TQR 13: 7 aprile 2007


 

La musica della vita

di José Pablo Feinmann

La musica è sempre stata per me tutto il contrario di un amore corrisposto. Per non parlare poi della letteratura, del tango, e già che ci siamo, delle ragazze. Posso quindi capire l'entusiasmo corpulento che José Pablo Feinmann riversa sui veri musicisti. Anch'io come lui suono ogni giorno peggio, e oggi sto già suonando come domani. Nell'articolo che qui pubblichiamo nella traduzione del nostro Locatelli - dal quale mi aspetto, sulla falsariga di Feinmann, un'apologia del disc-jockey di tango - lo scrittore ci parla degli egregi pianisti che non riusciremo mai a diventare.

 


Sono quel che si dice un pianista fallito, un tipo che ha toccato tutte le tappe della scala del fallimento. Perché non tutte le scale portano al successo: ci sono anche quelle che portano al fiasco. Sono uguali alle altre, con una sola differenza: si scende invece di salire. Il PF (pianista fallito) comincia in cima alla scala, quando si misura con i suoi sogni smisurati. Vuole essere Horowitz o Sviastoslav Richter. Poi capisce che non può e abbandona lo studio. Il suo maestro gli dice: “Se vuoi essere Horowitz, non credo che ci riuscirai mai”. Il PF diventa un pianista che suona per il proprio piacere. Diventa un pianista casalingo. A volte desta una certa sorpresa. “Non sapevo che suonassi il piano” è l’elogio più grande che riceve. Più tardi sente che suona ogni giorno peggio. Finisce per regalare il pianoforte e rassegnarsi ad ascoltare i grandi pianisti, quelli che per il piano ci sono nati.

Una volta mi hanno invitato al Festival del Cinema Latinoamericano di Rotterdam. Io ero lo sceneggiatore di Eva Perón, il che giustificava la mia presenza in quella città che odora di patatine fritte. Alla fine del festival, mia moglie ed io decidiamo di andare ad Amsterdam a dar fondo agli ultimi pesos. Arriviamo, hotel e giornali. La nostra prima ed inevitabile curiosità: cosa suonano al Concertgebouw. Oh, sorpresa, un pianista argentino. Il suo nome: Sergio Tiempo. E suona pure il Terzo di Rachmaninoff, il più opulento e probabilmente il più difficile dei concerti per pianoforte. Andiamo. Viene fuori Tiempo senza la divisa tradizionale del virtuoso: smoking, camicia bianca e papillon nero. No, è in pantaloni e camicia abbastanza aperta; diciamo pure troppo aperta. “Sembra Al Pacino in Scarface”, dico a mia moglie. Mi zittiscono subito. Ci sono due tipi di spettatori di concerti: quelli che tossiscono e quelli che fanno sshh. I tossenti sono chiamati “i tubercolotici”. Tossiscono soprattutto alla fine di un movimento, però anche durante o ogni volta che ne sentono il bisogno. Quelli che fanno sshh sono di norma degli autoritari. Stanno lì per ricordarci che siamo in un tempio della musica, dove aleggiano gli spiriti di Mozart e Schumann, e che a questi si deve rispetto: il rispetto è il silenzio. Sergio Tiempo si piazza alla tastiera, sistema lo sgabello e guarda il direttore. Cominciano. Il concerto di Rachmaninoff, eseguito per la prima volta a New York all’inizio del secolo scorso, con lo stesso Rachmaninoff al piano e Gustav Mahler come direttore, è una partitura molto complessa. Coincidenza vuole che i due concerti più significativi del XX secolo portino il numero tre: il terzo di Prokofiev e il terzo di Rachmaninoff. (E’ appena uscito un cd che si basa su questa teoria: i due numeri tre, i due Sergei, Rachmaninoff e Prokofiev, nelle formidabili versioni di Pletnev e Rostropovich). Non c’è pianista di rilievo che non decida di affrontarli. Chi lo fa bene, è un grande. Sergio Tempo è travolgente. Ma chi è questo argentino geniale? Tra le due cadenze composte da Rachmaninoff, una pesante, piena di accordi impossibili, e un’altra leggera da suonare a una velocità inverosimile, Tiempo sceglie la seconda. E la suona che dà le vertigini.

Torniamo a Buenos Aires. Lo sentiamo nei due festival di Martha Argerich quando già di lui sappiamo di più. Argerich è stata la sua maestra e tutti e due ora vivono a Bruxelles, a non molta distanza l’una dall’altro. Suonano, a quattro mani, La Valse di Ravel, un capolavoro di sapienza concettuale. Ravel prende il valzer viennese con quella trasparenza anteguerra del 1914 e lo trasfigura per esprimere la vicinanza del disastro e il disastro stesso. Una volta ho sentito Diego Fisherman dire di Ravel: “Non sono sicuro che questo tipo abbia inventato qualcosa, ma è un genio lo stesso”. Tra le altre meraviglie ha composto Gaspard La Nuit, di cui parlerò più avanti. Argerich e Tiempo suonano La Valse al Gran Rex, non al Colón, perché c’è una questione sindacale. Argerich, che è una delle più grandi e pure glorie di questo paese, suona poi un concerto di Mozart. Nel Gran Rex fa un freddo terribile. Per fortuna, i concerti di Mozart sono preceduti da lunghe introduzioni orchestrali, così la nostra Martha può scaldarsi le dita. Suona il 20 del genio di Salisburgo. Ombroso come nessun altro, questo 20 sorprende per la tragicità. Mia moglie mi dice: “Non è che Mozart fosse un po’ sballato quando ha composto questo?” Nonostante il freddo, la Martha ci regala un concerto impeccabile con quel meraviglioso talento datole dalla provvidenza.

