TQR 13: 7 aprile 2007

 

Falucho Burgos nella Parigi

di Juan Sasturain

A nostro sindacabilissimo giudizio, Juan Sasturain è il miglior erede di quella tipica tradizione argentina del letterato popolare, tanto impermeabile a dottrine e accademie quanto particolarmente versato nella nostra pirotecnica parlata stradale. Nella recente estate australe, Sasturain è venuto pubblicando su Pagina/12 una serie di "Scritti sulla sabbia", come i dimenticati Franco IV e Franco I. In questo che qui presentiamo, ci narra la storia di un salsero che negli anni '60 cominciò la sua carriera in una confetteria di Mar del Plata chiamata Parigi.

 


La tecnologia finisce per farsi carico di tutto o, più verosimilmente, per fare di tutto una merda. Come nel caso dei fotografi ambulanti sulla pedonale del Bristol. Avevo un amico, Carlos Alberto Lucero - “Foto Cacho” per la cronaca - che aveva lavorato per trenta anni su quei marciapiedi. A quell’epoca i fotografi giravano con la macchina al collo e un pannello con gli esemplari: fotografie in bianco e nero e a colori, qualche volta con personaggi famosi, calciatori coi baffetti, cantanti irriconoscibili in costume da bagno... E di notte, il lampo dei flash al magnesio - non so se vi ricordate - quelli che facevano pof. E’ un mestiere praticamente scomparso, come del resto quello del fotografo pubblico. “Siamo dei personaggi in via d’estinzione”, dice Cacho. Buoni per una puntata di Quark.
In realtà ne rimane ancora qualcuno da esposizione: i turisti, invece di farsi fotografare da loro, fotografano loro. Li usano come sfondo, come i leoni di pietra e il portiere gallonato del Casinò. Devo dire che anche i veterani sembrano fatti di pietra o al limite intagliati nel legno mangiato dal mare. Tutti con quel loro cappellino bianco col nome ricamato: “Foto Tito”, “Foto Ruben”... “Assolutamente impresentabili”, dice ancora Cacho che sopravvive grazie alla riconversione in un carretto coi croccanti. Resta comunque vero che è stata la tecnologia a fregarli.
Non sempre, però. All’inizio la novità li aveva beneficiati. Quando vennero fuori le polaroid, quelle macchinette che ti davano la foto sul momento, come le cabine delle foto tessera, che sono state le prime di questo genere, i ragazzi della pedonale fecero soldi a palate: i turisti, stanchi di essere imbrogliati o anche solo di stare a sentire la storiella del pagamento in anticipo e consegna, che non seguiva quasi mai, in hotel, preferivano le istantanee. E’ chiaro che le polaroid erano più care e come foto non erano un granché. Uno schiacciava il pulsante e subito la macchina ti sputava l’immagine. Per me, però, non erano foto-foto, e in questo sono d’accordo con Cacho. Erano un giochino, come i seamonkeys o il tamagochi... E fu l’inizio della fine. Quelle merde di macchinette digitali hanno completato l’opera. Oggi chiunque si scatta le sue foto. E si vede, è chiaro.
Con la musica succede lo stesso. Adesso non si va più ad ascoltarla in qualche posto: ce la si porta da casa. I mocciosi specialmente. Se uno vuole la musica dal vivo, ci sono gli spontanei - che di spontaneo non hanno un cazzo, quei mafiosi. Si installano tutte le sere sulle scalinate e ci danno dentro col gren-gren, che ti piaccia o no. Poi passano il berretto per la colletta e questo fa la sua differenza. Sono espedienti, niente di male per carità, però una volta c’erano cose più belle che oggi non ci sono più.
