TQR 14: 29 settembre, 2007


 

Festa di mostri

di Alan Pauls

Il caso letterario dell'anno, perlomeno nella mia cuadra, dove sono l'unico ad aver comprato questo librone audacemente intitolato "Borges". Si tratta del diario di Adolfo Bioy Casares, amico e sodale del titolare in copertina, nonché grande scrittore argentino lui stesso. Grande, e indemoniato negli appunti, a giudicare dalle 1664 pagine in cui ha trascritto, spesso parola per parola, i dialoghi di quaranta anni di amicizia giornaliera. Naturalmente il libro ha suscitato molte reazioni tra gli scrittori ivi tirati in ballo, non tutte indifferenti devo dire, specialmente tra quelli ancora vivi. E' il noto inconveniente delle recensioni. Qui invece si tratta di veri e propri insulti o, al limite, di spacconate da giostrai in casa propria. Piazzolla? Un sordo. Rivero? Un ignorante. Sabato? Un miserabile. Ma c'è anche tanta compassione pelosa verso il "maestro dei tentoni", i suoi amori tristi e compiti, la sua astinenza, la sua mira esorbitante nel bagno padronale e, una volta prese le debite contromisure, in quello della servitù. Quello che segue è l'articolo di Alan Pauls, uno scrittore argentino che si è distinto sull'argomento per la lucidità, l'equilibrio e la precisione di cui ha dotato le mazzate di ritorno, appena guastate, forse, da un filo di suscettibilità sindacale.

 

 


