La produzione di entertainment non fa altro che riempire
i vuoti che essa stessa ha creato. Prima l’invenzione della
gioventù, poi quella dell’infanzia e ora quella della
vecchiaia: nessuna fascia di censimento può più ritenersi
al sicuro dal consumo pianificato. A ciascuno il suo, diceva un tale,
ma nella vita intrattenuta degli uomini non c’è tanto
rigore. Oggi sono piuttosto gli sconfinamenti, i salti di rotaia,
le inadempienze allo scadenzario, a estendere la filiera del simbolico
e a riportare il sorriso sulle facce viniliche di giornalisti e capitani
d’industria. I primi sognano elzeviri colorati, i secondi nuovi
affaroni. E’ evidente: i mini-ballerini fanno tenerezza, i
vecchietti rocker compassione, o viceversa, e i sentimenti rendono.
In Gran Bretagna, gli ottuagenari Zimmers spopolano su YouTube con
la cover di “My generation” degli Who. Alf Carretta,
il loro coevo front-man, canta “la gente ci guarda male perché siamo
ancora in giro / io spero di morire prima di diventare vecchio”,
ma è soltanto una spacconata. Con delicatezza d’altri
tempi, la stampa britannica augura invece a questi mod tardivi di
riuscire a passare l’estate della nuova Londra tropicale, colpita
quest’anno dalla vendetta termica del Commonwealth. Intanto,
a Milano, Radio Popolare tenta una versione vernacola del complesso
di vegliardi, un Alan Parkinson Project, reclutando coetanee di Wanda
Osiris disposte a cantare Vasco Rossi; o anche, con pochi ritocchi,
viceversa. Ci prospettano una Woodstock di bisnonni: non dovessero
reperire gli originali, ripiegheranno su fricchettoni contemporanei
leggermente anticati.
Non diversamente dai superstiti professionali
del Buena Vista Social Club, anche noi del tango siamo abituati agli
exploit anagrafici; di Zimmers ne contiamo a dozzine. Nella danza,
basti un nome: Carmencita Calderòn, la compagna dell’insostituibile
Cachafaz e, sotterrato quello, del Tarila Giambuzzi. Chissà se
qualcuno si ricorda ancora di questo compadrito salernitano che si
faceva fotografare con funyi, lengue e losche pantofole...
ma di Carmencita sicuramente sì. Ritrovata da Oscar Hector
a novanta anni suonati - o, per meglio dire, ballati - ha festeggiato
fino
al centesimo ogni suo imprevisto compleanno al Glorias Argentinas.
E i suoi passi merlettati, i suoi ricami, l’intatto alfabeto
Morse dei suoi piedini, hanno sempre lasciato tutti senza fiato,
a cominciare dai suoi partner, dei giovinastri appena settantenni
che dovevano darsi il cambio. Il calendario del tango era comunque
già fermo da un pezzo. Quando nel 1983, alla caduta del regime
militare, avevano ufficialmente riaperto le milonghe, a ballare si
erano ritrovati sempre gli stessi, con ancora indosso i poveri vestiti,
le scarpe, i cuori romantici di venti anni prima. Di osmosi generazionale,
neanche a parlarne: nel lungo processo di trasformazione della milonga
in nursery senile, la dittatura non è stata altro che l’ultimo
e più sanguinoso metabolita.
Oh milongueros di Villa Urquiza,
Almagro, Puente Alsina! Cosa avranno provato le vostre anime sensibili,
sempre così pronte a “sentire”,
sempre così pronte a spiegarci le ragioni cardiache del tango,
nell’abbracciarsi di nuovo dopo tanto orrore? Come avrete fatto
a credere ancora nelle vecchie moine, a danzare tra gli assenti e
gli spettri della più ammazzata delle generazioni? A non “sentire” le
rivoltelle alla cintura, i segni dell’elmetto sulle capigliature
andine, gli sguardi della sbirraglia, il fiato untuoso degli aguzzini
e dei delatori ancora tra voi? Era dunque questo il dolore all’occhiello,
la decorazione guadagnata sul campo, che di nuovo vi ha autorizzato
al tango? Una ruga in più sul cuore che per definizione sempre
arruga, stretti tra le quattro pareti specchianti della milonga,
con il mondo accuratamente chiuso fuori dalla porta? Siete invecchiati
sì, e all’inferno; condannati a sentire, dopo quello
delle ferite, il dolore della cicatrici.
