TQR 14: 29 settembre, 2007


 

La sicurezza non è più quella di una volta

di Louis-Ferdinand Céline

Brutto segno se si deve ricorrere a Céline, ovvero alla più potente macchina verbale che mai sia scesa in campo contro il sistema. D'altronde, tempi non sono questi per i segni buoni, i miracoli o gli incanti. La "divina sicurezza", lo zucchero del mondo, non ce la fa più a coprire i liquami. I conti non sono tornati. Non ritornano mai, in economia: l'oste li fa sempre senza gli affamati. E allora eccoci qui col nostro Voyage, ad arrampicarci sui muri, come fece Bukowsky con i Ritz, il sigaro e tutto il resto, quando lo lesse per la prima volta in quell'hotel da due dollari. Eccoci qui ancora, a cercare di dimenticare la nostra dimenticanza.

 


Amico, mi confidò lui, il tempo passa e non lavora per noi... La mia coscienza è inaccessibile ai rimorsi, mi sono liberato, grazie a Dio! da queste timidezze... Non sono i delitti che si scontano a ‘sto mondo... E’ da molto che ci hanno rinunciato... Sono le gaffes... E io credo di averne fatta una... Proprio senza rimedio...
- Rubando le scatolette?
- Sì, l’avevo creduta una volpata, pensi! Per farmi scampare alla battaglia e a ‘sto modo, pieno di vergogna ma ancora vivo, tornare alla pace come si torna, stremati, alla superficie del mare dopo un lungo tuffo... Ho rischiato di farcela... Ma la guerra dura proprio troppo... Non si possono più ammettere via via che s’allunga individui tanto disgustosi da disgustare la Patria... Quella si è messa ad accettare tutti i sacrifici, dove che vengono, tutte le carni, la Patria... E’ diventata infinitamente indulgente nella scelta dei suoi martiri la Patria! Attualmente non ci sono più soldati indegni di portare le armi... Vogliono fare, ultime notizie, un eroe di me!... Bisogna che la follia dei massacri sia straordinariamente imperiosa perché si mettano a perdonare il furto di una scatoletta! che dico? a dimenticarlo! Certo, noi siamo abituati ad ammirare ogni giorno dei grandissimi banditi, di cui il mondo intero venera con noi la ricchezza e la cui esistenza si dimostra, non appena la esamini un po’ più da vicino, come un lungo crimine rinnovato ogni giorno, ma quelli si godono la gloria, gli onori e il potere, i loro misfatti sono consacrati dalle leggi, mentre per quanto indietro ci si spinga nella storia - e lei sa che sono pagato per conoscerla - tutto ci dimostra che un furtarello veniale, e soprattutto di alimenti poveri, come la pagnotta, il prosciutto o il formaggio, attira immancabilmente sull’autore l’obbrobrio formale, la scomunica categorica della comunità, i maggiori castighi, il disonore automatico e la vergogna inespiabile, e questo per due ragioni, anzitutto perché l’autore di tali misfatti è generalmente un povero e questa condizione implica per se stessa un’indegnità fondamentale e poi perché il suo gesto comporta una sorta di tacito rimprovero verso la comunità. Il furto del povero diventa una maliziosa rivincita personale, mi capisce?... Dove andremo a finire? Così la repressione dei furtarelli da niente viene esercitata, osservi bene, ad ogni latitudine, con rigore estremo, non solo come mezzo di difesa sociale, ma anche e soprattutto come monito severo a tutti gli sventurati di doversene stare al loro posto e nella loro casta, tranquilli, allegramente rassegnati a crepare lungo i secoli e all’infinito di miseria e di fame... Fino adesso, però, ai ladruncoli gli restava un vantaggio nella Repubblica, quello di esser privati dell’onore di portare le armi patriottiche. Ma da domani, questo stato di cose cambierà, da domani riprenderò, io ladro, il mio posto nell’esercito... Gli ordini sono questi... In alto luogo, han deciso di passare la spugna su quello che chiamano “un momento di smarrimento” e questo, notare bene, in considerazione di quel che si definisce anche “l’onore della mia famiglia”. Quale mansuetudine! Glielo chiedo compagno, è forse la mia famiglia che se ne andrà a servire da colabrodo e smistamento alle pallottole francesi e tedesche mescolate?... Sarò proprio solo io, non è vero? E quando sarò morto, sarà l’onore della mia famiglia che mi farà risuscitare?... Guardi, la vedo di qui la mia famiglia, a guerra passata... Perché tutto passa... Che se ne sgambetta allegramente la famiglia sui prati dell’estate ritornata, la vedo di qui nelle belle domeniche... Mentre tre piedi sotto, io papà, grondante vermi e molto più infetto d’un chilo di stronzi il quattordici luglio marcirò che è una meraviglia con tutta la mia carne delusa... Ingrassare le zolle dell’anonimo contadino è il vero avvenire del vero soldato! Ah! Compagno! ‘Sto mondo le assicuro che è solo un gran darsi da fare per fregare il prossimo! Lei è giovane. Che questi minuti di perspicacia le contino come anni! Ascolti bene, compagno, e non lo lasci più passare senza essersi compenetrato bene della sua importanza, il segno decisivo che risplende su tutte le ipocrisie assassine della nostra Società: “La commozione sulla sorte, sulla condizione dei miseri...” Ve lo dico io, gentucola, coglioni della vita, bastonati, derubati, sudati da sempre, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, è che vogliono ridurvi in salsicce da battaglia... E’ il segnale... E’ infallibile. E’ con l’amore che comincia. Luigi XIV, lui almeno, ricordiamocelo, se