TQR 14: 29 settembre, 2007


 

Il Rusito Elias

di Guillermo Borovsky

Il tango-danza è un'arte completamente combustibile: brucia senza lasciare traccia. Invano cercheremmo negli annali del tango i contributi dei grandi ballerini che ci hanno preceduto. E anche oggi, se non fosse per Internet che prolunga sui nostri schermi gli errori che non abbiamo visto dal vivo, nemmeno sapremmo cosa sta passando di moda in questo stesso momento. D'altra parte, come si dice degli anni 60 o di certe feste alcoliche, se te li ricordi non c'eri. Quando però fortuna vuole che ci imbattiamo in qualcuno che non c'era al posto nostro, com'è il caso di questo discendente del leggendario Rusito Elias e della sua imparziale testimonianza che ricopiamo pari pari dal sito di Todotango, conviene credergli sulla parola. Cosa che facciamo subito e volentieri.

 


Si chiamava Elias Borovsky. Per errore di un funzionario dell'ufficio di leva, a diciotto anni la r del cognome si trasformò in s. Era nato a Buenos Aires nel 1916, figlio d'immigrati. Suo padre era russo, sua madre polacca.
Crebbe nell'ambiente del tango. Fin dai primi anni dell'adolescenza trascorse lunghe ore nella pratica che suo fratello maggiore, un grande milonguero, gestiva con i suoi amici. Il fratello Simòn si sposò poi con Rosita, grande milonguera pure lei, e insieme continuarono a frequentare il baile per molti anni ancora, anche dopo sposati.
Elias non era destinato al mondo degli affari, alla religione, alla formalità e al culto del denaro. La sua religione era il tango, ed era un perfezionista. Il suo mestiere era l'imbianchino, pitturava pareti, ma fece anche molte altre cose: con le mani era abile come con i piedi. In realtà il lavoro non arrivò mai ad interessarlo quanto il ballo. E questo nel vero senso della parola, anche nel tango: non volle mai essere un professionista. In molte occasioni si esibì nei più famosi saloni della sua epoca. Lo avevano soprannominato il "Rusito Elias". Per tutta la vita insegnò a gruppi amatoriali e a ballerini professionisti, correggendo o spiegando come si fa una coreografia a coppie che poi andavano in teatro o in televisione. Il tutto senza mai chiedere un soldo. Lo faceva per puro perfezionismo: non poteva sopportare che si ballasse male e che in teatro e in televisione si esibissero dei ballerini mediocri. Fin dall'adolescenza si era dedicato a praticare e migliorare passi e giri, a creare figure... Poi, prima ancora di compiere diciotto anni, passò tutte le sue notti alla milonga. Quando ebbe diciotto o diciannove anni, se ne andò di casa per trasferirsi a "La Buenos Aires", un salone di tango dove andava a mettersi in luce e dentro il cui armadio finì per dormire, su uno scaffale, dopo aver esercitato la sua autorevolezza nel ballo. A quell'epoca fece conoscenza con il tano Humberto Martucci, un altro grande milonguero che in seguito sarebbe diventato suo cognato. Quella stessa notte, dopo aver visto il Rusito ballare, Martucci diventò suo amico, se ne andò di casa e si trasferì nel medesimo armadio, su un altro scaffale. I due amici diventarono poi una sola famiglia con lo sposare le due sorelle Felicia "Nilda" e Anita "la Gallega", le fidanzate con cui avevano ballato e dato esibizioni alla milonga.
Il Rusito Elias, insieme ad altri grandi milongueros della sua generazione, arrivò ad elaborare tra la fine degli anni 30 e il principio dei 40 un importante sviluppo nella tecnica del ballo, uno stile molto depurato, elegante, preciso, frutto di tanti anni di pratica e di studio. Il suo passo basico non era uguale a quello che si balla oggi: usciva con la sinistra, faceva altri due passi, cambiava il fronte e chiudeva con la destra. In mezzo a questa sequenza apparentemente semplice di quattro passi, intercalava ogni tipo di giro, figura, enrosque e desenrosque.
