Non mobilita le masse, lo stile
Louis-Ferdinand Céline
Un giorno o l’altro, qualcuno dovrà prendersi la
briga di scrivere per esteso una storia critica degli spettacoli
e delle
compagnie di tango, non tanto perché l’argomento induca
l’azionariato milonguero a una maggior salivazione, né perché del
battere siepi diverse da quelle già battutissime della diceria
e del pettegolezzo ci sia un’impellente richiesta. Penso
piuttosto che il tango rappresentato in teatro, in quello che certamente
non è il
suo domicilio legale, convochi suo malgrado tecniche, nozioni,
temi e concetti più generali di quelli altrimenti messi
in campo nel suo ambiente naturale; tecniche, nozioni, temi e concetti
senza
i quali il tango non riesce a formulare su di sé alcun pensiero
critico, se non sotto il cielo basso e verbosissimo del dilettantismo
specializzato. Anche le questioni di stilistica di più alto
volo, se confinate al solo ambito tanguero, suonano infatti pedanti
e auto-referenziali come le microscopiche tragedie che ogni giorno
si consumano tra gli sbadigli del mondo. Miopi come le diatribe
dei filatelici e non meno dettagliati dei rinfacci tra hobbisti,
i propri
conti il tango li vuole regolare in famiglia, con le porte di casa
chiuse. Se invece gioca in trasferta, è perlomeno costretto
a venire a patti, e al limite alle mani, con tutti i dispositivi
della macchina teatrale, dalle luci all’amplificazione all’allestimento,
e con le pratiche artistiche della drammaturgia e della regia.
E’ nell’uso
di questi elementi, o nella colluttazione con essi, che si rivolge
il massimo dell’intenzionalità di un autore; è da
qui che si possono dedurre notizie ulteriori sulla sua poetica
e sulle ragioni stesse del suo operare scenico. In quanto alla
coreografia:
beh, per poterla valutare prima bisognerebbe che ci fosse.
Non
sembri questa una svenevolezza alla Arbasino, ma il tango in teatro
si fa sempre riconoscere; anzi, fa del farsi riconoscere
il suo unico obiettivo. Come un ciliegio o una pecora, che nessuno
applaudirebbe
in un orto o sul cassone di un Apecar, ma che vengono vastamente
acclamati una volta trasportati “tali e quali” in teatro,
anche il tango punta al mediocre conforto del riconoscimento, al
farsi ravvisare per “tale e quale” a quella certa danza
che è autentica per convenzione e custodita chissà dove.
Se da un lato il tango teatrale rimanda a un ipotetico controvalore
aureo di cui tuttavia non è mai possibile verificare il “bene
fondi”, dall’altro, pur accettandone l’avallo,
lo diffida a presentarsi in pubblico così com’è.
Sembra la trama di ‘O Zappatore: un padre provinciale
che finanzia i lussi del figlio, ma di cui egli sotto sotto si
vergogna.
Lo scomodo
congiunto non potrà dunque debuttare in società senza
lo straccio di una produzione. Le luci, i costumi, la bigiotteria,
la gestualità magniloquente e i continui ammiccamenti al
demi-monde dell’intrattenimento turistico, costituiscono
lo sgargiante armamentario, la mucha producciòn*,
con cui il tango teatrale cerca di salvare le apparenze e, nello
stesso
tempo, di alludere
al suo garante popolare, senza il quale non esisterebbe. Quando
di malavoglia accondiscende al teatro, il tango si correda, si “carica” di
chincaglieria, in modo che, attraverso e nonostante la caricatura
che temporaneamente lo maschera, possa venire smascherato, cioè riconosciuto,
e di conseguenza perdonato per l’ingerenza territoriale.
Si tratta pur sempre di un “povero disgraziato” che
simula quelle che lui crede essere le smancerie del ricco, ma che
in realtà non
vede l’ora di tornarsene tra le mura domestiche. Di qui i
suoi modi petulanti o furbescamente umili, da impunito; di qui
il suo
rifiuto ad assumersi il rischio di una qualsiasi definizione coreografica
e musicale. Per paura che traspaia il villano momentaneamente rifatto,
e che dentro le sue scarpe di vernice si percepiscano i piedi sporchi,
il tango teatrale gioca d’anticipo, accantonando ogni ambizione
artistica e rinviando l’atto creativo a data e luogo da destinarsi.
