Minima Tangalia
Tanguisti su Marte
di Tj Locatelli
Come il figlio dei Tre Moschettieri, il tango elettronico è nato
già vecchio. Per i nostri tempi immateriali, elettronico è di
fatto un aggettivo datato, di sapore artigianale, che si dà a
oggetti vintage, da mercatino delle pulci. “L’Electronica,
il più moderno e progredito antiquariato”, dice un’insegna
a Plaza Dorrego, evidentemente copiata da Macedonio. L’elettronica
evoca le valvole, i transistor, il moog, le fibre sintetiche, la
bachelite. O gli astronauti, i dischi volanti, i marziani, la puerile
tecnologia di Eta Beta e del professor Enigm. Anche la musica fatta
con le macchine - e non intendo qui alludere, tanto per far vedere
che mi sono documentato, all’intonarumori o al theremin,
perché allora potrebbero dirsi macchine anche gli strumenti
musicali (ricordate i versi di Cortazar: bandoneòn,
povera macchinetta di carta e colla di farina?) - anche questa
musica, dicevo, è una signora che ha ufficialmente compiuto
i sessanta anni. E più di trenta ne hanno il Conjunto elettronico
di Piazzolla e il Libertango di Grace Jones, entrambi
peraltro superiori nel tango e nel look all’electrotango di
oggi. Per non parlare degli altri numerosi esperimenti di elettrificazione,
da Saluzzi a Moles a Mederos, che ci sono stati fin qui. Il che
dimostra la validità dell’aforisma adorniano
secondo cui la pacchianeria non è, come vorrebbe la fede
nella cultura, un semplice prodotto di scarto dell’arte,
bensì una sua attitudine dormiente, che se ne sta in lei
aspettando l’occasione propizia per saltare fuori e atteggiarsi
a interprete del gusto corrente. Più che dal millantato
credito, ossia dalla sproporzione tra la sostanza e la sua forma,
la pacchianeria elettronica dipende quindi da una mancanza di
nervi: gettandosi nelle braccia del totalmente effimero, l’electrotango neutralizza
e squalifica artisticamente proprio quei sentimenti e quelle
materie prime che
dice di documentare ancora incandescenti. Nella sua adesione
precipitosa alla moda del momento o, ancora peggio, a quella di
un momento fa, nel suo accomodamento ipocrita al massimario
di tic dello show-business, l’electrotango confessa di non
essere quel che dà a intendere di essere e che in base alla
sua idea deve essere: espressione dell’emozione giusta, inevitabile,
palpitante di attualità e colma di storia.
C’è allora
da chiedersi che senso abbia diluire Bristol nei cento quartieri
di Buenos Aires, tradurre il trip-hop in lunfardo,
insinuare la musica da ascensore in una città di case basse,
intonacare di lounge dei bar che servono mondongo, convertire al
tribale gli ultras bosteros, smorzare col chill-out gli ardori
di gente che spende mezzo stipendio per procurarseli. Perché di
questo si tratta: di musiche già scadute o in prossima scadenza
sul mercato internazionale che, dopo una veloce rianimazione a
base di vernacolo e piri-piri del bandoneòn, vengono distribuite
a un pubblico che da sempre spasima per sentirsi in regola con
le parole d’ordine e i modi di comportamento dominanti. Oggi
scopriamo che, come dicono i discografici, perfino il tango - intendendo
dire il mercato del tango - è caldo bollente, è hot,
anzi jot, secondo la pronuncia dei bristoliani di Pompeya. L’industria
sa bene che i consumatori di merci culturali reagiscono alla moda
come gli sciami d’acciughe alle variazioni di temperatura
delle correnti e che anche i sottoprodotti e i residui, purché adeguatamente
sostenuti dalla pubblicità, possono far vibrare un fenomeno
indurito come quello del tango. Le trombette nazionaliste hanno
finalmente di che caldeggiare anche all’estero questo significativo
progresso del colore locale.
Un’altra amara vittoria Guy Débord!
Dopo aver molto guadagnato dai traffici digitali con il catasto
musicale
tanguero, ora le multinazionali discografiche guadagnano
dalla sua frantumazione e rivalorizzazione secondo i modi e i cicli
tipici
della “società dello spettacolo”. Tutte le angeliche
cattedrali che rendevano questo inferno abitabile, o perlomeno
ballabile, sono state aggredite dai software e smantellate,
e le fiabesche architetture orchestrali demolite e ridotte a materiali
di spoglio. Al posto del Palazzo d’Inverno ci sono ora
delle catapecchie “contemporanee” in lamiera. Perlomeno
i pionieri della musica elettronica si preoccupavano di elaborare
delle strutture compositive per i suoni che ronzavano in maniera
insolita, e gli autori di musica casuale cercavano una legalità statistica
nella mera evenienza dei materiali. I trafelati praticoni dell'electrotango,
invece, sperano superstiziosamente che la musica scaturisca da
sola dall'assemblaggio colloidale di macerie ingabbiate dalle
stucchevoli inferriate dei grooves BPM. Il Beat
Per Minute,
ovvero il Vangelo di dee-jays, pubblicitari, conduttori
radiofonici, produttori di dischi e orchestre di liscio. Le Sacre
Scritture
riarrangiate dall’orchestra Casadei. Ecco il bell'apporto
di questi cervelli geometrici: una pulsazione rigida
e quadrata che mai la storia del tango, nemmeno con D’Arienzo,
aveva conosciuto; una prigione ritmica che intimidisce e mette
fuori gioco ogni fraseggio, ogni possibile swing del tango,
sia nella musica che nella danza. Tanto peggio allora per il tango.
Come in una famiglia di cleptomani, non si trova più niente,
nemmeno i cari vecchi luoghi comuni che molto erano utili per farci
gli spettacoli turistici. Il farolito, la Boca, il lengue,
il cavallo di Gardel: niente scampa alla riverniciatura computerizzata
degli
expanded-shows di questi pivelli in terital
e cappellino da travet che,
appostati sulle macchine e sotto lucette
da elettrauto, fanno gli audaci all'ora del cocktail.
Forse si doveva dare retta a Schönberg quando
diceva che la strada che conduce dal radioamatore alla musica elettronica
non è poi
così lunga:
perché dunque occuparsi
di suonettini, se ancora così tanto rimane da fare
in tonalità di do? Ma dopo cinquanta anni, l’abitudine
alla tecnologia ha creato una complicità tale con i suoni
delle macchine che l'electrotango oggi può trovare,
tra i milioni di entusiasti per la tecnica, meno nemici di quanti
ne trovi tra i ballerini l’orchestra di Pugliese. Del
resto, è proprio ciò che manca all’electrotango a
facilitarne la ricezione. Mezzo secolo fa, quando la musica e la
danza erano ancora in rapporto di combustione, i pezzi di Pugliese
accoglievano
la troppa tensione pirogena di quel certo modo di essere tanguero;
un modo che oggi, nell’era di tanto tango inerte,
semplicemente non è, o non è considerato tanguero.
La strada si è ulteriormente accorciata, radioamatore e
musicista spesso coincidono. Meglio allora ballare con i suonettini,
i
loops, le drum-machines, i computer degli sfebbrati
paesani di Marte che continuare a cercare nella tonalità
di re
minore, che è poi quella tutta terrestre del tango e,
come diceva Troilo, dello stomaco vuoto.
© Tj Locatelli
Buenos Aires, 2006
Minima Tangalia
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