Se non dovessi tornare / sappiate che non sono mai partito
Giorgio Caproni
Dal congestionato osservatorio di un aleph situato
in un sottoscala tra San Telmo e Constituciòn, un personaggio
di Borges vide tutto l’universo. A poche cuadras di
distanza, in un teatro di Corrientes, Luis Rizzo vide invece molto
di più.
A volte capita, anche nel mondo opportunamente sistemato fuori
dai libri,
che a un uomo sia concesso il momento non diluito in cui vede sé stesso,
sa chi è e cosa lo fa sentire vivo. Era il 1954, Luis aveva
appena nove anni. Sua madre, catanzarese e troileana, lo aveva
portato a vedere El Patio de la Morocha, il musical sulla
leggenda di Eduardo Arolas. Molte volte, negli occhi di Luis, ho
rivisto quel remoto
Anìbal Troilo che faceva Arolas, “magro”, nel
decennio del suo massimo splendore, mentre coniava uno dopo l’altro
tanghi di oro zecchino. E intorno a lui la Buenos Aires delle mille
orchestre, delle serenate, dei balli in mezzo alla strada, dei
quattro dollari per fare un peso. Con una mezza minerale, potevi
stare un
pomeriggio intero al Café Marzotto ad ascoltare l’orchestra
di Pugliese. Cosa ci siamo persi, ragazzi, noi che pure non abbiamo
mai creduto alle rianimazioni affaristiche del tango, ai baracconi
dell’Ente Turismo e Spettacolo, agli astuti gnomi dei chioschi
e dei festival. In quello spettacolo, con Troilo aveva debuttato
Roberto Grela, chitarrista a plettro e fino ad allora accompagnatore
di cantanti di poco destino. Due anni prima, i due avevano già suonato
La cachila per radio e fatto piangere le anime sensibili,
essendo loro fra queste. Tango da patio, dicevano i detrattori;
ma chiunque
abbia conosciuto, anche in tempi meno gentili, la vita di barrio,
quei cortili segreti, quelle riunioni di vicini con stelle e gelsomini
che cadono nei bicchieri, sa che è proprio nei patio che
il tango ha trovato il suo popolo, il suo primo mandato sociale.
Proprio
qui, al piccolo bagliore delle lampade a cherosene, il tango ha
scritto il vocabolario della Buenos Aires scesa dalle navi. E a
Luis, cresciuto
in un patio di Liniers popolato da un’astrusa dinastia di
zii milongueros, nonne canterine, musicisti nottambuli, poeti operai,
pittori da pennellessa, amici armeni, baschi e non meno calabresi,
questo tango risuonò subito familiare. Un bambino non ha
ancora motivo di dubitare di ciò che sente, per lui le fiabe
rasentano la realtà. La sua vita sociale di breve gittata,
chiusa dai muri del cortile, sviluppa presto una sua vaga astronomia.
Per Luis
il tango marcò da subito la soglia tra il vivere e il sognare,
una fascia intermedia, una zona “di riporto”, come
diceva Vittorio Sereni, abitata tanto dalle quadriglie di chitarristi
che
vedeva venir su dal buio dell’esquina, con le farfalle nere
sugli sparati e le braci purpuree delle sigarette, quanto dai personaggi
dei novelòn radiofonici o delle Aguafuertes Porteñas di
Roberto Arlt. Come Dumas padre, anche Luis pianse quando morì Porthos.
Nella sua stanzetta in fondo al patio, accanto a un orto di prevedibili
pomodori, Luis istruì la sua chitarra a suonare i tanghi
di Troilo e anche tutti gli altri. Nell’epoca delle grandi
orchestre, il tumulto dei cortili aveva apparentemente sbagliato
strumento.
Ma la storia, che ama le sincronie, mentre imponeva al giovane
chitarrista lunghe ore di pratica in un tipico rione di case basse
a Buenos Aires,
nella alta Chicago preparava l’abisso dell’Argentina.
