Mai spirare miseria dai piedi, diceva Céline,
e anche Miguel Balmaceda.
Allora, Moplo, come vanno gli affarucci?
Bene, o vuoi che ti dica. Alti e bassi, ma soprattutto bassi.
I vecchi milongueros non vivono: durano. Per fortuna questo è un
paese dove la polizia spara sui maestri elementari, non su quelli
di tango.
E la Quinta del Ñato?
Non tutti i buchi riescono con la ciambella intorno. Specialmente
a Villa Lugano. Quando il sottoscritto mette sù un circo,
per prima cosa gli crescono i nani. Con Locatelli e Ningùn
Bobby stiamo ancora pagando la buonuscita ai ragazzi del Ya
Basta. Quei no-global hanno il marketing nel sangue. Tirano
sul prezzo perché il locale è segnalato tra i centri
sociali di charme dalla Guide Racaille. Le spese sono
molte: le rate del pavimento, che era in porlàn (ndr:
in cemento Portland), quelle del megafono nuovo per gli annunci.
Poi l’allacciamento elettrico legale, la processione degli
ispettori della Sadaic, ognuno con la sua brava percentuale.
Se vuoi sapere come va il tango oggi devi fare come Fourier con
la sua famosa mela: ricostruirne l’itinerario economico.
Frutticoltura a parte, come va il tango oggi?
Se dai retta alle statistiche ufficiali, non è mai andato
così bene. Il tango è un business che rende. Girano
i soldi, si sono moltiplicati i chioschi, gli esercenti, i maestri.
Adesso ci sono più santi che nicchie. Per non parlare dell’indotto.
Sono in molti a mangiare nel piatto dove sputano. In realtà gli
stessi turisti, per quanto imbambolati, hanno sempre più la
sensazione di trovarsi nel grande parco tematico del tango, tra
comparse e fondali di compensato. E sempre con il fiato degli animatori
sul collo. Le milonghe sono diventate delle pantomime, dei quadri
viventi coi milongueros antropomorfi, un’illusione ottica
organizzata. Evidentemente c’è del marcio, a Disneyland...
E chi sarebbero i subdoli artiglieri? Non darai mica la colpa
ai turisti...
I turisti del tango ci sono sempre stati, soprattutto tra gli
argentini e gli stessi porteños. Puoi essere un forte turista
del tango pur essendo nato e vissuto sotto il Puente Alsina: basta
che ignori le trame, i sottintesi comuni e comunemente intesi nel
nostro ambiente. Questo è il turista. Allo stesso modo,
puoi essere un grande milonguero anche, si fa per dire, in Bulgaria.
Checché ne dica Eusebio Montale.
E allora che cos’è cambiato?
Il tango si è industrializzato. Prima era un’attività quasi
casalinga, adesso è un’azienda municipalizzata con
tanto di assessori, funzionari, addetti stampa e ministri degli
esteri. E’ un racket, naturalmente, una lobby. Il campionato,
il così detto Mundial, è un pacco esplicito,
in appalto al miglior offerente. I festival a capitale privato,
una concessione demaniale. Le istituzioni stanno forse perdendo
in impopolarità, ma questo tango governativo è davvero
un carrozzone che sferraglia su un abisso di ridicolo.
Stavi meglio prima, con la tua lauta pensione da statale?
Io no, ma il tango sì. Il tango, come la poesia, ha tutto
da guadagnare dall’ombra o dalla penombra. Tutto questo interesse,
questi riflettori sempre accesi sulla produzione e lo smercio a
costi assolutamente concorrenziali di materiali vili, da supermarket,
facili, d’acquisto immediato, subito deperiti e prontamente
ricambiati, non sono altro che gli effetti della caduta del tasso
di profitto. Tutti questi eventi culturali sono caroselli del capitale,
momenti di valorizzazione del sistema. A noi resteranno solo i
residui, le forme svuotate di senso. E, per adesso, inflazione
e qualche mancia.
Parli come uno dei Chicago boys...
Ma quali Chicago boys... L’unico Chicago boy che
avevamo qui era Lopez-Murphy, quando ancora pensavano che il tango
si contasse in spiccioli. Dopo la famosa inchiesta del Clarìn,
hanno subodorato l’affare. ”Il tango deve diventare
per Buenos Aires quello che il carnevale è per Rio”.
