TQR 14: 29 settembre, 2007


 

Il peggior soprano del mondo

di Patricio Lennard

A Buenos Aires c'è un cantante di tango molto conosciuto nell'ambiente per le sue stecche portentose. Lo chiameremo Gomez, anche se si è scelto un nome molto più tanguero. E' così stonato che, quando si è sposato, alla fatidica domanda "Vuoi tu Gomez..." ha risposto "Si bemolle". I perfidi musicisti che l'accompagnano dicono che canta ogni giorno peggio, e che oggi sta cantando come domani. Quando vanno a registrare con lui fanno testamento, come prima di una battaglia decisiva. Una volta il capo-squadriglia dei suoi chitarristi, al termine di una prova, ha detto ai suoi compagni: "Allora muchachos, adesso questa battuta di 4/4 la facciamo durare 3, il Do maggiore lo suoniamo minore e questo Fa diventa Fa diesis..." "E io cosa devo fare, maestro?" "Lei Gomez canti esattamente come prima..."
Avendolo ascoltato dal vivo solo una volta, non posso dire se Gomez è il peggior cantante di tango di tutti i tempi, anche se Pichuquito, il bandoneonista principe de "La peña del transportista" - ovvero "Il locale del camionista", una leggendaria trasmissione radiofonica notturna in cui si dava la possibilità a tutti, ma proprio a tutti, di cantare un tango con dei veri musicisti - sembra appoggiare questa candidatura. Però sono sicuro che Gomez, anacronismo a parte, sarebbe stato il telonero ideale in un concerto di madame Jenkins, il peggior soprano della storia, che qui vi presentiamo in un appassionato ritratto di Patricio Lennard.

 