Torno a Sergio Tiempo. Giorni fa leggo due righe di Diego Fisherman, che seguo sempre perché, semplicemente, sa moltissimo. Annuncia che è appena uscito un cd di Sergio Tiempio con Quadri a un’esposizione e Gaspard La Nuit. Wow. Il giorno dopo mi precipito nel negozio dove compro i miei dischi. Di solito lì c’è un giovane commesso che si chiama Martin. Martin sa tutto. Vien voglia di baciarlo. Ti dà retta, ti insegna. “Che versione ha del Quintetto di Schumann? Ne è arrivata una nuova. Deve ascoltarla.” Alcuni mesi fa, mi è venuto un colpo. Ascolto per la prima volta la versione di Martha Argerich della Sonata di Liszt. E’ un pezzo che conosco fin da ragazzino e gli ho anche dato un ruolo importante nel mio romanzo L’astuzia della ragione, in cui era suonato da un personaggio di nome Miguel Angel Estevez. Ebbene Estevez era in realtà Miguel Angel Estrella, il quale dopo aver letto il libro, mi mandò la sua versione, buonissima, della Sonata. Ascolto la versione della Argerich e vado subito da Martin: “Non so come ho fatto a vivere fin qui senza sentire questa. La versione della Argerich è la migliore. Meglio di quella di Horowitz, di quella di Arrau, di quella di Donohue, di quella di Pletnev, di quella di... ” Martin mi interrompe: “Ma come, non lo sapeva? E’ considerata la migliore in assoluto.” Mi sorride felice: “Che orgoglio la nostra Martha, no?” La sua versione è del 1971. E’ la cosa più grande e geniale che un pianista abbia mai fatto con quella Sonata, che è la gloria del pianoforte. E’ dedicata a Schumann, ma a Schumann non piacque. Liszt può essere altisonante, stentoreo, vuotamente pirotecnico. Schumann mai. Ma Liszt in questa Sonata “tocca il cielo con le mani”, come ha detto una volta Jorge D’Urbano, che sarà stato anche un musicologo pedante, ma di tanto in tanto conveniva stare a sentirlo. La Sonata ha un passaggio, Allegro energico, che inizia con un tema quasi religioso, quasi mistico (il tema appare diverse volte nella Sonata), però in questa variazione (Liszt era un genio della trasformazione tematica) si trasforma in un con passione di ruggenti ottave della mano destra e accordi pieni di quattro note della sinistra. Mai la passione romantica è stata espressa più eloquentemente. La versione di Argerich osa straboccare oltre lo straboccante. Ma in questo torrente, non le scappa nemmeno una nota: non c’è una nota che si perda all’ascolto. Le ottave ribattute della mano destra sono eseguite a una velocità, una vertigine, un ardore che nessuno è mai riuscito a dare prima. E’ un passaggio difficilissimo. Horowitz, un pianista arbitrario che più che i compositori interpreta sé stesso, lo esegue male. Pletnev, lento. Donohue, accademicamente. Geza Anda, che è un genio, qui sembra invecchiato. Horacio Gutiérrez, ci dà di pedale e lo suona staccato, il che è imperdonabile. E la smetto qui. Voglio anche ricordare, particolare non da poco, che Martha Argerich è una donna. Le donne di una volta, (tranne Clara Wieck, meravigliosa moglie di Schumann che aveva fatto impazzire due geni come Schumann e Brahms e pazza lei stessa) suonavano Mozart, Bach. Argerich fa piazza pulita di tutti i maschioni della tastiera. Nessuno ha mai dato tanto fuoco e potenza alla grandiosa Sonata di Liszt.

Torno di nuovo a Sergio Tiempo e a Martin. Arrivo al negozio, entro pieno di speranza ma non vedo Martin. C’è un ragazzo, pressappoco della stessa età ma con gli orecchini e la faccia vuota. Ma non vuota: vuota vuota. Gli chiedo il disco di Sergio Tiempo che è appena uscito. “Per la Emi”, gli chiarisco. “Aspetti”, mi dice. Va al computer. Muove le dita sulla tastiera. Non so se avete presente questo tipo di esemplari della post-post-post-modernità. Hanno sempre il labbro pendulo e un atteggiamento di noia non dico metafisica, ma stratosferica. Non sono qui, non so dove siano, ma non qui. Mi guarda: “Com’era il nome?” “Sergio Tiempo”, gli dico. “E’ sicuro?” “Sì”. Digita e digita, guarda lo schermo: “No, non ce l’abbiamo”. Innervosito gli chiedo: “C’è Martin?” “Martin?” “Sì, Martin. Non lavora qui Martin?” “Ah sì, però oggi non c’è. Torni domani”. “Domani c’è Martin?” Non mi risponde e se ne va da un’altra parte. Esco in strada. Saccomanno è al mare a Gessell. Belgrano Rawson in montagna a San Luis. Mia moglie a La Plata. Al teatro Argentino c’è ancora La Traviata. Sono solo come un cane. La mia vita è rimasta senza musica e per di più mi sono anche dimenticato di prendere l’antidepressivo a colazione. Salgo su un taxi. Il tipo tiene la musica a un volume impossibile. “Chi sono?”, gli chiedo. “La Renga”, mi dice. Penso: non è poi così male. E dopo un po’ sto già fischiettando.

© José Pablo Feinmann
trad. Tj Locatelli