Parla, questo sì e con abbondanza, della sua storia; ripercorre
la sua evoluzione in ordine cronologico; ricostruisce gli ambienti
sociali in quadretti lacrimogeni o divertenti scenette; cerca il
consenso del pubblico con numeri d’attrazione o con qualche
appiccicoso atteggiamento sexy; rimette insieme musiche e stili
di danza che furono tra loro nemici inconciliabili; mostra, paradossalmente
avvolte in tabarri luminosi di molte migliaia di watt, le sue presunte
stelle. Insomma, il consueto repertorio di trucchi di un’arte
di vera e profonda bellezza, ma a cui qualcuno ha fatto credere
di essere di serie B e, come tale, di doversi limitare a spettacoli
di genere. Un’arte a cui è permesso al massimo di
confermare sé stessa, in un’allucinazione fondata
sulla perpetua glossa a esempi ricevuti e sulle diverse combinazioni
di elementi
costanti: la classica, e autorizzata, rivista di tango.
Questo
nei migliori dei casi, perché ora non avere talento
non basta più. La dilagata mercificazione del tango, l’agganciamento
al pendolo delle mode, i suoi nuovi imprenditori, fanno sì che
sia soprattutto chi non ha niente da dire ad andare a dirlo in
palcoscenico. Ecco dunque il nuovo degrado: il tango-show “irriconoscibile”,
tautologico, che rinvia soltanto a sé stesso. Un tango platealmente
mimetico, “recitato” da ballerini provenienti in gran
parte dal folklore, e perciò tradizionalmente estranei,
per filosofia, tecnica e coscienza di sé, al mondo della
milonga, ma in compenso economici, intercambiabili e senza fisime
artistiche.
Per costoro, venuti su tra i palcoscenici rusticani del Ballet
Nacional e il glamour grottesco delle cene-spettacolo, non c’è nessuna
relazione di temperatura, nessuna tensione dialettica tra pista
e scena, tra vita e tango: solo l’asservimento ipocrita alle
esigenze dello show-business, il furto con poca destrezza del calco,
dell’imitazione, della parodia sorridente, del falsetto.
Come dimostrano gli odierni para-musical, ad attirare il pubblico
rintronato
dalla televisione sono soprattutto i piedi sporchi.
“Il momento significativo dell’opera d’arte” -
scriveva più o meno Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo - “non
consiste nell’armonia realizzata con la realtà,
ma nei tratti in cui affiora la discrepanza, il necessario fallimento
della tensione appassionata verso l’identità”.
E con questo siamo a posto: tutto il contrario del tango teatrale,
che invece considera fallimentare proprio ciò che discrepa
dalla realtà e resiste all’identificazione. Per restare
sul versante strettamente illuministico, è buona norma che
gli interpreti di uno spettacolo di tango standard siano costantemente
inondati dalla luce dei proiettori, specie se frontali. Ciò non
avviene per festeggiare la scoperta dell’elettricità,
quanto piuttosto per mettere il pubblico nelle condizioni di “identificare” l’artista,
come in quei film americani in cui si richiede alla vecchietta
di individuare, tra i diversi candidati introdotti nella show-room,
il veloce borseggiatore riuscito purtroppo a dileguarsi. Nell’archetipo
di tutti gli show di tango, il Tango Argentino di Héctor
Orezzoli e Claudio Segovia del 1983, le sette coppie di ballerini
erano addirittura
seguite, come dei carcerati sorpresi durante un’evasione,
da altrettanti fari a “occhio di bue”. Un effetto di
strabismo multiplo da Notte dei Pattinatori che letteralmente
spiaccicava le
ombre al suolo e sul fondale. L’intenzione dichiarata nello
stesso claim dello spettacolo era, d’altronde, quella di
rifarsi all’estetica “coatto chic” dei night-club
di San Telmo in cui i produttori avevano raccattato, con la sola
eccezione
delle coppie formate da Elvira e Virulazo e da Maria Nieves e Juan
Carlos Copes, tutti i loro protagonisti. A proposito di Copes,
che del balletto di tango si proclama inventore, dirò invece
che, pur non avendo visto le sue creazioni degli anni ‘60,
se non in alcune foto di scena in cui era riuscito a far vestire
Astor Piazzolla
da compadrito, mi vien fatto di credere che esse non fossero
in nulla diverse da quelle assiduamente approdate a ogni suo spettacolo
posteriore,
da Copes Tango a El Bailarìn del siglo al
film Tango di
Carlos Saura, allo stesso Tango Argentino, di cui peraltro
si è proditoriamente
accaparrato il Tony Award per la coreografia: lo sketch del “maestro”,
il ballo fra uomini, l’amante lustrascarpe, la triade perenne
Danzarìn Recuerdo Verano Porteño, la coppia
solista davanti e il resto dei ballerini a fare mucchio là dietro.