Questo l’ha detto il Segretario alla Cultura, mica il bottegaio
dell’esquina. Ed eccoci qua, come dice Locatelli,
con questo carnevale di poveretti.
Ma torniamo a dodici anni fa.
Torniamo anche più indietro, al Club del Clan, alla Decade
Infame, al Dernier Tangò, ai galeoni spagnoli.
Il vantaggio dell’anziano è che conosce i precedenti.
Queste crisi sono cicliche e dopo si riprende sempre un po’ più canaglie
di prima. Almeno in superficie. In realtà, il fiume del
tango si trova ogni volta nuovi letti, si inalvea altrove, più in
profondità; ed è questo che importa, non i nostri
greti di ciottoli.
Siamo d’accordo, il tango non è morto, i parenti
possono stare tranquilli. Allora, secondo te, il successo planetario
del tango sarebbe una crisi?
Sì, una crisi artistica. E qui sta il punto. Se il tango
non è creazione, invenzione, conoscenza e superamento continuo
delle forme, se non è il “soffrire più in alto” di
cui parlavano i romantici, allora non è più niente.
Scade in passatempo, in ballo di società, mentre con la
società il tango non ha mai voluto avere niente a che fare.
Nelle milonghe conta solo la danza. O almeno contava. In questi
ultimi anni, ci siamo sottoposti a tali spietate migliorie per
ben accogliere e non far sentire incompatibile la valanga turistica,
che ormai non si può ballare meno di così. Sappiamo
essere molto ospitali, quando vogliamo. Guarda quanti europeismi
abbiamo adottato, lo stile milonguero®, l’electrotango,
le esibizioni spettacolo, la tanda di chacarera...
In Argentina anche il nazionalismo viene da fuori, ma sull’esterofilia
del tango torneremo fra poco. Certo è che il proselitismo,
l’ansia da clientela, hanno abbassato fortemente il livello
della danza.
Non c’è dubbio alcuno. Quando mai si è visto
una milonguera, fosse pure a sensazione termica 180, appoggiare
il tacco al pavimento? E gli adorni a cazzo morto? L’abbraccio
da autobus affollato o da trasportatore di pannelli? Potrei continuare.
Dove sono finiti i nostri magnifici bellimbusti perimetrali? Tutti
inghiottiti dal centro magnetico della pista? Seicento orchestre,
centomila tanghi, trenta generazioni di ballerini, intere stirpi
di milongueros lanciate all’inseguimento della bellezza tra
sangue sudore e lacrime, per poi ritrovarci oggi in milonghe deturpate
da ergastolani coi ceppi ai piedi, boy-scout elettronici e relativi
passettini di merda? A uno gli vien voglia di ritirare le lacrime.
Non ti scaldare, Moplo, che ti si sposta l’acconciatura...
Quello che più mi fa imbestialire è che si voglia
trasformare il milonguero in una persona perbene, in un professionista.
Con tutto quello che ci abbiamo messo per farci una reputazione!
Ricordi la “Milonga de la ganzùa”? “Innocenti
come animali e canaglie come cristiani”. Il milonguero è innocente,
Vostro Onore, perché non svende la sua danza, che è la
sua unica onestà. Quando si professionalizza, insieme ai
demoni se ne vanno anche gli angeli. La sua danza diventa una cosa,
un tic, una smorfia. Niente di peggio di questi milongueros apocrifi
e fallimentari, vividi a parole e spenti in pista.
A proposito di tic, c’è una signora che nel 1996 è venuta
in Europa a insegnare il clic interno...
Sì, lo so, la trovata commerciale del servocomando. Se
non vuoi andare all’altro mondo senza sapere se hai il clic
interno, impara il tango milonguero®, nel senso più caricaturale
di entrambi i termini, beninteso. L’usurpazione del titolo
la dice lunga: si sforza di fondare una credibilità che
non sarebbe necessaria se ci fosse la danza. E invece c’è un
abbraccio antigienico, dei passi corti e insignificanti, la donna
mollusco. Così si ballava al Club Almagro, dal padrone di
Solo Tango TV, il posto dove i milongueros NON andavano perché era
per il careteo, per gli speranzosi di apparire in televisione.
Ci andava Julio Iglesias a vendere le sue pentole.
