espletata in teatro da tutta la compagnia”, vorrebbe indurre il pubblico alla pelle d’oca, al crepacuore. A parte il fatto che il suspense prolungato è per tutti fuorché Oscar Wilde una forma di scortesia, temo che gli irritati spettatori tiferanno piuttosto per il suolo e si limiteranno, stavolta volentieri, a invocare l’indispensabile.

Da fuori, la Casa del Popolo sembra proprio questa: ecco la scalinata rumena, la targa “Qui Mangiapreti”, il bandierone rosso con l’Edera al posto della Falce e Martello. Dovremmo essere a Gambettola, nella bassa cesenate. Dico dovremmo perché al sabato sera non facciamo molto caso alla rotta: andiamo dove ci dice la benzina e stasera siamo venuti a 12.000 lire, tre carte a testa. Lo so, secondo Fonzie Fonzarelli il sabato è notte da pivelli, ma è anche l’unica in cui il padre di Usto ci presta l’850. Color caffellatte, naturalmente, corretto dagli adesivi. Dobbiamo stare attenti a dove parcheggiamo: questa è la capitale europea della rottamazione e del recupero ferrosi. C’è anche il monumento. Di un bel color caffellatte, tra l’altro.
Alla Casa del Popolo si balla, e tanto basta alla nostra piccola psichedelia. La sostanza va però corroborata: non si pretenderà di studiare l’astronomia a occhio nudo? Questa l’ha detta John Lennon, uno che non rimediava con lo Zabov. Qui però non avremo problemi: al Popolo servono vino serio, mica gazzosine da stilisti. A me poi piace il Pagadebit, innanzi tutto per il nome. Bei tempi quando gli esattori li tacitavi con un bicchiere. Ma adesso, a metà anni ‘70, la tecnica bancaria ha fatto progressi da gigante. Sono astemi.
Foriamo il nebbione ed entriamo. Nei pressi del bancone, ci sono due poster: Luciano Lama, nato qui, e Federico Fellini, che qui faceva le vacanze, entrambi con dedica a pennarello. C’è anche il Pagadebit: lo dicevo, io. Dal piano superiore arriva della musica ritmata. Abbiamo tutti l’età in cui una batteria è una cosa importante. Pier Paolo Pasolini, corretto da me.
- Perché non andate su che ci sono tre ragazzi che suonano?
- Se è gratis...
I tre ragazzi hanno invece l’età in cui una fisarmonica era ed è rimasta una cosa importante. Il bassista è anche cieco, cliente ideale di quelle scarpe allo zabaione.
L’ambiente è fumoso, per via delle finestre aperte. I tavolini sono di fòrmica, le signore in ghingheri, gli uomini paonazzi. L’allegria sembra contagiosa, ma siamo vaccinati. Ci siamo portati su le bottiglie necessarie a un’eroica resistenza.
Mi invitano subito. Ma quale cabezeo... sono l’elegantone della brigata e il mio tight alla Groucho Marx "fa ambasciatore” anche nei centri rurali.
Vanda “con la V normale” è la prima:
- Chi s’è sposato?
Trasloco immediatamente nelle braccia di Dirce e poi in quelle di Angiolina, come mia nonna. Evito di dirglielo per tatto coreografico. Un diplomatico non fa gaffe.
- Meno male che ci siete voi giovani... Se no, com’è il domani della Filuzzi?
- Lungo, milady. La Filuzzi will never die... - Ditemi voi se non ho avuto ragione.
Valzer e ancora valzer, che è quello che mi viene meglio e l’unico suonato dai veterani. Anche il tango lo suonano in tre quarti, come Salgàn, lo Strauss del Rio De La Plata.
Al secondo tango viennese mi tocca cedere l’Italia a suo marito, un prenotato: più o meno quello che sta facendo il governo nella sua resa agli zuavi pontifici. Del resto, in tutte le milonghe del mondo il sabato è “coniugale”. Fonzie starebbe in casa anche ad Almagro.
- Attenzione, attenzione... - un uomo si erge in mezzo alla pista.
Ci siamo, mi dico, ecco l’annuncio del Segretario della sezione di Stepancikovo che fa precedere la discussione sui progetti della nuova fognatura da alcune considerazioni sulla situazione della lotta di classe a livello mondiale. Invece no, è un’esibizione. Non si scappa. Vai col Pagadebit.
- Compagne e compagni, interrompo solo per un attimo il vostro spasso per presentarvi un giovane fenomeno del trombone. Prima però voglio che tributiate a questi ragazzi di Ferrara un applauso di benvenuto. Grazie, tornate a trovarci, qui siete a casa vostra.
Senti chi parla. Il pugno chiuso leggermente rialzato ci sembra un ringraziamento garbato. Voilà.
- Come vi dicevo, ecco il trombonista: mio figlio Gunnar.
Figlio suo e di una svedese cuccata in riviera. L’oriundo biondino-romagnolo va sul sicuro e ci suona Bandiera Rossa, con svisate e tutto. Successo concorde di pubblico e critica, ma il padre non è contento:
- Le sorprese non finiscono qui. Sabato scorso ci avevano fatto una promessa e ora sono tornati a mantenerla. Due affidabili... due virtuosi del liscio, del latino, di quello che volete. Il loro forte è la traiettoria, ma vanno bene anche nella giravolta. Ecco a voi... i completi Sabrina e Gianlucaaa...
Non c’è niente da fare, questi esibizionisti sono una piaga. Si godono la primavera che tolgono agli altri. Un verso di De Andrè.
Entrano due indigesti muñecos de torta, le statuine della torta nuziale che proprio per questo non si mangiano. Ecco qui chi s’è sposato, cara la mia Vanda con la V normale. E tu, Gianluca, mi fai schifo, sappilo. Specie con quel tight marxista copiato all’Ambasciatore di Ferrara, ora ostaggio del tuo happening settimanale.
Speriamo almeno che ballino L’Inno dei Lavoratori o i Morti di Reggio Emilia. Macché: ci danno dentro con gli standard, in due sopra quattro gambette e con un vassoio di stronzi per abbraccio. Fanno tutta la sfilza. Il loro tango simpatico è una cosa che prende allo stomaco.
E così distolgo lo sguardo. E’ il momento della riflessione personale. Queste meraviglie i desti non le vedranno mai e io non oserò ricordarmele. Di sicuro non a occhio nudo. Gambettola, paese di scasso e smaltimento. Così è anche il resto. Dove sarà l’astronomia? Cosa mi staranno organizzando le sfere celesti? Da qui le stelle sono mingherline, gli equinozi tutti storti... la sproporzione non mi dà quartiere. Forse a Buenos Aires, sotto il suo cielo al revés, una musica ci sarà che...
Usto mi interrompe con un cabezeo:
- Hai letto là cosa dice?
La nutazione mi indica il fondo della sala, ma i miei occhi poco astronomici non ci arrivano. Mi tocca il dribbling tra i due esibenti che ancora volteggiano a nasi girati. E là, sul muro dietro alla “struttura” del ciclostile, leggo finalmente il cartello. Tutto si tiene a questo mondo: QUI DENTRO SONO PROIBITE LE SCENE ROMANTICHE. Lo dicevo, io.

Marco Castellani