Di lì a poco, mani invisibili avrebbero suonato l’arrangiamento
sudamericano su ben altri strumenti: la spoliazione dell’economia,
la corruzione, l’annientamento degli oppositori, il golpe
militare, la distruzione del tessuto sociale, lo stato di crisi
permanente.
Dopo il 1956, la maggior parte delle magnifiche ma dispendiose
macchine orchestrali si disintegrò in una miriade di piccoli
gruppi; nelle milonghe si cominciò a ballare con i dischi,
ovvero con quel che già era passato; il tango ancora incolume
trovò riparo
nei night-club che nel frattempo si erano moltiplicati. In quelle
esigue dimensioni, la chitarra tornò ad essere protagonista.
Perfino l’aristocratico Borges scrisse in versi ottonari
le sue elegie Para la seis cuerdas nella speranza di arrivare
al popolo e alle sue chitarre. Ma doveva essere un altro maestro
a rendere
adulto Luis e, una volta per tutte, adulto anche il tango. Astor
Piazzolla e il suo Quinteto Nuevo Tango, sconvolsero gli oscurantisti
del 1960; Luìs, che era lì sul posto, intuì che
più che una rivoluzione si trattava in realtà di
un ultimo passaggio di testimone. La Buenos Aires cattiva, dalle
notti
ghigliottinate dai coprifuoco e con i carri armati ad ogni esquina,
esigeva una musica all’altezza: l’idillio era circondato,
le dolcezze del vecchio tango si screpolavano progressivamente
sotto le dita dei musicisti. Piazzolla aveva fatto capire a tutti
loro
il significato e le responsabilità di essere un artista
popolare, l’importanza dello studio, la necessità dell’impegno.
Luis, entusiasta e permeabile come tutti a quell’età,
aderì al nuovo modello perfezionando la sua tecnica sotto
la guida di Julio Ferreyra e Roberto Lara e studiando armonia con
Pedro Aguilar, professore di tutta l’avanguardia. Più tardi,
sulle orme di Horacio Malvicino, si comprò una Repiso elettrica,
ossia la Stratocaster argentina, e un amplificatore. Si
sentì pronto:
un militante di tango, o meglio di Musica Popular de la Ciudad
de Buenos Aires, come Astor, con una tautologia diventata
famosa, l’aveva
ironicamente battezzato.
L’attenzione di Luis non si rivolse
solo alla musica, ma a tutte le arti che presumeva nobilmente popolari:
il cinema, innanzi
tutto, e poi la boxe. In quella che Fortini chiamava “la
viltà del
dopocena”, quando nei ristoranti si cominciano a girare le
sedie sui tavoli e i teatranti seguono ostinatamente un improvviso
filone d’oro nella loro conversazione, Luis sapeva ricostruire
le inquadrature del padrino Marlon Brando nella “più bella
morte cinematografica di tutti i tempi”, tra i filari della
piccola vigna casalinga, o i colpi salienti di un match di Nicolino
Locche, l’intoccabile stilista del ring. Non solo: spesso
tirava fuori la chitarra, e César il bandoneòn, e
ci cantava l’agra felicità dei vecchi tanghi. E ogni
volta, a dodicimila chilometri di distanza, rifioriva il suo patio.
L’educazione
giovanile, la sua considerazione per gli artisti popolari, lo portavano
a rispettare tutto ciò che un popolo avesse anche solo sopportato:
in Italia, mi chiese spesso di Nicola Di Bari, inspiegabilmente
celebre in Argentina più che da noi. Del 1966 è il
suo primo ingaggio importante, nientemeno che nel Trio di Osvaldo
Manzi, il
quale ebbe il merito di fargli sperimentare le durezze e le crudeltà del
mestiere. Tre mesi di prove quotidiane per un solo concerto. Manzi
era un perfezionista maniacale, oltre che un genio del pianoforte.