Improvvisava sempre. Sebbene disponesse di un vastissimo repertorio di figure e di risorse espressive, la sua concezione della danza gli permetteva di creare sul momento delle situazioni e delle figure nuove, sfruttando i cambi d'asse nel giro e nel mezzogiro. Aveva un equilibrio perfetto e nel ballo badava soprattutto all'eleganza, al carattere dei passi, alla precisione e alla pulizia delle figure, alla cadenza musicale.
Al contrario disprezzava sia i "verduleros" della milonga, ossia coloro che accumulano "verduritas", un sovraccarico pasticciato di gesti a detrimento della qualità e della postura, sia coloro che fanno acrobazie purchessia in palcoscenico, un tango-fantasia senza un solido fondamento nelle radici popolari.
Fu sempre molto povero perché non ebbe mai interesse per il denaro. A quel tempo non era normale che un milonguero vivesse del tango o che guadagnasse dei soldi con quella che era la sua passione. Sebbene fosse molto semplice nelle sue abitudini e nelle sue relazioni con gli altri, fu però sempre orgoglioso di appartenere a una casta superiore, quella dei milongueros d'élite. Insegnò a ballare a molta gente, compreso i professionali. A loro creava le coreografie o spiegava come si fanno.
Rispetto alle orchestre, aveva ben chiare predilezioni e avversioni. Ascoltava solamente con il cuore e con i piedi. Oltre agli idoli della sua gioventù, negli anni maturi amò soprattutto Osvaldo Pugliese e nella stessa misura rifiutò Piazzolla, che secondo lui aveva ammazzato il tango ballabile. Non arrivò mai a giustificare che un'orchestra suonasse un tango solo per farlo ascoltare, e negli anni del protagonismo piazzolliano il tango-danza era stato messo alle corde.
Nel 1960 al Rusito offrirono l'opportunità di passare al professionismo: l'orchestra di Mario Canaro, fratello di Francisco, gli propose di mettere su una coppia di ballo per uno spettacolo che avrebbe dovuto andare in tournée per tutta l'America Latina. Si cominciava a Lima, Perù. Era la prima volta che Elias viaggiava in aereo, era l'orgoglio di tutto il barrio. Ma il destino volle che al professionismo non ci arrivasse mai: il giorno del debutto, l'intera compagnia venne colpita da un'intossicazione alimentare che li fece tutti ricoverare, Rusito compreso, all'ospedale e poi ritornare a Buenos Aires.
Già in maturità, viveva con il terrore che il tango potesse scomparire, gli toccò patire l'epoca oscura in cui il tango era escluso dai circuiti dell'industria culturale e dei mezzi di comunicazione.
Fu un milonguero tipico, uno dei tanti anonimi creatori del tango degli anni epici del trenta e del quaranta, quelli che lo portarono a un livello straordinario di sofisticazione, i fondamenti del tango di oggi, arte d'insegnare e base per il professionismo. Non fu mai filmato. Di lui e di altri come lui, cui mancò ogni supporto dell'industria culturale, con un cinema e una televisione completamente privi d'interesse per il tango danzato, è rimasto solo un inestimabile patrimonio lasciato in eredità, inevitabilmente senza coscienza e senza memoria, ai milongueros, ai professori e ai professionisti di oggi.
Non esistono documenti, né filmati, né testimoni di quegli epici anni in cui il Rusito Elias brillava alla milonga. Ma Petroleo, uno dei grandi milongueros che lo conobbero, si ricordava ancora di lui e di suo fratello Simòn, a cinquanta anni di distanza!, come raccontò una volta a Mingo Pugliese, poco prima di morire.
Il Rusito Elias morì a Madrid nel 1986, senza sapere che quelle bottiglie lanciate al mare mediante la paziente trasmissione a innumerevoli allievi, sarebbero state raccolte molti anni dopo da moltissimi ballerini, che il tango sarebbe rinato come danza e non solo a Buenos Aires, ma anche in Europa, Stati Uniti e altri posti, proprio come nei suoi anni migliori e colmi di gloria.

© Guillermo Borovsky
trad. di El Moplo