ne sbatteva clamorosamente del buon popolo. Luigi XV lo stesso. Ci si puliva l’anello sfinterico. Non si viveva tanto bene a quei tempi là, certo, i poveri non hanno mai vissuto bene, ma non mettevano nello sbudellarti la testardaggine e l’accanimento che vediamo nei nostri tiranni di adesso. Un po’ di requie, le dico io, per gli umili, si ritrova solo nel disprezzo dei grandi, che al popolo non pensano che per interesse o sadismo... I filosofi, son loro, se lo tenga per detto fin che ci siamo, che hanno cominciato a raccontargli delle storie al buon popolo... Lui che conosceva solo il catechismo! Si son messi, proclamarono loro, a educarlo... Ah! Ce ne avevano di verità da rivelargli! e di belle! E mica mosce! Che brillavano! Che uno restava tutto abbagliato! E’ così! ecco che ti ricomincia a dire il buon popolo, è proprio così! Assolutamente così! Moriamoci tutti per ‘sta roba! Domanda solo di morire il popolo! E’ fatto così. “Viva Diderot”, si son messi a gridare e poi “Bravo Voltaire”! Eccoli qui almeno i filosofi! E viva anche Carnot che organizza così bene le vittorie! E viva tutti! Ecco almeno dei tipi che non ti lasciano crepare nell’ignoranza e nel feticismo il buon popolo! Gli mostrano, loro, le vie della Libertà! Lo emancipano! Non è mica andata per le lunghe! Che tutti comincino a sapersi leggere il giornale! E’ la salvezza! Sacramento! E in fretta! Più niente analfabeti! Non ce n’è più bisogno! Solo soldati cittadini! Che votano! Che leggono! E che si battono! E che marciano! E che mandano baci! Con quel regime lì è maturato presto e bene il buon popolo. Allora, vero, l’esultanza di essere liberati bisogna bene che serva a qualcosa! Danton col cavolo che era eloquente. Con qualche urlaccio così tirato che se lo sentono ancora adesso, te lo ha mobilitato in un battibaleno, il buon popolo! Ed è stata la prima partenza dei primi battaglioni di emancipati frenetici! Dei primi coglioni votanti e sbandieranti che il Dumouriez spedì a rimetterci la ghirba nelle Fiandre. Lui invece, Dumouriez, arrivato troppo tardi a ‘sto giochino idealista, totalmente inedito, visto che tutto sommato preferiva la grana, disertò. Fu il nostro ultimo mercenario... Il soldato a gratis, questa era nuova... Talmente nuova che Goethe, con tutto che era Goethe, arrivando a Valmy, ci si riempì gli occhi. Davanti a ‘ste coorti sbrindellate ed entusiaste che venivano a farsi sbudellare spontaneamente dal re di Prussia per la difesa di un’inedita finzione patriottica, Goethe ebbe l’impressione che ci fossero ancora molte cosa da imparare. “Da quel giorno, proclamò lui solennemente, secondo lo stile del suo genio, comincia un’epoca nuova!” Pensa te! In seguito, poiché il sistema era ottimo, ci si mise a fabbricare eroi in serie, che costavano sempre meno, perché il sistema si perfezionava. Se ne sono trovati tutti bene. Bismarck, i due Napoleoni, Barrès come pure Elsa la cavallerizza. La religione della bandiera sostituì prontamente quella celeste, vecchia nuvola già sgonfiata dalla Riforma e condensata da tempo in salvadanai episcopali. Una volta il fanatismo alla moda era “Viva Gesù! Al rogo gli eretici!”, ma rari e volontari dopo tutto, gli eretici... Mentre adesso, al punto in cui siamo, sono orde sconfinate quelle che il grido di “Al muro i piedipiatti smidollati! I limoni senza sugo! I lettori innocenti! A milioni, fianco a destr’! gli provoca le vocazioni. Gli uomini che non vogliono né sventrare né ammazzare nessuno, i Pacifici puzzolenti, prenderli e squartarli! E massacrarli in tredici modi e tutti ben studiati! Per cominciare strappargli le trippe dalla pancia così imparano a vivere, e gli occhi dalle orbite, e gli anni dalla loro sporca vita invidiosa! Farli crepare ancora a legioni e legioni, ridurli a dei bignè, sgozzarli, bollirli negli acidi, e tutto questo perché la Patria diventi più amata, più allegra e più dolce! E se lì dentro c’è gente immonda che si rifiuta di capire queste cose sublimi, non hanno che da farsi seppellire subito con gli altri, ma non proprio come gli altri, in un angolo del cimitero, sotto l’epitaffio infamante dei vigliacchi senza ideali, perché avranno perduto, gli immondi, il meraviglioso diritto al pezzetto d’ombra del monumento aggiudicatario del comune innalzato per i morti perbene nel viale del centro; e poi perduto anche il diritto di cogliere un po’ dell’eco del Ministro che questa domenica verrà ancora a pisciare dal Prefetto e dopo pranzo fare discorsi frementi sulle tombe...”
Ma dal fondo del giardino, lo chiamarono, Princhard. Il medico-capo lo faceva cercare d’urgenza dall’infermiere di servizio.
“Arrivo” gli ha risposto Princhard, e ha avuto giusto il tempo di passarmi la minuta del discorso che aveva provato su di me. Un numero da guitto.
Lui, Princhard, non l’ho più rivisto. Aveva il vizio degli intellettuali, era inconsistente. Sapeva troppe cose ‘sto ragazzo, e quelle cose lo incasinavano. Aveva bisogno di un sacco di trucchetti per eccitarsi, per decidersi.
E’ già così lontana da noi la sera che è partito, quando ci penso. Me ne ricordo bene comunque. Le case dei sobborghi che limitavano il nostro parco si stagliavano ancora una volta, nettissime, come fanno tutte le cose prima che la sera le afferri.

© Louis-Ferdinand Céline
Viaggio al termine della notte, 1932
trad. Ernesto Ferrero