Non sarò certo io a pretendere un nuovo assortimento di
coreografie da un uomo il cui senso dell’inalterabilità è arrivato
a concepire l’ingualcibile smoking-muta da sommozzatore,
con chiusura lampo “a scomparsa” sullo sparato: quelle
che ripete da cinquanta anni a questa parte, stia pur tranquillo,
non
fanno una piega. Da parte sua, Tango Argentino ha il merito
indiscusso di aver rifatto conoscere il tango nel mondo, e anche
quello meno
encomiabile di aver dettato il canone dei malintesi, la “maniera” del
tango-show. Come La Settimana Enigmistica, vanta innumerevoli
tentativi d’imitazione, tutti però perfettamente riusciti:
dalle copie smaccate Forever Tango e Tango Pasiòn,
fino alle recenti e sempre più sbiadite riproduzioni, il
cui nome è imbarazzante
accostare all’originale. Ha anche, per così dire,
inventato i destinatari dello show di tango: un pubblico d’esportazione
disposto ad applaudire gli svarioni di una cultura che conosce
solo superficialmente. Tant’è vero che quando nel
1992, dopo quasi nove anni di ininterrotti successi planetari,
Tango
Argentino arriva finalmente a Buenos Aires, deve
chiudere in meno di tre settimane, nella delusione generale. Tutte
le riedizioni successive,
da Corrientes
a Broadway, sono una sfilza di tristi fiaschi. Nonostante il rastrellamento
di nuovi interpreti, lo spettacolo non riesce ad affrancarsi da
una formula ormai risaputa e finisce per morire asfissiato dal
pulviscolo
dorato della sua stessa gloria.
Per arrivare a una novità nel
tango teatrale, bisogna dunque aspettare gli ultimi anni ‘80
e il Tango x 2 di Milena Plebs e Miguel Angel Zotto, di
cui i due ballerini sono inizialmente i
soli autori e protagonisti. Questo loro primo spettacolo compendia
l’entusiasmo e la sincerità con cui la nueva camada di
giovani sta raccogliendo il testimone della sapienza milonguera
e gli insegnamenti dei grandi maestri. Un piccolo gruppo di ballerini
che, per la prima volta dopo decenni, vuole conoscere e fare propria
la segreta poesia del tango; che censisce i milongueros di
valore, studia lo stile dei creatori, restituisce efficienza ai
classici,
collauda uno a uno, come piloni di una teleferica, gli stadi evolutivi
della danza, e infine ripristina le potenzialità espressive
di un linguaggio che la maggioranza dei giovani argentini ancora
considera, non a torto, più morto di un inno sacro. Milena
Plebs, Miguel Angel e Osvaldo Zotto, Guillermina Quiroga, Pablo
Veròn,
Carolina Iotti, Gustavo Naveira, Vanina Bilous, Alejandro Aquino,
Mariachiara Michieli: questi sono i nomi delle piccole barche che,
facendo la spola tra la grande nave incagliata nella notte e le
nuove rive, portano in salvo, ciascuna con la propria “capacità”,
il prezioso carico. Tango x 2 è il primo risultato
del traghettamento. Non rompe col modello “naturale” di
spettacolo a spiedino, e nemmeno rifiuta l’ossequio agli
stilemi di Tango Argentino da cui pure proviene,
ma è comunque un primo passo verso
la serie A; almeno finché dura la coerenza del monologo.
La sua vera importanza è piuttosto quella di indicare, con
la grazia artigianale di uno spettacolo auto-prodotto e indipendente,
una strada
praticabile a una generazione martoriata dalla dittatura militare,
ma che ora finalmente può e vuole dire la sua. Da questo
momento in poi, l’inno sacro, la lingua morta “purché ben
morta” di Fortini, le catene di Valery, daranno a quei giovani
ballerini le ali.
Strano ma non inspiegabile destino che ad allontanarsi
definitivamente dalla sinopia del tango teatrale, e a creare un
tango a sua immagine
e somiglianza, sia proprio una ballerina e coreografa italiana.