Si può cantar male. Si può cantar malissimo. Però non si può cantare come Florence Foster Jenkins. Borges pensava che stabilire una gerarchia esatta non è importante dato che la letteratura non è una gara: nel canone letterario le classifiche non contano. Ma allora a che cosa si deve la tentazione di definire chi è stato "il peggiore" in una certa disciplina artistica? E' risaputo che la celebrazione del talento. in un mondo dove il brutto è bello (secondo "il buon gusto del cattivo gusto", come diceva Susan Sontag), implica una sospensione del giudizio estetico corrente. Nel momento in cui insediamo qualcuno sul trono del "peggiore di tutti", c'è qualcosa che ci spinge a credere che costui non sappia fino a che punto sia cattivo nella sua opera: gli artisti che ci affascinano con la loro pessima arte lo fanno appunto perché li presumiamo innocenti.
Florence Foster Jenkins, la peggior cantante lirica di tutta la storia dell'interpretazione musicale, non solo non sentiva imbarazzo a mettersi sullo stesso piano dei più rinomati soprani degli anni 30 e 40, come Frieda Hempel e Luisa Tetrazzini, ma arrivava perfino ad ascoltare per ore intere le sue stesse registrazioni, comodamente seduta nel salotto di casa. Un gesto questo che, venendo da una che non cantò mai correttamente una sola nota e il cui affanno per arrivare al registro acuto nelle difficilissime arie che aveva scelto può essere paragonato allo sforzo di chi pretenda di scalare una montagna con due stuzzicadenti, lascia intravedere una manifesta incapacità di ascoltare ciò che faceva con la voce.
Nata nel 1868 a Wilkes-Barre, Pennsylvania, in seno a una famiglia benestante, Florence Foster Jenkins debuttò in pubblico come cantante nel 1912. Da piccola aveva ricevuto lezioni di musica e di piano, ma a 17 anni, di fronte al rifiuto del padre a che continuasse gli studi musicali all'estero, se ne scappò a Filadelphia con Frank Thornton Jenkins, un medico che dapprima diventò suo marito e da cui poi si separò pochi anni più tardi. Dopo di che, dovette guadagnarsi da vivere come maestra di musica e pianista almeno fino al 1909, anno della morte del padre. Erede di una cospicua fortuna, visse in seguito senza troppe preoccupazioni e potè finalmente riprendere a briglia sciolta il suo vecchio sogno di cantante. Un sogno che suo marito e la sua famiglia, più coscienti di lei delle sue scarsissime doti, avevano cercato di scoraggiare in tutti i modi. Florence, però, si era sempre dimostrata sorda, e non solo nei confronti dei moniti familiari.
Così, esaltata com'era, ricominciò a prendere lezioni di canto e a realizzare alcuni recital in varie città del suo paese, costruendosi presto una fama di diva freak e stravagante. Fu però la decisione di fare il gran salto e traslocare a New York che la fece diventare una figura di culto. Una volta lì, Florence Foster Jenkins si mise a frequentare il piccolo mondo musicale, acquisendo una certa notorietà tra i colleghi. Enrico Caruso si dice fosse uno dei suoi estimatori. Una notorietà che si reggeva soprattutto sui concerti privati che teneva una volta all'anno nell'auditorium del Ritz-Carlton, davanti a un nutrito gruppo di amici, ammiratori, cantanti e critici che lei stessa si prendeva la briga di invitare.
"La gente potrà dire che non canto bene, però nessuno potrà mai sostenere che non abbia cantato", sentenziò una volta la Foster Jenkins, consapevole del sarcasmo di cui era oggetto e dei nomignoli come "diva delle stecche" che si era guadagnata. Critiche beffarde che, invece di influire negativamente sulla sua reputazione, le crearono intorno un certo alone di leggenda: paradossi del giornalismo e, naturalmente, credulità del pubblico. Non a caso furono proprio l'entusiasmo dei suoi ammiratori e il desiderio di ascoltarla di coloro che non ne avevano mai avuto l'opportunità a farle accettare l'idea cui aveva resistito per lungo tempo: cantare nientemeno che alla Carnegie Hall, il più prestigioso teatro newyorkese. Il recital ebbe luogo il 25 ottobre del 1944, a biglietti esauriti con varie settimane d'anticipo. Florence aveva 76 anni.
"Non c'è stato istante del concerto in cui non abbia dato il meglio di sé", scrisse un giornalista il giorno dopo di quello che fu indubbiamente il momento di apoteosi nella carriera di Florence Foster Jenkins. Un commento che proprio perché non ricalca il tono burlesco delle altre recensioni, sembra smentire la convinzione generale che lei cantasse così a proposito, che tutto fosse solo un gigantesco scherzo.
Basta ascoltare una qualunque delle arie e canzoni che lei ha registrato in trenta anni di carriera e che sono state poi riunite in un disco intitolato "La Gloria della voce umana", per rendersi conto che non c'è alcuna volontà autoparodica, ma che anzi c'è fin troppo autocompiacimento. Elementi che saltano all'orecchio, per esempio, in una delle "gemme" del volume, la sua versione dell'Aria della Regina della Notte, dal Flauto Magico di Mozart. Qui, la Jenkins ha addirittura la sfacciataggine di aggiungere alla fine della partitura un fa sovracuto che non esiste e che lei d'altronde non riesce a raggiungere, essendo la sua voce del tutto inadeguata al registro. Un "ritocco" che si deve all'astuzia tipica del belcanto, quella di arrivare all'apice del "virtuosismo" proprio al momento dell'applauso. Questa specie d'espediente, le fioriture e le difficoltà messe a maggior gloria del solista, ebbe la sua massima espressione nell'opera del XIX secolo, ma era praticamente impensabile nel classicismo mozartiano. Non paia strano, dunque, che nella "Regina della Notte" le stonature di Florence Foster Jenkins raggiungano il loro massimo livello. La sua miglior/peggiore performance trova fondamento nelle difficoltà insite nella parte, ma anche nella disastrosa pronuncia della cantante: impossibile capire se stia cantando in tedesco o in una qualche altra lingua. Non molto distante dalla catastrofe numero uno si situa l'esecuzione dell'aria "delle campane", dal Lakmé di Leo Delibes, un pezzo che di solito i soprani eseguono quando sono nel fulgore della carriera e che Florence invece massacra con i suoi arabeschi pressoché gallinacei. Sono questi dei pezzi che sicuramente lei cantò nella notte della sua consacrazione alla Carnegie Hall, davanti a una sala stracolma che fu testimone inconsapevole della sua ultima apparizione in pubblico. Perché il 26 novembre 1944, esattamente un mese dopo, Florence Foster Jenkins morì.