"Mangia in casa Borges." La frase - semplice, trasparente, appena modulata di una certa preferenza sintattica, proprio come ad Adolfo Bioy Casares piacevano le frasi e la letteratura - è il mantra, il talismano, il segnale che brilla e si ripete innumerevoli volte lungo le oltre 1650 pagine di "Borges", il diario in cui Bioy registra con costanza maniacale i quaranta anni della più cospicua amicizia della letteratura argentina. Ogni qualvolta leggiamo "mangia in casa Borges" indoviniamo il godimento, la perfidia, l'entusiasmo quasi studentesco con cui Bioy doveva festeggiare le visite del suo amico: innanzi tutto quando le annunciava a sua moglie, Silvina Ocampo, e poi, di notte prima di dormire, quando trascriveva nei più piccoli dettagli la conversazione avuta a cena. Perché Borges e Bioy possono uscire, andare a trovare altri amici, viaggiare, assistere ad eventi culturali, a funerali, a riunioni letterarie, però è nella conversazione - genere verbale e spazio intimo - che si muovono come pesci nell'acqua e sono come vogliono essere e non come gli importa di mostrarsi: come sarebbero sempre se l'etichetta di classe, le regole del decoro e gli obblighi sociali non li trattenessero. Nella conversazione, l'inferno che sono gli altri cessa di essere un limite, un richiamo alla misura, e si trasforma nel peggio, o nel meglio, che due specialisti della maldicenza come Borges e Bioy possono raggiungere quando stanno insieme: un soggetto; o, per meglio dire, un oggetto di supremo piacere. Supremo come lo può essere il collo di un giovinetto per un boia medievale.
Questa dimensione conversativa è uno dei principali anacronismi che ci sorprendono del diario. (Un altro, meno importante, ma da cui sembra ci separino secoli, è l'incredibile, adamitica quantità di tempo libero che aveva Bioy Casares, il quale, oltre alla sua opera letteraria, per nulla scarsa, ai suoi viaggi e alle sue conquiste amorose, meno scarse della sua opera, poteva darsi il lusso di compilare un diario con la regolarità di un cucù svizzero.) Oggi, trasformati in "personaggi", gli scrittori parlano in pubblico tra di loro, o con i critici, i giornalisti, gli editori, e sciorinano la loro competenza verbale in arene disparate come le fiere del libro, i dibattiti, i convegni, le rubriche radiofoniche o i programmi televisivi. Non so ciò che la gente si immagina che facciano in privato, ma di sicuro parlare no. Per Borges e Bioy, invece, che conobbero le pompe mediatiche, ma senza mai capirne i codici fino in fondo, la conversazione - come la stanza del bordello per il borghese del XIX secolo - era tutto: confidenza, scambio di opinioni, perversione e, soprettutto, laboratorio segreto di sfrenata malvagità. Dava loro riparo una lunga e prestigiosa tradizione di coppie parlanti: Boswell e il dottor Johnson, naturalmente, ma anche Goethe ed Eckerman, Kafka e Janouch, Walser e Seeling... Solo che Borges e Bioy si spingono molto più in là. Come i loro illustri predecessori, parlano di letteratura, glossano versi, discutono grandi idee, ma il piatto forte che li inebria è il pettegolezzo, l'esercizio sarcastico, la denigrazione scherzosa, capisaldi di una meschinità più degna di un parrucchiere di provincia o della mondanità viperina di Andy Warhol che della nobile tradizione del XVIII secolo inglese.
La domanda è quindi: oltre alla conferma che Bioy e Borges erano due sacrosanti mandarini dell'ipocrisia, cosa c'è di veramente nuovo nella dilagante uscita dall'armadio che ci danno questi diari? Non certo il gusto borgesiano per l'ingiuria. Già erano voce di popolo il polso e la mira con cui Borges - con la sua fragilità, il suo bastone, la sua cecità, i suoi balbettamenti affascinanti - praticava il tiro al bersaglio sui suoi nemici (in primo luogo il peronismo, bête noireche non cessa di sfidare il tempo mutando di forma; e poi i comunisti, la psicanalisi, la letteratura d'avanguardia, la volgarità, ecc.). Non sapevamo, invece, fino a che punto li adoperava anche sui suoi amici, sui colleghi che in pubblico diceva di rispettare, sugli scrittori i cui libri prologava, sui poeti di cui citava a memoria i versi, sulle donne di cui confessava di essere innamorato. (Sua madre, protetta anche da Bioy, è l'unica che esce illesa dalle 1650 pagine.) E non sapevamo nemmeno della complicità velenosa di Bioy, nella cui riservatezza - più autenticamente di classe di quella di Borges - pensavamo fino ad oggi di ravvisare non tanto i segnali di rancore e di ferocia - sentimenti troppo "sporchi" - quanto quelli dell'indifferenza tipica di ogni signorino della pampa umida verso tutto ciò che non lo riguardi, o che sia diverso da lui.
