
Minima Tangalia - Meditazioni del tango offeso
di Tj Locatelli,
El Moplo & MC Ningùn Bobby
con un'introduzione di
Jean Fajean
Tra il 1944 e il 1948, il filosofo Theodor Wiesengrund
Adorno, che al gatto di Cortazar era legato da
una curiosa
omonimia, scrisse "Minima Moralia - Meditazioni della vita offesa",
un'opera fondamentale per molte generazioni di resistenti. Sessant'anni
più tardi, questa rivista ha messo al lavoro la sua think-tank -
il che dovrebbe darvi un'idea della rivista - per circoscrivere quelle
meditazioni a un campo d'azione più modesto, ma non per
questo meno offeso.
Se dovete scegliervi
un avversario, scriveva Nietzsche, sceglietevi un vero drago: altrimenti,
più che cavalieri, vi crederanno cacciatori di lucertole.
Siamo dunque orgogliosi di presentare ai nostri molto resistenti
lettori il risultato dello studio delle ferite: in soli sei mesi
di lavoro, e senza scopiazzare più del
solito, i
nostri predatori di minuscoli sauri hanno dato alla luce
questi primi epigrammi dei
Tangalia,
che
stanno ai nobili
Moralia
come
i Tres
Chiflados stanno
al grande Theodor.
Tanguisti su Marte di Tj Locatelli
Il Tango Elettronico prima che passi di moda
Nuovi difetti per ballerini di tango di El Moplo
Cosa c'è di nuovo, o di tango, nel tango nuovo?
Parva licet di MC Ningùn Bobby
I maestri di tango secondo Damon Runyon
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La lingua combatte dove il niente duole
Di ciò di cui non si può parlare,
si deve parlare
Theodor Wiesengrund Adorno
Se i limiti dell’esistente
e i meccanismi della sua riproduzione marcano il luogo comune
delle meditazioni sulla valle di lacrime,
e se l’autenticazione della vita in effigie è il processo
cui ognuno di noi devolve “spontaneamente” e per intero
la sua unica biografia, i tentativi di non collaborare all’onta
della realtà, di sottrarlesi, in una parola di scappare
a gambe levate come ogni soldato che voglia venir buono per un’altra
volta, sono invece tutto il nostro povero onore. Non è il
significante, come dice Lacan, a non mollarci mai, ma è l’insignificante
che ci sta sempre alle costole. Si capirà allora quanto
poco attraenti siano per noi le circostanze che ci attraggono,
dai blocchi
di partenza di una performante ritirata, a queste riflessioni sul
tango nuevo: certo le ricorrenze ideologiche e la cattiva
coscienza dei suoi divulgatori, più che la rilevanza dei
suoi esiti. Non che meno piatti fossero quelli dell’epoca
d’oro:
anche allora a ballare male eravamo bravi in tanti. Tuttavia, la
meschinità del tango mainstream era almeno verniciata
dalla famigliarità con l’idioma e da norme stilistiche
condivise che conferivano una parvenza di senso anche al balbettio
e allo
schematismo. In effetti, ciò che si chiama tradizione, nel
tango come in tutta l’arte, non è che una serie di
innovazioni storicamente acquisite; essa ha legittimità solo
se viene continuamente e drammaticamente misurata con quello che
la eccede, cioè con
il nuovo. Nel tango, gli unici interpreti autorizzati di questa
filologia bellicosa sono sempre stati i milongueros, molti
dei quali, non troppo paradossalmente, la tradizione l’hanno
attaccata soprattutto difendendola. I pochissimi tra loro che fino
a quindici
o venti
anni fa erano chiamati Maestri, esprimevano delle forme pensate
in rapporto
a una musica che veniva evolvendo e a cui erano legati da un reciproco
mandato sociale; forme che erano rettificazione e inveramento del “discorso
comune”: nessuna verità, se non quella che come soggetti
erano in grado di colmare e rendere commensurabile a tutti i circostanti,
veniva accettata dalla milonga. Questi creatori si sentivano
in qualche modo corresponsabili dei destini comuni, dei leopardiani “pubblici
fati” del tango. L’invenzione del nuovo, ancor prima
