TQR 12: 9 dicembre 2006

 


Minima Tangalia

Tanguisti su Marte
di Tj Locatelli

Come il figlio dei Tre Moschettieri, il tango elettronico è nato già vecchio. Per i nostri tempi immateriali, elettronico è di fatto un aggettivo datato, di sapore artigianale, che si dà a oggetti vintage, da mercatino delle pulci. “L’Electronica, il più moderno e progredito antiquariato”, dice un’insegna a Plaza Dorrego, evidentemente copiata da Macedonio. L’elettronica evoca le valvole, i transistor, il moog, le fibre sintetiche, la bachelite. O gli astronauti, i dischi volanti, i marziani, la puerile tecnologia di Eta Beta e del professor Enigm. Anche la musica fatta con le macchine - e non intendo qui alludere, tanto per far vedere che mi sono documentato, all’intonarumori o al theremin, perché allora potrebbero dirsi macchine anche gli strumenti musicali (ricordate i versi di Cortazar: bandoneòn, povera macchinetta di carta e colla di farina?) - anche questa musica, dicevo, è una signora che ha ufficialmente compiuto i sessanta anni. E più di trenta ne hanno il Conjunto elettronico di Piazzolla e il Libertango di Grace Jones, entrambi peraltro superiori nel tango e nel look all’electrotango di oggi. Per non parlare degli altri numerosi esperimenti di elettrificazione, da Saluzzi a Moles a Mederos, che ci sono stati fin qui. Il che dimostra la validità dell’aforisma adorniano secondo cui la pacchianeria non è, come vorrebbe la fede nella cultura, un semplice prodotto di scarto dell’arte, bensì una sua attitudine dormiente, che se ne sta in lei aspettando l’occasione propizia per saltare fuori e atteggiarsi a interprete del gusto corrente. Più che dal millantato credito, ossia dalla sproporzione tra la sostanza e la sua forma, la pacchianeria elettronica dipende quindi da una mancanza di nervi: gettandosi nelle braccia del totalmente effimero, l’electrotango neutralizza e squalifica artisticamente proprio quei sentimenti e quelle materie prime che dice di documentare ancora incandescenti. Nella sua adesione precipitosa alla moda del momento o, ancora peggio, a quella di un momento fa, nel suo accomodamento ipocrita al massimario di tic dello show-business, l’electrotango confessa di non essere quel che dà a intendere di essere e che in base alla sua idea deve essere: espressione dell’emozione giusta, inevitabile, palpitante di attualità e colma di storia.

C’è allora da chiedersi che senso abbia diluire Bristol nei cento quartieri di Buenos Aires, tradurre il trip-hop in lunfardo, insinuare la musica da ascensore in una città di case basse, intonacare di lounge dei bar che servono mondongo, convertire al tribale gli ultras bosteros, smorzare col chill-out gli ardori di gente che spende mezzo stipendio per procurarseli. Perché di questo si tratta: di musiche già scadute o in prossima scadenza sul mercato internazionale che, dopo una veloce rianimazione a base di vernacolo e piri-piri del bandoneòn, vengono distribuite a un pubblico che da sempre spasima per sentirsi in regola con le parole d’ordine e i modi di comportamento dominanti. Oggi scopriamo che, come dicono i discografici, perfino il tango - intendendo dire il mercato del tango - è caldo bollente, è hot, anzi jot, secondo la pronuncia dei bristoliani di Pompeya. L’industria sa bene che i consumatori di merci culturali reagiscono alla moda come gli sciami d’acciughe alle variazioni di temperatura delle correnti e che anche i sottoprodotti e i residui, purché adeguatamente sostenuti dalla pubblicità, possono far vibrare un fenomeno indurito come quello del tango. Le trombette nazionaliste hanno finalmente di che caldeggiare anche all’estero questo significativo progresso del colore locale.

Un’altra amara vittoria Guy Débord! Dopo aver molto guadagnato dai traffici digitali con il catasto musicale tanguero, ora le multinazionali discografiche guadagnano dalla sua frantumazione e rivalorizzazione secondo i modi e i cicli tipici della “società dello spettacolo”. Tutte le angeliche cattedrali che rendevano questo inferno abitabile, o perlomeno ballabile, sono state aggredite dai software e smantellate, e le fiabesche architetture orchestrali demolite e ridotte a materiali di spoglio. Al posto del Palazzo d’Inverno ci sono ora delle catapecchie “contemporanee” in lamiera. Perlomeno i pionieri della musica elettronica si preoccupavano di elaborare delle strutture compositive per i suoni che ronzavano in maniera insolita, e gli autori di musica casuale cercavano una legalità statistica nella mera evenienza dei materiali. I trafelati praticoni dell'electrotango, invece, sperano superstiziosamente che la musica scaturisca da sola dall'assemblaggio colloidale di macerie ingabbiate dalle stucchevoli inferriate dei grooves BPM. Il Beat Per Minute, ovvero il Vangelo di dee-jays, pubblicitari, conduttori radiofonici, produttori di dischi e orchestre di liscio. Le Sacre Scritture riarrangiate dall’orchestra Casadei. Ecco il bell'apporto di questi cervelli geometrici: una pulsazione rigida e quadrata che mai la storia del tango, nemmeno con D’Arienzo, aveva conosciuto; una prigione ritmica che intimidisce e mette fuori gioco ogni fraseggio, ogni possibile swing del tango, sia nella musica che nella danza. Tanto peggio allora per il tango. Come in una famiglia di cleptomani, non si trova più niente, nemmeno i cari vecchi luoghi comuni che molto erano utili per farci gli spettacoli turistici. Il farolito, la Boca, il lengue, il cavallo di Gardel: niente scampa alla riverniciatura computerizzata degli expanded-shows di questi pivelli in terital e cappellino da travet che, appostati sulle macchine e sotto lucette da elettrauto, fanno gli audaci all'ora del cocktail.

Forse si doveva dare retta a Schönberg quando diceva che la strada che conduce dal radioamatore alla musica elettronica non è poi così lunga: perché dunque occuparsi di suonettini, se ancora così tanto rimane da fare in tonalità di do? Ma dopo cinquanta anni, l’abitudine alla tecnologia ha creato una complicità tale con i suoni delle macchine che l'electrotango oggi può trovare, tra i milioni di entusiasti per la tecnica, meno nemici di quanti ne trovi tra i ballerini l’orchestra di Pugliese. Del resto, è proprio ciò che manca all’electrotango a facilitarne la ricezione. Mezzo secolo fa, quando la musica e la danza erano ancora in rapporto di combustione, i pezzi di Pugliese accoglievano la troppa tensione pirogena di quel certo modo di essere tanguero; un modo che oggi, nell’era di tanto tango inerte, semplicemente non è, o non è considerato tanguero. La strada si è ulteriormente accorciata, radioamatore e musicista spesso coincidono. Meglio allora ballare con i suonettini, i loops, le drum-machines, i computer degli sfebbrati paesani di Marte che continuare a cercare nella tonalità di re minore, che è poi quella tutta terrestre del tango e, come diceva Troilo, dello stomaco vuoto.

© Tj Locatelli
Buenos Aires, 2006

Minima Tangalia