Pianista di Troilo, del Quinteto di Piazzolla, di Rovira, unico
strumentista chiamato a sostituire l’insostituibile Pugliese,
el loco Manzi più che delle prove teneva delle
conferenze: sulla sincope nel tango, di cui poteva dare tre ore
di esempi diversi,
sul fraseggio,
sull’intenzione che ogni suono doveva avere. Luis imparò moltissimo:
la professione, naturalmente, ma anche che il palcoscenico è un
mostro pronto a sbranarti. Negli anni europei, al chi è di
scena usava la scaramanzia di bussare ai camerini dei suoi musicisti
con un cavernoso “C’est l’heure”, come
il boia di Parigi. E dopo l’ultimo bis, ritornava al sicuro
dietro le quinte con un “Otro toro”, come fa tuttora
Paco Ibañez.
L’esperienza con Manzi gli trasmise anche l’onore della
scrittura: ecco un altro compito dell’artista popolare, che
suona un tango solo se può darne un’interpretazione
personale, se cioè può contribuire con qualcosa di
suo al bene di tutti. Basta guardare la discografia dell’epoca
per accorgersi dell’incessante osmosi tra il vecchio tango
e il nuovo, checché ne abbiano poi detto i frettolosi teorici
degli spalti contrapposti. Luis amava in egual misura Troilo e
Piazzolla; giurò che sempre, nelle sue composizioni, sarebbero
state presenti tanto l’estremistica territorialità del
primo, che non volle mai conoscere la malinconia dei piroscafi,
quanto
il furore e lo slancio universale del secondo.
E così, quando
nel 1969 il 1968 arrivò a Buenos Aires,
fu l’establishment tanguero a dover fare i conti con le impetuose
istanze di questi giovani e preparatissimi musicisti. Come tutte
le altre istituzioni, il tango oficialista preferì ricevere
battaglia sull’equivoco piano del costume. Oggi è normale,
e forse commercialmente necessario, che una band schieri dei bandoneonisti
coi dreadlocks e per front-man un druido, ma
il perbenismo di allora imponeva pettinature sobrie e una cravattina.
Mosalini, Binelli
e Mederos dovettero, per entrare con Pugliese, radersi la barba
e accorciarsi
i capelli. Naturalmente il reale conflitto era piuttosto di ordine
formale, filosofico e sociale: anche attraverso il tango questi
giovani si proponevano di cambiare il mondo. A differenza dei loro
maestri
però, avevano nozione del carattere complessivo della lotta
che li attendeva. Leggiamo, ad esempio, alcune frasi di un’intervista
rilasciata dal Quinteto Guardia Nueva, fondato da Luis nel 1970
insieme agli ancora barbuti Juan José Mosalini e Daniel
Binelli: “Noi
cerchiamo di cambiare una quantità di cose andate a male.
Vogliamo farla finita con questa maniera di pensare conservatrice
e reazionaria che ha fatto molti danni al tango e alla nostra cultura”. “La
diffusione della musica popolare è nelle mani di poche organizzazioni
multinazionali che perseguono esclusivamente i loro interessi commerciali”. “Ci
esprimiamo attraverso il tango perché da lì veniamo.
Però abbiamo più libertà d’espressione,
usiamo tempi diversi, il 6/8, il 12/8, l’improvvisazione,
esploriamo nuovi timbri”. “Il tango non è un’arte
minore. Non è possibile che al Colòn sia di casa
Wagner mentre il tango è considerato un intruso. Rappresenta
il sentimento del nostro popolo e la sua lotta per la liberazione”.
Niente male per dei musicisti rionali. La formazione del Quinteto
era insolita:
due bandoneòn, chitarra e basso elettrici, batteria. Il
primo disco corsero a portarlo a Troilo, che li accolse come affermati
colleghi: “Grazie, ragazzi. Lo ascolterò con piacere.
Così stasera ho la scusa buona per un bel bicchiere di whisky”.