Una volta, in fondo alla rotonda che dal Casinò porta alla Popolare, c’era la Confetteria Parigi. Era una vera istituzione. Questo la gente non lo sa, ma è proprio da lì che è venuto fuori il negro Falucho Burgos, il salsero famoso. La prima a capitare nella confetteria era stata sua madre, Rosa Burgos, che lavorava da inserviente in cucina e al bar. Distribuiva gli antipasti nei piatti, spremeva le arance, componeva i gelati a due gusti: quel genere di cose lì. E’ stata lei a trovare un lavoro anche per il figlio che, da parte sua, si grattava la pancia tutto il giorno a Punta Iglesia. Al massimo una scommessina fino alla boa Gancia con qualche minchione di Buenos Aires: il piccolo Burgos era ben messo e nuotava come un pesce. Il fatto è che sua madre gli procurò quel lavoretto anche per poterlo sorvegliare. Da martedì a domenica, alle sette di sera, il ragazzino si toglieva la sabbia dalle ciglia per indossare una giacchetta color vinaccia e servire ai tavoli dei turisti poco propensi a spendere.
Ogni giorno la Parigi offriva sul suo esiguo palcoscenico una serie di altrettanto modiche attrazioni. Il programma prevedeva una compagnia stabile alla quale si aggiungevano degli artisti di seconda categoria di passaggio in città. Questi, oltre a prestare la faccia a Canale Otto e la voce agli annunci della radio, tiravano su qualche soldo supplementare presentandosi dal vivo alla Parigi e pareggiando così il loro bilancio stagionale. Tra le formazioni regolari c’era l’orchestra jazz di Armando Blumetti con il crooner Dick Perry, un piccoletto dotato di baffi a bastoncino e voce minuscola. Il sobrio Blumetti coltivava senza enfasi un repertorio di ramo generale il cui unico limite era ciò che non ne faceva parte: il tango, ad esempio, territorio del duo Confalonieri e Di Quarta, bandoneòn e chitarra, che suonavano milonghe a tutta birra, inseguendosi come cane e gatto; o il genere tropicale, specialità dei Cocoritos. Questi malfermi morochos approfittavano a mani basse della strada aperta dagli innovatori Wawancò e alternavano i ritmi facili di una cumbia non ancora importata con l’ammiccante divulgazione de “La manata”, “Non mi rompere le uova” e altre raffinatezze così. Nonostante tutto, suonavano bene.
Il padrone, non della confetteria ma della gestione spettacoli, era un ufficiale sopravvissuto della Graaf Spee, l’indimenticabile “Herr” Beer Mayer. Questo tedesco, tenuto a distanza per ragioni politiche dai suoi stessi connazionali raggruppatisi, dopo lo sbarco, nella vicina Confetteria Munich, si era reso indipendente dapprima come eccentrico performer di “fischio leporino” e poi come promotore e manager di non migliorabili bidonate.
Fu Herr Beer il primo a intravedere il talento artistico di Falucho quella notte in cui capì che per dare colore e credibilità ai Cocoritos ci voleva un plausibile negro. Così sostituì la giacchetta di Falucho con una camicia floreale, gli diede un paio di barattoli con i fagioli secchi perché facesse, parole sue, “della percussione spontanea” e gli fece imparare quei cori che del resto il giovane cameriere sapeva già a memoria per averli sentiti tutte le sere da quando lavorava lì. Tutto ebbe inizio quella stessa notte.
Perché in qualche maniera tutto quello che successe in seguito, fino al successo del ragazzo nell’orchestra di Tito Puente, cominciò proprio quando Falucho, scuotendo i fagioli secchi e muovendo i fianchi, si unì al celebre ritornello “Colòn, Colòn... e suo figlio Cristoforino”. La permuta della giacchetta con la camicia a fiori e l’ascesa di quei dieci centimetri di palcoscenico, furono i gesti definitivi della sua carriera e della sua vita.
A questo volevo arrivare: tutto ciò non sarebbe stato possibile con l’attuale cambio tecnologico. Non so se mi spiego.

© Juan Sasturain
Escritos en la arena, Buenos Aires 2007
trad. El Moplo