Per quanto curioso possa
sembrare, la progressiva segregazione, il discredito sociale, la
violenta ostilità dei militari, avevano
rafforzato il prestigio underground dei milongueros, tanto che
nel 1983 lo spettacolo “Tango Argentino” di Orezzoli
e Segovia giudicò conveniente portarne qualcuno in tournée
per il mondo. Otto anni dopo, con delicatezza d’altri tempi,
la stampa britannica avrebbe applaudito compatta quei pensionati
argentini
che si disponevano a saltare la cavallina un’ultima volta
prima dell’inumazione. Bon ton a fiumi, in Gran Bretagna,
colpita in quel 1991 dalla vendetta teatrale delle Malvinas. Ciò nonostante,
vedere ballare Virulazo ed Elvira, Maria Nieves e in misura minore
Copes - che per voler essere di più era invece qualcosa
di meno di un milonguero - era come vedere un barrio porteño in
trasferta all’estero. Un’autenticità calcolata
e in formato esportazione, che pur invogliò l’estero
a traversare l’oceano, alla ricerca del tango perduto. Nei
barrios stanziali di Buenos Aires, intanto, la totalità meno
quasi quattro dei ballerini rimasti era ancora lontana dall’immaginare
che quella del vecchio milonguero sarebbe presto diventata una
figura professionale e il tango un lavoro. Visti da fuori, i gessosi
milongueros
sembravano personaggi di un unico ballo mascherato, ma, da dietro
il carapace della maschera, era piuttosto il resto del mondo a
sembrare grottesco. E per dieci anni ancora, almeno fino ai primi
anni ‘90,
nelle milonghe si sarebbe respirato un’aria di resistenza,
di orgogliosa inconciliabilità con il mercato. La prassi
dominante aveva risparmiato i milongueros perché inoffensivi,
cioè storicamente
condannati, e soprattutto perché pieni di bolletta. Facile
immaginare, dunque, da quali interstizi e da sotto quali porte
le imparabili forze del buon senso siano infine riuscite ad infiltrarsi.
Morti i pochi grandi maestri, si fecero subito avanti i non abbondanti
ballerini che nelle milonghe erano riusciti a farsi un nomignolo.
La prima a commercializzarli fu una certa Marisa Galindo ne “La
Milonga”, uno spettacolo che si proponeva di rappresentare
in scala 1 a 1 la normalità di una qualsiasi notte di tango
a Buenos Aires. Perché non ci fossero dubbi, Galindo usò la
precauzione di metterla in scena nelle milonghe: un’idea
degna della penna di Bustos Domecq. L’attillata decalcomania
finì però nella
diserzione generale, dato che nessun milonguero era disposto a
starsene seduto senza essere pagato. Anche le compagnie professioniste,
nel
delirio bozzettistico che ormai stava montando, ricorsero alla
vecchia guardia, quella fuggita da tutte le battaglie. Nel 1996,
in “Una
Noche de Tango”, Zotto e Plebs fecero debuttare in palcoscenico
El Pibe Palermo, un galvanico giovanotto classe 1908, che saltellò di
qui e di là nello show come gocce di olio fritto, e anche
una seconda coppia meno anziana, di cui però non ricordo
altro che la danza tranquilla, da pantofole casalinghe. Degli allievi
del
Tarila, probabilmente. Sempre nel 1996, nel “Forever Tango” di
Broadway, il produttore Luis Bravo cucì a misura di Carlos
Gavito la macchietta del vecchio milonguero bavoso che considera
la sua saliva molto ambita dalle partner. Sebbene studiata per
l’infantile
pubblico americano, la viscosità di quel tango fece subito
presa anche a Buenos Aires, riaccendendo le speranze di molti veterani.
Dal pulpito mondano del settimanale Viva, le imitazioni non furono
però ratificate dal prototipo: un vero milonguero - Gavito
dixit - non balla mai con la sobra, gli scarti, pena la perdita
del ballo. Il suo caso era diverso: per lui gli scarti erano lavoro.
Dunque, nel tango non c’era più posto per i lavativi.
Quegli alti principi, se applicati, avrebbero riconvertito le milonghe
in stirerie, o condotto pericolosamente alla piena occupazione. Ma
i milongueros più fattivi non avevano certo bisogno di un
alibi da giuslavorista per disporsi come limatura di ferro alla calamita
dell’economia-politica. Prova ne erano gli assembramenti che
già da un paio d’anni si venivano a formare sulle piste,
in corrispondenza del tavolino di un qualsiasi organizzatore di festival
in Europa o Giappone. Erano quelli dei timidi, e tutto sommato comprensibili,
tentativi di partecipare agli utili dei mercati overseas. Niente
a che vedere con la minuziosa mercificazione che di lì a poco
sarebbe seguita proprio nella capitale morale del tango. Se il milonguero touch si era rivelato pressoché inutile in teatro, non così fu
nel riformulare i vecchi incubi. Nessun detrito alluvionale venne
tralasciato dalla riabilitazione a tappe forzate cui un terzo scaglione
di vecchi milongueros prestò volto e acciacchi tra il 1996
e i primi 2000. In soli cinque anni, le mezze età raddoppiarono
e vertiginosi scatti d’anzianità si aggiunsero a curriculum
per buona parte inventati. Queste manovre, già meno innocenti,
in realtà miravano a una rapida patente di milonguero e, tramite
questa, a un vitalizio, a una pensioncina, a una qualche forma di
risarcimento. Dalle tombole, i tè danzanti, le feste di compleanno,
le serate coniugali, dove molte esistenze si stavano indebitamente
prolungando nella disattenzione generale, risposero le classi che
nessuno si era mai sognato di richiamare. Le truppe spelacchiate
di una micro-borghesia sempre più impoverita - e per questo
sempre più disponibile a farsi suturare, in contanti, le escoriazioni
- trasformarono l’oltranza milonguera in ritirata su tutta
la linea. Dignità e postura non sono indeformabili. L’antico
sogno di corpo glorioso che un tempo giustificò il tango,
masticava ora i resti miseri e duri di un ballo interamente secolarizzato,
apoteosi della sobra, show di una comunità che ostentava i
carati della sua penuria. La logica concorrenziale della nuova imprenditoria
non solo riammise alla milonga il canyengue, il petitero, il traspié,
il ciuf-ciuf e ogni sopita voce dell’Enciclopedia delle Nocività,
ma ristabilì il principio d’equivalenza tra gli stili-merce
e ricaricò tutto il loro vuoto sulle spalle del sentimento.