Del resto, anche il monumentale Pichuco aveva avuto dei problemi
simili ai loro con i retrogradi della milonga. Durante una delle
sue caratteristiche note stirate, un ballerino, che era rimasto
con un piede sospeso a mezz’aria, lo aveva apostrofato: “Maestro...
e adesso cosa faccio con questo?” Evidentemente, anche allora
i duri d’orecchio esigevano un ritmo ben marcato. Intorno
al 1972, a pochi passi dal baratro, il tango “da ascoltare” faceva
più presa sul pubblico nuovo delle università e dei
club di barrio, ossia sugli antesignani dei nostri centri sociali,
che sugli imborghesiti milongueros. Guardia Nueva e gli altri giovani
gruppi si trovarono spesso a condividere il palcoscenico con i
vecchi idoli in piena campagna di rinnovamento. In un ciclo concertistico
universitario, Arturo Penòn suonava in rappresentanza dell’orchestra
Pugliese che, per motivi sindacali, non poteva presentarsi per
intero. E sabato dopo sabato Penòn si ammazzava con intricatissimi
solo di bandoneòn. Un’altra volta a Troilo si ruppe
lo strumento durante la performance. Mosalini, in attesa tra le
quinte, gli prestò il suo. Alla fine, Pichuco lo ringraziò: “Che
bel bandoneòn, pibe. Dove l’hai preso?” “Me
l’ha venduto Ernesto Baffa”. E Troilo, con un amaro
sorriso a mezza palpebra: “Però, che ingrata è la
gente. Io questo bandoneòn a Baffa glielo avevo regalato”.
Ogni volta che Luis raccontava questa infamia, gli si incendiavano
gli occhi. Guardia Nueva finì poi per sciogliersi per colpa
dell’aut-aut di Pugliese ai due bandoneonisti che militavano
in entrambe le formazioni. Non contento di aver fatto tagliare
loro la barba, ora dovevano lasciare quel quintetto di sovversivi.
Il
Partito Comunista Argentino, a cui Pugliese era affiliato dal 1937,
era molto ligio alle disposizioni da Mosca. Nemmeno Luis, comunque,
mancò di sorridere alla ritirata di questi alfieri dell’avanguardia,
i Mosalini, i Binelli, i Mederos, i Beytelmann, tutti “chiacchiera
e distintivo” con stampa e colleghi, ma in realtà sempre
pronti a rientrare nei ranghi. Lui invece tenne duro, dapprima
con il Trio Contemporaneo di Domingo Moles e con l’Octeto
di Osvaldo Piro, poi come solista di chitarra. Questo negli anni
della pàlida,
della Triple A, del Brujo, del terrore di Stato. Durante
il regime militare sopravvisse accompagnando i cantanti. Il tango
era rannicchiato
in poche milonghe e vilipeso in televisione; i musicisti minacciati
o costretti all’esilio; le migliori menti di un’intera
generazione massacrate o fatte sparire. Lo stesso Piazzolla, portabandiera
della coerenza altrui, non lesinò il suo apporto al circo
sanguinoso del Mondiale del 1978 con un disco servile e in seguito
timidamente rinnegato. Luis fece un ultimo tentativo per restare
in Argentina, preparando un numero di chitarra per El Viejo
Almacen di Edmundo Rivero. Il grand’uomo
lo convocò di pomeriggio,
ma si fece aspettare quattro ore: prima doveva mangiare, provare
Sur con il suo chitarrista, sbrigare le incombenze del locale.
Quando scese e si dispose di malavoglia ad ascoltare, Luis mise
via la chitarra: “Quando
lei era in difficoltà, diciamo pure nella merda, fu Troilo
a tirarla fuori. Lei deve tutto a Troilo. Sono sicuro che lui non
le ha mai fatto fare un’anticamera di quattro ore.” Era
il 1981 e Pichuco era già morto da sei anni. Luis aveva
ora una moglie, Laura, un figlio piccolo, Luis Alberto, e una chitarra.
Quella del piroscafo, più che una malinconia, fu per lui
un dolore straziante.
I primi anni sotto il cielo a revés di Parigi furono quelli durissimi di ogni esule che si rispetti.