Quanto manca ai dinamici legislatori del tango nuevo per
dare al tango qualcosa di nuovo? O almeno di utile?
Manca molto. Il tango gli va ancora grande. Tecniche macchinose
e risultati scadenti, almeno per adesso. Questi ragazzi li capisco:
hanno cominciato a ballare troppo tardi, quando i maestri e i grandi
ballerini si erano già trasferiti alla Quinta del Ñato.
Quella vera, intendo dire. Del tango conoscono quello televisivo,
lo show, il business. Gli manca pista, alla milonga si muovono
come bilie cieche. I più sinceri tra loro vogliono aprire
nuove strade e scalare nuove pareti, il che è positivo e
perfettamente in linea con la tradizione. Ma fra un po’ guarderanno
in sù e vedranno i chiodi che sono stati piantati cinquanta
anni fa da ballerini migliori di loro. Come i presocratici, hanno
tutto il nostro passato davanti.
A volte mi sorprendi, Moplo, con la tua lungimiranza
a rovescio.
Resta il fatto che le milonghe, sia qua che là, sono piene
di ballerini dal forte impatto ambientale.
E’ la conseguenza della sprezzante e puerile dismissione
dell’iniziazione. Il momento di massima vicinanza al tango
si ha quando ci tocca per la prima volta, quando per la prima volta
intravediamo, sentiamo, che c’è dentro qualcosa di
vero, di luminoso e indimenticabile. Segue un lungo apprendistato,
che apparentemente ci allontana da quell’emozione, ma che
poi si rivela essere l’unica strada per tornare là.
Una strada che è lunga per amor del viandante. Un vero tanguero
ha la tremarella ogni volta che scende in pista proprio perché la
sua conoscenza protegge e salvaguarda quel lontano batticuore.
Dunque, l’emozione è dapprima motore e poi risultato
della conoscenza conquistata. L’impatto ambientale, come
dici tu, deriva dalla rinuncia.
C’è invece chi invoca le regole dell’educazione,
un ordinamento giuridico, le rotaie del buon senso, i guardrail,
i brigadieri...
Marx diceva che il buon senso è il peggiore dei metafisici.
Dovremmo attenerci alle idee e ai valori piccolo-borghesi che hanno
fatto così bello il mondo fuori di qui? Dovremmo ballare
come dei travet? Cos’è il tango, uno svago da pensionati?
E la milonga, è forse una bocciofila? I colpi, gli urti,
i tacchi dolosi ci sono sempre stati, con il comprensibile corollario
di parole grosse e spintoni meno involontari. Ma in cinquantacinque
anni di milonga non ho mai visto scorrere una sola goccia di sangue,
se non forse per qualche epistassi spontanea. Il miracolo di San
Gennaro...
Parlaci del tuo lavoro come critico di danza.
Vorrei dedicarmici di più, ma, come sai, l’autogestione
lascia poco tempo per sé stessi. Con il tango succede come
con la letteratura o la musica. Quando sei ragazzo, un libro o
un disco qualsiasi ti fanno entrare in un mondo meraviglioso di
cui ignoravi l’esistenza. Improvvisamente scopri un Cathai fiabesco,
dove ogni cosa ti conduce a un altra ancora più bella. Poi,
dopo qualche tempo, cominci a fare delle distinzioni, a capire
le proporzioni, a emettere dei giudizi. Ecco come nasce il critico.
Non è tanto un mediatore tra opera e pubblico, quanto tra
opera e ciò che opera non è. Questo vorrei fare io
con il tango: lasciare una scritta sul muro della locanda abbandonata...
Nella speranza che un giorno un colto viaggiatore si degni di
togliere la polvere con la sua manica di seta e riceva il messaggio.
Conosco anch’io questa cineseria di Bertolt Brecht. Ma perché proprio
con il tango? Non ti basta ballarlo?
A ballare non sono mai stato un fenomeno, però sento sempre
quella certa tremarella. Non so proprio cosa ci trovi il tango
nel mio cuore. E’ un grande poeta, il tango, l’unico
che come diceva ancora Brecht, “si siede per terra e canta
le gesta degli umiliati con lo stesso linguaggio fino a prima destinato
alle glorie dei re”.
Va mo’ là: ultimo e penultimo classificato al poetry
slam della Giralda.
Intevista raccolta e
tradotta da Jean Fajean
Buenos Aires
2007
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