Nel Grove Music, il catalogo enciclopedico più completo che esista nelle questioni musicali, non c'è nessuna voce che la riguardi. Un'omissione alquanto strana, specie se si ritiene che a Florence Foster Jenkins, il peggior soprano di tutti i tempi, dovrebbe davvero spettare un posto nella storia della musica, anche se non proprio tra i primi. Non meno strano, e per gli stessi motivi, è che la sua vita non abbia meritato finora un film o una biografia. Solo negli ultimi anni, a Broadway e a Londra, sono andate in scena due pièce teatrali ispirate alla sua persona, nelle quali le protagoniste hanno accettato la sfida all'incontrario di riprodurre il suo modo di cantare. Un'impresa che ha richiesto loro un'imitazione fedele delle sue tipiche note calanti, della sua voce ingolata, della sua mancanza di ritmo, dello scompiglio armonico derivante dagli strampalati quarti di tono da lei profusi a mani basse; e, al pianista che le accompagnava, un'inventiva da giocoliere per sostenerla nei salti mortali che faceva lungo la scala musicale.
Se poi si tratta di fornire un'ulteriore prova dell'incapacità di Foster Jenkins di sentire come cantava, basti dire che la maggior parte delle sue registrazioni sono state effettuate in una sola seduta. Solo una volta ebbe un dubbio e telefonò subito allo studio per dire che era non era soddisfatta della nota finale di un'aria registrata il giorno prima. Al che Mera Weinstock, direttrice del Melotone Studio, le rispose: "Mia cara madame Jenkins, lei non si deve preoccupare di nessuna nota in particolare, gliel'assicuro."
Storie come questa non appannano la brillantezza del mito personale della divina Florence. Un'altra volta, nel 1943, ebbe un incidente in taxi che la impressionò molto. La paura provata nella collisione provocò a suo dire un'estensione tale del registro alto da permetterle di arrivare a quel famoso fa sovracuto. Invece di far causa all'azienda di taxi, regalò all'autista una costosissima scatola di sigari cubani. Un altro aneddoto memorabile è quello che riguarda la sua performance attoriale di uno dei suoi temi prediletti: una canzona popolare spagnola intitolata "Claveles rojos", di cui, inspiegabilmente, non esiste alcuna registrazione. "Insisteva perché io facessi un'introduzione musicale su cui ballare qualche passo di fandango. Usciva in palcoscenico con un pettinone tra i capelli, uno scialle e una grande sottana spagnola. Sottobraccio portava un canestro di garofani rossi" - ricorda Cosme McMoon, il pianista che l'accompagnò per molti anni. "E durante la canzone, lanciava i fiori al pubblico, tra gli applausi e le grida di Olé! Tutto ciò naturalmente generava un pandemonio indescrivibile, tanto che si vedeva obbligata a ripetere il brano come bis. Ma siccome aveva finito i garofani, li chiedeva indietro al pubblico. Con questa scusa molti si avvicinavano al palcoscenico oppure le tiravano i fiori dalla platea. Lei non riprendeva a cantare la canzone se non aveva riempito di nuovo il canestro."
Immaginare oggi Florence in palcoscenico, mentre canta una qualsiasi delle sue arie, significa sentire sulla propria pelle quanto difficile deve essere stato riuscire a trattenere le risate per coloro che ebbero la fortuna di assistere a un suo recital. A questo proposito, sempre McMoon ha assicurato in un'intervista che la gente evitava di ridere apertamente "perché ciò avrebbe urtato la sensibilità di madame Jenkins" e che ai suoi show vigeva una sorta di tacita convenzione per cui, ad ogni exploit della cantante, il pubblico scoppiava in applausi ed esclamazioni in modo da poter sghignazzare sotto copertura.
Tali reazioni, incredibile a dirsi, erano paragonate dal soprano a quelle che in quegli anni Frank Sinatra risvegliava tra gli adolescenti. Come diceva Sinclair Byfiled, manager della cantante: "Ci sono soggetti che in palcoscenico sanno captare l'attenzione del pubblico, che possiedono magnetismo, che fanno sì che tutti li guardino. Questo è ciò che aveva madame Jenkins. Lo si sentiva dagli applausi. Per questo attirava così tanta gente ai suoi concerti, nonostante la piccola voce. Forse il pubblico rideva per come cantava, ma gli applausi erano senza dubbio autentici."
"La naturalezza di una posa è qualcosa di molto difficile da mantenersi", scrisse Oscar Wilde in una delle sue commedie. Florence Foster Jenkins era così estremamente genuina da sembrare una caricatura. Credeva fermamente nella serietà della sua arte al punto di farsi ridere dietro. Se solo potessimo sapere che cosa ci trovava di male in quella nota o che cosa secondo lei suonasse storto, forse capiremmo l'insondabile criterio musicale di questa cantante ineguagliabile. Oggi la ascoltiamo una volta ancora, e una volta ancora ridiamo a crepapelle. Risate contagiose che madame Jenkins ci invia da un luogo dove il tempo non conta, battendo quelle ali da angelo cicciottello che indossava per cantare certe sue arie. Il volto impolverato, seduta su una nube, con tutta la Gloria della sua voce e sorridente, sempre sorridente.

© Patricio Lennard
Pagina/12
trad. Tj Locatelli