L’aiuta,
certo, il pathos della lontananza, la stessa nostalgia per la
montagna / bruna per la distanza, che aiuta anche il nostoi di Ulisse; e
l’assiste
forse la caposselliana teoria delle risacche, secondo cui ogni
oggetto portato dalla marea è, per chi lo sa usare, un innesco
d’incantesimi,
una lampada di Aladino il cui genio fuoriesce inaspettatamente
da chi la strofina. Fatto sta che Mariachiara Michieli, con le
strofe
mozze di quell’inno sacro, con gli scarsi cocci dispersi
dagli oceani e arrivati fino a Venezia, ricompone tutto un suo
mondo fiabesco.
Per adempiere il quale alla fine degli anni ‘80 si trasferisce
a Buenos Aires, nel turrito reame di Miguel Balmaceda, Pepito Avellaneda
e Antonio Todaro. Ed è per rendere veri quei frammenti,
Sabarasa, A Evaristo Carriego, che insieme al suo compagno Alejandro
Aquino
e a chi qui ora scrive, tre anni più tardi crea Tangueros.
E’ soltanto la prima stesura, ma ha già una precisa
definizione stilistica. Coreografia, musica, luci, costumi, regia:
tutti gli elementi rispondono a una concezione unitaria. Tangueros dà al tango, per la prima volta nella storia, una “forma” teatrale
all’altezza della sua nuova casa. Lo spettacolo celebra Osvaldo
Pugliese, dà una cittadinanza scenica all’enorme arte
dei milongueros, ne campisce l’oscura e terribile anonimia
in un abbacinante controluce. Nessun proiettore frontale o di taglio:
i ballerini sono ritagliati su un fondale di luce che come un’aura
ne circonda la danza. Più che un appello all’identificazione,
Tangueros è trasfigurazione, illusionismo, fantasmagoria:
verità mediante phantasmata. Anche la coreografia va contro-corrientes.
Non più il solito campionario di esibizioni, ma “danza”,
scrittura corporea, creazione articolata: eccolo, finalmente, quel “pensiero
ballato” che una definizione troppo famosa associa, come
una colpa originaria, alla tristezza. I pochi squilibri non sono
altro
che l’insorgenza di contenuti ancora non domi, le incertezze
di chi allarga il proprio arco lessicale perché non gli
basta più il sapere omogeneo della milonga, ma affida al
tango teatrale il compito di fondare un mondo nuovo. Squilibri
e incertezze che
spariscono quando nel 1996 Mariachiara si separa da Alejandro e
si ritira dalle scene. Ora la sua voce è costretta ad aprirsi
in più voci, nella “drammaticità” obiettivamente
teatrale delle coreografie dialogate che crea per i ballerini della
sua compagnia. Nascono uno dopo l’altro Milonga Boulevard,
Cuatro Noches, Corazon Quebrado, Desdelalma, Slums/Bajofondo, Catalogo,
spettacoli in cui Mariachiara struttura il suo linguaggio coreografico,
il suo “mondo nuovo”. Un tango unico per eleganza formale
e ricchezza di contenuti, ma anche per certi versi insostenibile,
almeno per i professionisti delle ultime generazioni. Perché insostenibile
si è fatto nel frattempo, per questi ballerini dal sangue
vuoto di milonga e adulatori del mercato, un gesto umano plasmato
nel fuoco e “riferito” in palcoscenico con la stessa
cura con cui si scelgono le parole dell’amore.
“Una composizione, qualora non generi da sé medesima
una ricca e autosufficiente complessità, vivrà grazie
ai supporti forniti dall’ideologia del tempo, ossia grazie
ai contributi dello spettatore, persuaso di ricevere dall’opera
quelle leggi che egli medesimo inavvedutamente le conferisce; mentre
il
proprio
di ogni grande opera d’arte è di dettare essa stessa
tutta una legislazione.” Così, ancora, Franco Fortini.
Ma in quel pionieristico 1992, quando cioè l’attenzione
dello spettatore di tango si stava ancora organizzando, la “legislazione” di
Tangueros, ossia la sua effettiva gittata, si poteva misurare
piuttosto dalle difensive alzate di sopracciglio che inizialmente
le votarono
le istituzioni teatrali, e dalla erculea semplificazione che ne
diedero le nascenti comunità tanguere in Italia. Dal tango,
i critici e i direttori artistici d’allora s’aspettavano
tutt’al
più una serata amena, in cui magari ritrovare le digestive
atmosfere del Viejo Almacen o della Casablanca de
Buenos Aires,
dove una volta si erano recati dopo il serio balletto al Teatro
Colòn.