Una stanzetta in affitto
dal vecchio compagno Mosalini, già ben sistemato dal 1977
e ritornato peloso in tutto, anche nell’aiuto; i lavoretti
del repertorio dignitoso; le difficoltà di una lingua che
sembrava una presa in giro, ma anche le meraviglie della società organizzata
e delle sue brioche. Non sto nemmeno a dire cosa gli mancasse di
Buenos Aires: perfino l’insipidezza dei pomodori francesi
la prendeva come un’offesa personalizzata. Della comunità dei
fuoriusciti argentini ci si poteva fidare solo fino a un certo
punto: era piena di infiltrati, c’erano stati omicidi e sequestri,
i servizi segreti colpivano impunemente anche nella Mecca dei diritti
umani. Nessuno ha raccontato queste cose meglio di Pino Solanas
nel film significativamente intitolato Tangos - L’esilio
di Gardel. Che questa fosse la seconda patria del tango, che
qui abitassero
Cortazar, Saer, Soriano e tanti intellettuali e musicisti argentini,
non aiutò Luis a integrarsi. Anzi, a Parigi ritrovò,
neppure addolcite dalla lontananza, le stesse polemiche e le stesse
concorrenze del decennio precedente. Quando poi arrivò la
valanga di Tango Argentino al Festival D’Automne del
1983, per Luis il tango ritornò indietro di quaranta anni.
In qualche modo, il successo planetario della naftalina corrispose
alla restaurazione
del tango imbalsamato e passatista che la generazione di Luis aveva
combattuto. Una bella rivincita della cartapecora. Di buono c’era,
ovviamente, il ritorno della democrazia in Argentina e un aumento
del lavoro in Europa. Luis mise su un trio, il primo con il suo
nome, che diventò la formazione stabile al Trottoirs
de Buenos Aires. Aprì, aiutato da un clamoroso intervento
di Osvaldo Ruggiero su Julian Plaza, una posizione alla Sacem,
la società degli
autori francesi, e si dedicò a scrivere la sua musica. Nel
1986, dopo una tournée con l’Octeto di Piro, arrivò finalmente
l’occasione per incidere il primo disco con gli arrangiamenti
di alcuni classici e un paio di composizioni originali. Tangos
d’hier
et d’aujourd’hui uscì per la Circé,
l’etichetta
del suo amico e produttore Robert Prudon. Un altro amico di Luis
e del tango, Michel Anfrol, conduttore principe dell’importante
Radio Latina, contribuì alla sua diffusione. Durante la
registrazione, Luis si trovò a fronteggiare quello che è sempre
stato il grande problema di ogni tanguero fuori da Buenos Aires:
la scarsità di
musicisti idonei. Il bandoneonista uruguaiano Daniel Cabrera, soprannominato
a ragione il Farmacista, lo piantò in asso a metà del
lavoro. Questa volta Mosalini intervenne da par suo e risolse la
questione in un solo pomeriggio professionale. Di più: gli
diede il numero di telefono di un bandoneonista vero. César
Stroscio, troileano, rovirista, poeta e libertario del bandoneòn,
già dal 1976 si trovava “sfollato” a Parigi.
Con il Cuarteto Cedròn aveva cambiato per sempre i connotati
al tango d’autore, ma dal Tata si era appena separato
dopo un sodalizio artistico durato venticinque anni. Alla chiamata
di
Luis,
si portò dietro il bassista Carlos Carlsen. Nacque così il
Luis Rizzo Cuarteto, un gruppo che nel decennio successivo avrebbe
giocato un grande ruolo nel tango da concerto. E proprio l’Italia
ne sarebbe stata il principale campo d’azione.
Perché qui
da noi di tango, semplicemente, non ce n’era.
Negli anni 70 c’era sì stato Piazzolla, che qui aveva
anche abitato e persino trovato un editore non più avido
della Universal. Ma Piazzolla non era il tango: Piazzolla era Piazzolla.