"Borges" è la cronaca minuziosa di un'alleanza assoluta, senza spazi per la dissidenza (è semmai Silvina, una donna e per di più strana, colpevole di una letteratura decisamente eccentrica per il credo limpido di Bioy e Borges, colei che ogni tanto si azzarda a mettere in dubbio l'armonia maschile con un'osservazione o un silenzio), fondata allo stesso tempo su un estremistico pudore (non parlare esplicitamente di sentimenti, di sesso, di niente che risulti troppo personale perfino per una conversazione personale) e su un'estremistica sfacciataggine (parlare a chiare lettere di tutto ciò che si oppone, ostacola o semplicemente imbruttisce l'orizzonte estetico-ideologico della cellula amicale).
A rigore, questa specie di patto di sangue aveva già dato e pubblicato alcuni frutti, anche se confinati al terreno della narrativa: l'opera eccezionale, anche se sporadica, di H. Bustos Domecq, pseudonimo che Borges e Bioy avevano composto combinando i cognomi di alcuni familiari di secondo grado e usato per firmare una serie di racconti barocchi, brutali e a volte osceni e politici. (Ne "La festa del mostro", probabilmente il più celebre, pubblicato come pamphlet clandestino durante il primo peronismo, una banda di teppisti diretti a una manifestazione si diverte a torturare con un tagliacarte un ragazzo ebreo.) Più che uno pseudonimo letterario, Bustos Domecq era un nome di battaglia. Permetteva loro di scrivere, in una lingua che contraddiceva al massimo livello la purezza patrizia che praticavano normalmente, tutto ciò che come scrittori ufficiali non potevano scrivere. Nato agli inizi degli anni '30 col pretesto di un libretto pubblicitario dello yogourt scritto a quattro mani nell'azienda lattea della madre di Bioy, questo alter ego permissivo ed escatologico è il precursore fittizio della strana bestia a due teste che Borges e Bioy formano in questo diario. Perché "Borges" è a tutti gli effetti una fiera di gioviali infamità messa su da un paio di canaglie che sanno solo due cose: nessuno li ascolta e nessuno gliela farà pagare. Più ancora che d'aggressivo, c'è qualcosa di profondamente infantile, quasi di commovente, per esempio, nel trance all'unisono che li raggiunge ogni qualvolta risolvono con un trucco o una bassezza i "seri" problemi di traduzione e di editing(è il caso della famosa antologia di Racconti brevi e straordinari: "Raccontiamo noi l'episodio", propone Bioy quando non trovano la fonte di una qualche leggenda indiana, "e l'attribuiamo a una autore qualunque"), nella spensieratezza con cui affondano con un'ondata i poeti più grandi per rimpiazzarli con burocrati illeggibili (Oliverio Girondo con Capdevila o Menéndez y Pelayo!), nelle giubilanti bastonate che appioppano agli intoccabili (Shakespeare è un "dilettante, un divino dilettante", Goethe "il più grande bluff della letteratura"), nella delizia di mischiare il sublime (Quevedo) con il plebeo (le scorregge, le scorregge che sono "il richiamo di froci ad altri froci"), nell'epiteto monotono (la frase "è un bruto" serve a Borges per screditare chiunque, dagli scrittori ai presidenti), nella reiterazione giocosa di frasi fatte ("in meno che... si arrampica un maiale/suda un negro/nasce un cinese/tarda uno zoppo/guarda un guercio/balla un conte") e nella misoginia, nel razzismo e in tutte le sottospecie di scorrettezza politica che i due bimbi modello applicano ai loro pupazzi, pensando invece a tutte quelle persone reali che la vita adulta o diurna li obbliga a salutare, elogiare, trattare con sorrisi.
Ci sono solo due momenti forti in cui Bioy sembra prendere le distanze dal suo amico e vederlo dall'esterno, come se il patto che li unisce fosse sospeso o un'improvvisa maturazione fosse intervenuta. Uno, quando nomina la condanna boswelliana che pesa su di lui: "essere il discepolo o il sosia di Borges mi cuoce a fuoco lento e mi sommerge, è nocivo ai miei libri e alla mia reputazione di scrittore". (Però se Bioy fosse qualcosa di più di un Boswell brillante, il che è già parecchio, perché il suo diario senza Borges "Riposo dei camminatori", sembra, al confronto di quello con Borges, di una fatuità mediocre e irrimediabile?). L'altro momento è quando è in gioco la vita sentimentale di Borges, sfortunata, sconsolata, capace di suscitare in Bioy, menefreghista professionale, uno dei pochi impulsi "interventisti" della sua vita.
E c'è poi, naturalmente, la bella scena finale, con Borges a Ginevra, separato dal mondo dalla muraglia Maria Kodama, morto, e con Bioy a Buenos Aires, che viene a sapere della sorte dell'amico per strada, attraverso uno che neanche conosce. "Sono passato dal chiosco", scrive. "Poi sono andato a un altro di Callao e Quintana, sentendo che erano i miei primi passi in un mondo senza Borges." Il resto sono solo risate, le risate di due scrittori argentini che accompagnano la scomparsa di un altro anacronismo cruciale: la vita privata. Dobbiamo continuare a deplorarla o dobbiamo cominciare a rimpiangerla? Le risate di due mostri che si concedono una grande festa alle spalle dell'intero pianeta, tutti presi in una specie di revanchismo leggero, omeopatico e tutto sommato neanche violento, consapevoli di avere a disposizione tutto il tempo del mondo perché domani, ancora una volta, "mangia in casa Borges" e tutto potrà ricominciare.

© Alan Pauls
Pagina/12, 2007
trad. di Jean Fajean