Gli ufficiali della critica invece, tranne rarissime eccezioni,
parlavano più volentieri di costume che di danza e mutuavano
da quel basso giornalismo le automatiche cantilene che poi sparpagliavano
nelle loro recensioni: evidentemente, quegli stessi aguzzi coltelli
che fino a un attimo prima erano serviti benissimo per sezionare
una coreografia, mettiamo, di Pina Bausch, erano diventati di colpo
troppo “artistici” per il tango. Le associazioni, da
parte loro, cercavano in Tangueros uno specchio benevolo
in cui riconoscersi; ci rimproveravano una carenza in didascalie,
una
manchevole propensione
ad accompagnare per mano il pubblico non specializzato. Erano dei
milongueros, loro. E un tango “che faceva il difficile” metteva
a repentaglio affiliazioni e tesseramenti, spaventava la potenziale
clientela del ballo sociale. Quando era vero il contrario: proprio
perché Tangueros elaborava a un livello più alto
la verità e la bellezza di un’arte “popolare” che
era già perfettamente consapevole di sé quale “atto
estetico”, ne faceva intravedere il possibile corpo glorioso,
fungeva cioè da detonatore di vocazioni. Tangueros insomma,
aveva preso la “ideologia del tempo” alla sprovvista.
Quando questa venne allo scoperto con tutti i suoi snobismi e pregiudizi,
più che “contributi” ci offrì il contentino
di una legittimazione pelosa e intermittente. I guardaportone dei
fasti supremi della danza da un lato, e i gestori dei “fondi
comuni” del tango dall’altro, in realtà stavano
cooperando a preparare i disonorevoli giorni del tango di oggi.
Tollerarono appena uno spettacolo senza Cumparsite, Libertanghi,
vestiti da veglione
e tutto il birignao solo perché i nostri teatri erano sempre
esauriti e la danza di Mariachiara e Alejandro obiettivamente “irraggiungibile”.
Cercarono, senza successo, di impegnarci in scaramucce di retroguardia,
quando noi volevamo fare un fuoco di ogni frasca. E anche così,
senza che fosse ancora passato un anno dall’esordio, Tangueros era
arrivato ugualmente al Teatro Regio di Torino. Una lunga tournée
nei grandi teatri italiani ci stava aspettando. Penetrati nel fortilizio,
ci apprestavamo a pestare la coda al leone. Una delle prime tappe
fu Genova, al Teatro della Tosse. E la sera del debutto, nelle
prime file c’era Lele Luzzatti. Avevamo quasi vergogna di
mostrare all’illustre uomo di teatro, al re mago della scenografia
e della pittura, il nostro spettacolo di tango “nudo e crudo”,
come dicevamo allora; spoglio, senza scene, dai costumi castigati,
sempre in controluce, Tangueros puntava tutto sulla danza
e sulla musica. Quando alla fine venne in camerino, ci aspettavamo
i soliti
complimenti di circostanza. Invece, dopo averci cortesemente mentito
dicendoci che il nostro era lo spettacolo più bello della
stagione, ci prese da parte e ci sussurrò quest’unica
parola: “Un poeta dice che si viene al mondo tra bestie buone
e scarabocchi. Io non so chi siano le vostre bestie buone, ma ho
appena visto i vostri scarabocchi; che, come un altro poeta ha
scritto, vengono meglio sul nero. I bambini disegnano spesso con
i gessetti
colorati sulla carta nera. Il fondo nero permette l’enfasi
dei colori. Per cui questi disegni di bambini sembrano dei prodigi
di sensibilità coloristica: semplicemente perché il
nero produce questa coordinazione. Ora, scrivere sul fondo nero,
cioè sul fondo dell’irrazionale, dell’istintuale,
del non controllo critico, certo permette di dare l’illusione,
un po’ come i disegni infantili, che i loro colori siano
tutti intonati. Ma dove l’attività artistica si unisce
al momento critico e autocritico, quando si disegna cioè sul
chiaro, allora tutto diventa più difficile. Il tango nasce
sul nero, che è il buio dell’istinto. E’ fatto
di segni che affiorano dall’oscuro cisternone dell’inconscio.
Voi questi segni li avete illuminati, li avete portati alla luce,
resi veri, e più belli ancora, senza quasi toccarli. Avete
osato togliere il fondo nero.”
* Quando una ragazza si trucca
e si mette un bel vestito in Argentina si dice che è “producida”
Marco Castellani
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