Conosco una insegnante di inglese, di origine tedesca,
cinquantenne, di nome Lucinde. Ha una famiglia e un marito che l’aiuta
a tenere a bada i figlioli più piccoli. Dedica tre o quattro
ore al giorno ad aiutare alcuni immigrati del quartiere, se sono
in difficoltà. Gli mette i panni in lavatrice. Con tre o quattro
amiche glieli stira e glieli riporta. Gli immigrati hanno passato
l’inverno sotto certe specie di tende. Senz’acqua e senza
cessi, fra mucchi di rifiuti. Cacciano le pantegane. E’ difficile
accoltellarle. Muoiono solo se inghiottono sacchetti di plastica
o siringhe. All’incrocio fra piazza Pantaleoni e via Stephenson,
tre marocchini lavano i vetri. Di tanto in tanto arrivano i questurini,
sequestrano gli strumenti per lavare, il secchio. Giorni fa a uno
gli hanno preso duecentomila lire. A un altro settecentomila lire
di sigarette. La mia insegnante di inglese sta appostata all’incrocio
dietro l’edicola di un benzinaio e, quando gli agenti arrivano,
i marocchini corrono a portarle i soldi che hanno in tasca. Lei li
mette in una delle borse di plastica del supermarket e se li porta
a casa, come fosse la banca del Maghreb. E’ una borsa pesante,
tutta di monetine.
L’altra sera doveva andare a teatro e si è portata dietro
la sacchetta con i soldi dei suoi protetti, perché nel quartiere
si aggirano molti ladri, entrano e escono agilmente dalle case, scusandosi
se incontrano qualcuno. A teatro davano Strindberg. Che allegria.
La insegnante di inglese ama il teatro, io poco. Non capisco come
faccia Raboni a andare a teatro tutte le sere. E’ peggio che
andare in ufficio tutte le mattine. Almeno in ufficio puoi conversare.
La madre della tedesca è morta per aver mangiato tutto in
una volta troppo pane sovietico, di segale, ma forse non era neanche
di segale. I soldati sovietici lo buttavano dalle torrette dei carri
armati, nel 1945. Quel troppo pane arrivò tutto insieme, dopo
che quasi era morta di fame sulle strade della Pomerania. La piccola
arrivò sull’Oder ma la rimandarono indietro. Crebbe
con i pionieri comunisti. Una volta ha perfino visto Ulbricht. Da
grande passò a Ovest ma non si vergogna di essere una Genossin.
Non è credente. Non è comunista. Neanche socialdemocratica.
Quelli che guidano le auto, quando al rosso vedono il marocchino
che si precipita a sollevare i tergicristalli e lei che chiacchiera
con due altri in attesa sul marciapiede, le gridano “troia”.
E lei: “Come ha detto?”. Non ha idee generali sul mondo,
legge poco. Non per questo, ma è molta simpatica.
Abito vicino all’Arena di Milano, quella costruita secondo
i piani di Bonaparte. Da qualche anno è in restauro. Non ce
l’ho con i restauri ma con quelle che sembrano, e probabilmente
sono, ruberie. In una città che conosco da dieci anni ci sono
i ponteggi (pagati, credo, al chilo, pro die) per un restauro immobile.
Sotto l’Arco della Pace, il delicato soprammobile stile impero,
dormono maghrebini che non godono della protezione di Lucinde. I
restauratori hanno eretto una torre alta come l’arco che con
una specie di ponte immette in cima all’arco dov’è la
quadriga di bronzo di Abbondio Sangiorgio. Così a pagamento
(spero) milanesi e turisti che non si accontentano di vedere Milano,
come fece Kafka, dalla vetta del Duomo, la vedranno di lassù.
Però è alto solo venticinque metri, meno della colonna
Traiana.
Ci sarà poco da vedere. Sarà un cattivo affare. Non
dico fra i maghrebini ma fra gli abitanti di queste contrade chi è che
sa che il terzo dei bassorilievi dell’Arco della Pace (lato
Parco) rappresenta la capitolazione di Dresda, col comandante francese
Gouvion de Saint-Cyr che si arrende agli austriaci e ai russi, l’11
di novembre del 1813 a Klenau? E’ incredibile.
Ma perché vi racconto della arena, delle ruberie degli appalti,
dei marocchini tormentati dal Comune o soccorsi dai volontari? La
insegnante di inglese è aiutata da un prete e da un giovanotto
dell’ex Partito Comunista. Ma il punto non è questo.
Il punto è che il mio parrucchiere (di Mazara del Vallo) mi
ha detto che lui la figlia alle manifestazioni pacifiste non ce la
lascia andare e quando quelli fanno sciopero lui va alla scuola e
costringe la figlia a restare nell’aula, seduta al suo banco.
Quelli che scioperano sono per Saddam e gli ebrei di Israele dovrebbero
prendere tutti i palestinesi e cacciarli fuori, in Giordania, in
Siria, dove capita. Così la faccenda sarebbe finita. Intanto,
i ciuffi bianchi stopposi dei miei capelli cascano sul “Corriere
della Sera”. “Vede”, dico, “non è così semplice”.
Gli spiego perché. “Bisognerebbe ammazzarli tutti”,
dice, “però non si può se non siamo tutti d’accordo”. “Verissimo”,
abbrevio. Il prezzo del taglio dei capelli, dall’ultima volta, è cresciuto
di duemila lire, non lascerò la mancia.
Esco sotto i grandi manifesti pubblicitari.