Fuori da Buenos Aires, nessuno riusciva a sentire quanto Troilo
e
quanto Laurenz ci fossero nel suo bandoneòn, quanto Goñi
e Pugliese nel suo pianoforte e Vardaro nel suo violino. Era anche
una questione generazionale: quando la mamma di Astor accompagnò il
suo geniale figliolo diciottenne al suo primo giorno di lavoro
nell’orchestra
di Troilo e con parole accorate lo raccomandò alla protezione
del nuovo principale contro i pericoli della notte porteña,
Anibal, che dei pericoli della notte porteña era un dirigente,
di anni ne aveva ventiquattro. Neanche sette anni separavano Troilo
da Piazzolla, ventiquattro Piazzolla da Luis Rizzo, ma una distanza
siderale separa oggi la generazione di Luis dal cinismo mercantile
dei tango-boomers. A cavallo tra gli anni 70 e 80 c’erano
poi state le sporadiche apparizioni del Cuarteto Cedròn,
culminate nel 1984 con un recital a sala quasi vuota alla Fenice
di Venezia.
Più che un concerto, sembrò un test o un esperimento,
bellissimo e sprecone, d’acustica teatrale. Una settimana
prima, era passata anche la cometa Tango Argentino, avvistata
a Milano,
Venezia, Bologna e Roma. Del tango insomma, Meri Lao a parte, nessuno
allora ne sapeva niente. Di dischi, neanche a parlarne: le case
discografiche dovevano ancora escogitare la world-music. Però non
c’erano
nemmeno preclusioni ad ascoltare una musica che riconoscevamo senza
conoscere e che ci commuoveva senza spiegarsi: il cielo d’Italia,
per quanto rovescio fosse, si poteva ancora raddrizzare. Il primo
concerto fu al Teatro Goldoni di Venezia. Con il Luis Rizzo Cuarteto
debuttò la cantante Susanna Rizzi. Il solito destino sincronizzatore
procurò che il treno notturno da Parigi avesse un incidente
con feriti e non arrivasse mai a Venezia. Ma anche che il Cuarteto
giudiziosamente lo perdesse per il taxi imbottigliato di Susanna.
Il concerto, nato sotto simili stelle, non poteva che essere trionfale.
Ho una fotografia di Luis che guarda in sù gli applausi
del loggione gremito; è immobile, eppure sembra Tardelli
dopo il goal della finale 1982. In quel momento dovette intuire
che la
sua musica aveva finalmente trovato qualcuno disposto ad ascoltarla.
Tra questi primi qualcuno ci furono Giampiero e Giancarlo Bigazzi,
fondatori della Materiali Sonori, la più longeva e blasonata
etichetta indipendente in Italia. Bastò ai due fratelli
ascoltare dal mangianastri della macchina che li riportava a casa
qualche minuto
dei Tanghi di ieri e di oggi, per dare fiducia a Luis
anche per quelli di domani. Una fiducia che non è certo
commensurabile agli appena quattro dischi prodotti in nove anni:
allora, per il
tango,
non c’erano parole nella parlantina dei rappresentanti, né spazio
nelle docili playlist radiofoniche e nelle rastrelliere dei negozi.
La musica di Luis avrebbe dovuto farsi largo senza usare i gomiti,
a forza di concerti e di dischi distribuiti dai postini. E così è stato.
Giacomo Noventa diceva che il poeta non ha d’aver casa, perché alloggia
nella sua opera. Secondo questo dettame catastale, i quattro album
italiani rappresentarono per Luis il mondo abitabile. Da allora
in poi, l’olimpo rasoterra dei cortili di Buenos Aires, che
pure ebbe molti cantori, non ebbe mai un così accurato cartografo.