Un tale appiattimento non sarebbe stato possibile senza l’avallo
acritico e interessato di quei bruschi milongueros. Il sonnellino
della ragione aveva infine generato i suoi mostriciattoli.
E’ da un siffatto brodino teratologico che sono scaturiti i
presupposti del brevetto europeo del Tango Milonguero®, emblema
tuttora insuperato della carestia coreografica di fine millennio.
Di milonguero, naturalmente, quel tango non aveva quasi niente, e
meno ancora la sua ideatrice Susana Miller, impellicciata planchadora di tutte le piste con aria condizionata. A questa aspirante monopolista
del milonguero faltaba infatti così tanta milonga che dovette
servirsi di quella degli altri. Di qui il ruolo mimetico, il rimbalzante
gioco di specchi dei non pochi milongueros che a Buenos Aires accondiscesero
a quell’abbraccio da stivatori, con la sincerità necessaria
a dar ragione al cliente pagante. Attraverso la rete commerciale
in franchising, Miller fu presto in grado di recare grandi notizie
ai suoi concessionari transplatini: la maniacale insipienza del
suo tango aveva una copertura cisplatina. Gli impappinati milongueros
nostrani, come del resto gli sparagnini del metodo myself, ne ebbero
il morale sollevato. Appena un argenteo filo di bava si dipana
ancora
oggi sotto quei loro passi striminziti.
L’ultimo, per ora, tentativo di rilancio teatrale del milonguero
anziano è stato perpetrato tre o quattro anni fa dagli espansivi
amministratori della nuova Buenos Aires tanguera. E per giunta
con i ghelli pubblici: che non li si venisse poi ad accusare di
aggiotaggio...
Quattro emeriti patriarchi, Pupy Castello, Jorge Manganelli, El
Nene e il Flaco Daniel, sono stati indotti a ballare in formazione
promiscua
con altrettante giovani ballerine. “Danza Maligna” -
questo il titolo della serie di improvvisazioni firmata da Silvana
Grill - è stata in seguito esportata in Francia, più per
il fumo che per l’arrosto che il nome dell’autrice
lasciava presagire. Ma, in quei grandi teatri, la spaesata magia
dei vecchi
milongueros non è apparsa meno invisibile dei risultati
artistici. Abituati a una ronda di frequenti ostacoli, i quattro
si aggiravano
per il palcoscenico rattrappiti come bigodini, sopportando le smorfie
delle ragazze e augurandosi che tutto quello sbattimento finisse
presto. In generale, agli spiritosi critici francesi la coreografia
pianeggiante di “Danza Maligna” non è piaciuta
molto: una bagarre di sbadigli, l’ha chiamata uno; teatro
Colon di Buenos Aires, un altro. Colon, con accento sulla prima
o. La delicatezza
d’altri tempi non è più una virtù esclusiva
della stampa britannica.
Oh, arcangeli notturni della milonga! Cos’è allora
che ci “tocca e scompagna” quando vi vediamo ballare?
Cos’è che
ci punge e ci brucia, come una rima che non riusciamo a raccogliere,
nella danza, ad esempio, della Rusa e del Chino Perico? Quando
anche un frammento della vostra unica pieza, che da sola
valeva - ora possiamo
dirvelo - tutta una notte di Sunderland, e che oggi ritroviamo
qui, nella fricassea televisiva di YouTube, a pochi tag di
distanza dalle
esibizioni di tanti disgraziati, basta a commuoverci? Neanche due
minuti sulla quadrettata baldosa del Sin Rumbo, quasi
di mattina, a sedie già ribaltate sui tavoli, le pulizie
in corso. E voi stretti in un abbraccio senza platea, mentre “Ya
sale el
tren”,
emulsionati in una qualche vostro lontano trasporto. E’ vero,
deve essere questo, il treno sempre se ne sta andando, e con lui
la giovinezza: quando tutti i sogni, gli amori, i vini, i tanghi...
quando tutti i diamanti futuri che sicuramente saremmo riusciti
a spremere da questa terra buia, erano ancora più numerosi
delle stelle.
Jean Fajean
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