Parlando seriamente: chi ha detto che c’è stata una
guerra nel Golfo? L’anno scorso il parrucchiere mi raccontò che
certi falsari fregavano i maghrebini venditori abusivi pagandoli
con fogli da cinquantamila falsi che fregati a loro volta su un foglio
bianco stingevano tracce come di rossetto. Poi si seppe che da nuovi
lo facevano anche quelli buoni. Comunque i maghrebini non hanno perso
la guerra e non hanno parenti a Baghdad. In questa città invece
si sono fatti rari gli americani. Sono anni che non ne vedo uno vero.
Quando l’anno scorso, per via della legge Martelli, gli immigrati
si mettevano in fila fin dalle quattro del mattino per i permessi
di soggiorno, le camionette della questura si mettevano di traverso
sulla via vicina dov’è il consolato degli Stati Uniti.
Iersera ho visto in Tv i funerali di un agente ammazzato da rapinatori.
Ho telefonato a Tito P. per dirgli che si vedeva la madre dell’ammazzato
camminare dietro la bara sorretta da compagni del morto, tutti in
uniforme. Cantava, stonata e convulsa, Fratelli d’Italia.
Posso capirla, avrà fatto le elementari sotto la prima repubblica.
Stringeva con tutte e due le mani un lembo della bandiera, quello
verde, come fosse la coda di un mulo. Era una donna napoletana; del
popolo, come si dice, anche se non si sa più cosa vuol dire
e certa gente che conosco trova che impietosirsi è da sciocchi.
Cantava quasi urlando, finché la bara è entrata in
chiesa. “Siam pronti alla morte” e ripetuto due volte “Italia
chiamò”. “Capisci”, gli ho detto, “siamo
due professori della media inferiore”. “Smettila”,
mi ha risposto, “Queste cose vanno pensate meglio e soprattutto
non scritte mai”.
Non capisco più nulla. Posso fare un ragionamento abbastanza
lucido ma sul niente. L’ospite sta seduto sul divano, io nella
mia poltrona col suo insanabile sdrucio nella pelle. Gli spiego perché non
capisco più nulla e perché quel che è successo
dall’agosto scorso ha cambiato i connotati di quel che era
successo nei due anni prima. Gorbaciov, il crollo dell’est,
tutto questo rientrava nel telescopio dei trent’anni precedenti.
La guerra del Golfo no. Allora nulla era stato vero, oggi gli americani
possono ammazzarci e poi vengono le macchine per il movimento terra
e poi tutto è a posto, se ne parlerà fra cinquant’anni.
“Voglio morire”, dico pianamente all’ospite non
dimenticando, da pedante come sono, di aggiungere le due parole greche
del Satyricon.
Piacevano a Sereni. Non andrò a Luino, mi hanno invitato a
una adunanza di poeti sulle sue ossa. Se ci penso mi fanno male le
mie. Che cosa starà facendo Mengaldo, nella sua casa di Padova?
Ascolterà musica. Dico Mengaldo perché era molto affezionato
a Sereni. A volte, quando telefono, rispondono le figlie degli amici
e dal timbro delle voci capisco come gli anni passano presto e quanto
si stiano separando dai genitori e dai coetanei dei genitori.
Per questo paese non c’è salvezza. Per trent’anni
questa frase mi sono rifiutato di pensarla. Oggi la penso e la credo.
Ma che cosa ci sono stato a fare, fra le parole di questa lingua
e tutto l’orribile schifo dell’arte, della poesia, delle
belle colline e del mare, dei giovani generosi e morti e dei giovani
disperati e spiritosi? Com’è che sopporto ancora la
sintassi, le etimologie, la metrica, l’Europa? Me ne sto disteso
e leggo il “Guardian”. Cerco di misurare il declino delle
mie facoltà mentali dalla mia inettitudine a decifrare una
pagina di Tacito.
C’è anche di peggio, i grandi alberi del giardino sono
tutti fioriti e non intendo bene che cosa vogliono segnalarmi. Mi
vengono in mente certi versi di trentasei anni fa, il ricordo è tuto
buchi, cerco il libro. “...Pretendo / che il registro non si
chiuda / che si cerchi ragione che si vinca / anche per me che ora
voce mozza vo, / che volo via confuso / in un polverio già sparito
/ di guerre sovrapposte, di giornali / baci, ira, stride...”.
Quanto si può essere vanitosi e cretini! Rammento il compiacimento
per aver scritto “mozza vo, / che vo...”. Ero proprio
bravo. Con che gioia, con che forza sprezzante di nervi vedevo, allora,
il “polverio” delle “guerre sovrapposte” che
ci venivano incontro!
Il visitatore mi fa cenno che un merlo, molto grosso e ben nutrito,
si è posato sul glicine. Usciamo sul terrazzo e il merlo se
ne va. “Vorrei che quelle nuvole di petrolio bruciato in Kuwait
arrivassero fin qui, oscurassero il sole, che la gente fosse coperta
da una nevicata nera, untuosa, indelebile, l’arresto delle
attività economiche, il blackout negli ospedali, l’agonia
televisiva, tutti come cormorani, le dimissioni della giunta, il
ministro linciato, la divisione corazzata dei carabinieri, la fine
del mondo...”. A questo punto m’avvedo che l’interlocutrice è l’anziana
energica Lucinde, sopravvissuta a tutto, che insegna inglese e mi
guarda allegra, la banca dei maghrebini.
Franco Fortini, 28 aprile
1991
Disobbedienze II, Manifesto Libri
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