Tristesse del 1990 ne tracciò le fondamenta, la Suite
El Barrio del 1995 la mappa in scala 1:1, Opustango del
1999 la definitiva trasfigurazione. In mezzo, Desde el andén del
1993, una di quelle cose che si fanno da soli, da uomo a uomo,
come un commiato
o una resa dei conti. Luis convocò nella zona di riporto
alcuni fantasmi, Grela, Pichuco, Astor, affrontandoli nella scabra
sincerità del
duo di chitarre, con Adrian Politi a fargli da secondo. Il pezzo
che diede il titolo al disco lo dedicò invece a sua moglie
Laura, per i tanti sguardi che si erano scambiati nella stazione
di Liniers e in quella di Moissy-Cremayel. Dal treno, un saluto
al rimasto. Ma di saluti, e di rimasti, nell’opera di Luis
ce ne furono molti, a cominciare da quella Piecita del fondo,
la stanzetta
in fondo al patio da cui tutto ebbe inizio, che poi è il
vero titolo di Tristesse. O Agosto y final, dedicato
al padre, che chiudeva
come un rimorso tutti i suoi concerti. O ancora la suite Imagenes
porteñas composta in ricordo di Osvaldo Manzi e Vals
de abril per Roberto Grela. Se in questi dischi c’è quasi
tutto Luis, dal vivo c’era anche di più. Trenzas,
ad esempio, che una volta lacerò il sipario del Maurizio
Costanzo Show, ‘O
core tuje di Totò, Una canciòn per
soli voce e chitarra, un malinconico e trasparente Yuyo verde:
tutti pezzi inediti, nati tra le lacrime dolci dei sobremesa o
negli affumicati mate dei trasferimenti in furgone. Quando nel
1993, César, Carlos
e Susanna lasciarono in un colpo solo il Cuarteto per dar vita
a Esquina, Luis rilanciò formando
un quintetto di soli giovani: di nuovo la Guardia Nueva. Aggiunse
un violino a sostenere le sue irrinunciabili melodie e riscrisse
tutte le orchestrazioni. Suonò nell’impensabile Londra,
in Spagna, in Giappone, paesi dove le sue composizioni erano pubblicate
e apprezzate. Una volta a Tokio trovò l’inattesa edizione
giapponese di quel disco del 1970 che aveva dato a Troilo la chance
di un whisky in un’epoca in cui non si firmavano contratti.
Ma Adorno era stato tradotto anche in Argentina e il produttore
Ben Molar aveva saputo come interpretare gli strani meccanismi
di un’industria
culturale che lucrava anche sul tango d’avanguardia. Negli
anni recenti, Luis compose per il cinema e per il teatro. Nuovi
gruppi giovanili gli chiesero qualche tango che si potesse suonare
onestamente.
Aveva anche ripreso il duo di chitarra, questa volta con suo figlio
Luis Alberto, diplomatosi, in quel lungo frattempo francese, buon
chitarrista argentino. Un ultimo disco, altri concerti. Duo
del Sur, si facevano chiamare. La nostalgia è ereditaria
e ti sorprende non appena metti piede nel mondo inabitabile.
L’ultima
volta che ho visto Luis è stata a Venezia,
nell’estate del 1998. Lo andai a prendere alla stazione con
la Milonguera, la barca sulla quale era già stato
molte altre volte, incluso la prima. Come allora, navigammo a remi
fino
a casa
e parlammo di tango per tutto il tempo che rimanemmo svegli. Gli
feci ascoltare il disco pugliesista del Sexteto Canyengue, gli
olandesi che da qualche mese erano, dopo il Sexteto Tango e Color
Tango, la
nuova orchestra della Nueva Compañia Tangueros. “E’ come
andare a casa di un altro e scoprirci dentro tutti i tuoi mobili
fino all’ultimo portacenere”, fu il suo modo di dirmi
che li riteneva degli imitatori. Non ne faceva una questione di
nazionalità:
anche coloro che si dicevano continuatori di Pugliese erano per
lui dei meri supplenti. Il giorno dopo andammo nel Valdarno a registrare
Opustango, l’ultimo lavoro che facemmo insieme.
Già dal
1996, Mariachiara ed io passavamo la maggior parte dell’anno
a Buenos Aires. Tutta la nostra energia era destinata alla NCT
e le occasioni di lavorare con Luis si erano fatalmente diradate.
Mi
ricordo anche di un pomeriggio del gennaio 1997 a Buenos Aires.
Luis era venuto a trovarci al Torcuato Tasso dove Mariachiara stava
montando
Milonga Boulevard. Seduto sotto un ventilatore, guardava
i poco ergonomici arredi di quel club fondato dai Massa Lubrensi
nel 1856.
Più che
esaminarli, li ripassava. Tutto era così tipico: le piastrelle
per terra, i mulinelli di mugre, gli scaffali di bottiglie vuote,
il rombo cingolato del 29, perfino l’indifferenza al tango
dei tre giovani gestori, non meno ignari di Negracha che
della
Gerusalemme liberata. A prove terminate, seguì una
regolamentare picada con Quilmes al Bar Britànico e poi
una passeggiata per una San Telmo in via di tanghizzazione. In
quel periodo, tutti
i vecchi
quartieri del tango si stavano professionalizzando. Usciti dal
Café Bar,
percorremmo uno dopo l’altro tutti i movimenti della Suite
El Barrio: la Calle, la Esquina, la Plaza,
perfino la Bronca, la
rabbia, quando giù nel bajo arrivammo a quel luogo
sinistro dove un ponte era stato costruito in fretta per coprire
le fosse
comuni. Proprio lì, a duecento metri dagli spensierati turisti
del tango, c’era stato un campo di detenzione illegale. Luis
ci raccontò di questo suo ritorno, il primo dopo 15 anni
d’Europa.
Gli amici della giovinezza, l’immancabile parata degli asado,
gli scherzi risaputi sui panni dei bigliardi, la spugna orrenda
che il tempo passa sugli uomini: più tango di così. “Il
problema è che le cose che abbiamo cantato per tanti anni,
ora non cantano più noi”. Aveva fatto un’intervista
alla Radio 2x4 con un conduttore che di lui e della generazione
degli “arrabbiati” non
voleva sentir parlare. “A questi tipi qua, del tango interessa
solo il successo, la risultanza. Mi chiedono di Parigi. Sono contenti
della sconfitta, di questo tango decorativo, ristrutturato e riadattato”.
A sera fatta, cenammo nel patio della casa che affittavamo da Maria
Villalobos. Gli avevamo preparato un bagliore di candele, un cielo
di stelle nazionaliste, una pioggia di gelsomini. Due paradossali
promoter della notte porteña volevano convincerlo dell’eternità del
barrio, della verità della sua musica. “Non credo
di voler tornare. Non ho mai lavorato da argentino in Europa e
non voglio
certo farlo qui.” A un’ora impossibile per le capitali
del mondo civilizzato, lo accompagnammo al colectivo. “Cualquier
nabo, qualunque fesso può prendere un taxi”.
Luis invece voleva degnamente tornare a casa su un vascello illuminato.
Ho
saputo che è morto da Internet. La reticenza del comunicato
stampa perlomeno mi lascia immaginare anche per lui quell’inquadratura
di Francis Ford Coppola, quel piegarsi attenuato tra i grappoli
amichevoli del fondo, accanto alla piecita. Adesso che
non c’è più,
il vuoto che lascia riesce facile alla penna. Vorrei che queste
righe dicessero ciò che molte volte gli uomini hanno taciuto.
E io fra loro. Di quel poco che so del tango, molto lo devo a Luis.
Questo non gli ho mai detto: con la sua musica, i suoi racconti
e
il suo esempio mi ha fatto amare una città che non è la
mia, l’unica che abbia mai sentito abitabile e per cui provo
nostalgia. Cadano dunque su Luis gli infiniti gelsomini di questo
tango involontario di Borges, perché “i fiori
accompagnano quelli che morirono / senza offenderli con superbia
di vita / senza
essere più in vita di loro”.
Marco Castellani,
marzo 2007
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