di essere scienza fiammeggiante, era presenza, unità di
luogo e di intenti, coerenza di segni, articolazione sintattica;
la sua
verifica era un preciso adempimento dialettico. Per questo, in
tutta la filogenesi del tango, da ogni rinnovamento significativo
sono
sempre scaturite implicazioni per l’intero danzare: basti
pensare al sobrepaso (incrocio) della donna negli anni ‘20,
al giro in tutte le sue varianti inventato da Lavandina negli anni ‘40,
all’abbraccio definitivo del tango salòn o
alla mirabolante coreografia di Antonio Todaro. Ciò che
a quelle creazioni si sottraeva, subito si manifestava come svuotato
e privo di forza;
chi rimaneva indietro non disponeva più nemmeno dei mezzi
di cui si era servito fino alla sera prima. Era la critica vivente,
e non la contiguità cronologica, a collegare tra loro le
diverse prassi artistiche. Il loro contenuto di verità era
fuso nel loro contenuto dialettico. Si voleva cabrare le emozioni, “soffrire
più in alto” come dicevano i romantici, e questo “più alto” era
verificato, cioè reso vero, nel contesto stesso in cui le
forme diventavano carne e sangue. Nel tango e nella vita, la storia
domina interamente anche le opere che la rinnegano. Così ogni
vera creazione annienta tutto quanto non raggiunge il suo nuovo
standard e, nello stesso tempo, si propone come un’occasione
di scelta ulteriore, come uno scandalo o una pietra d’intoppo.
Possiamo, se vogliamo, integrarla a noi o lottare con essa e spremerne
tutta
la verità di cui essa e noi siamo capaci. D’altronde
il tango non ha mai chiesto altro che di morire in noi, di diventare
noi stessi, di farci a sua immagine e somiglianza: aspirando a
rappresentare di tre minuti in tre minuti la complessità del
mondo, il suo punto di vista minimo è quello della totalità.
Al contrario, l’esasperazione nominalistica di oggi in favore
di una parole sempre più privata, lo sgretolamento
di un'esperienza
che si fa sempre più impercettibile, l’inespugnabile
arbitrio dello stile monadico, vengono accettati solo grazie a
nessi ideologici che ne escludono a priori la verifica. Essi fanno
comprendere
l’altrimenti incomprensibile, digerire l’indigeribile
e partecipare all’impartecipabile. E’ da un pezzo che
il corpo collettivo della milonga non partecipa e non
verifica più alcunché.
Si limita a prendere atto di un tango di confezione extraterritoriale,
che è nuevo e vero altrove, e la cui principale
preoccupazione sembra semmai quello della commercializzazione.
Un tango nato non
nel corpo vivo del baile, ma in non precisati laboratori,
o nelle esibizioni in cui, tutto conflagrante di maiuscole, tenta
di persuadere
sulla bontà della merce che verrà venduta nello stage
del giorno dopo. Un tango che ha qualcosa del catalogo, della réclame
e della vetrinistica; un tango smontabile, da bricolage, di cui
si possono ricevere gli elementi, i pezzi di ricambio, gli upgrade.
Contrassegno estetico della produzione allargata e della sua promessa
di non
sminuita
abbondanza, il tango nuevo reca scritta in fronte la sua
rassegnazione al mercato.
Non si potrà criticarne le idee, senza ferirne gli interessi.
Concepisce sé stesso come un castello tra i tanti di un
sistema feudale, o come uno dei crateri secondari formatisi per
occlusione
di quello principale in un sistema vulcanico; non avanza nessuna
pretesa di totalità e preferisce ridursi a un sottogenere,
come il giallo e il western. Mentre i suoi adepti si astengono
da procedimenti estetici di cui nemmeno sospettano l’esistenza,
il tango crolla sotto il peso della sottrazione di peso: ogni semplificazione,
ogni decremento di complessità lo consegna per intero al
disincanto del mondo, proprio quando,
e fin dai tempi di Kant, il vero dell’arte è solo
ciò che
a questo mondo non si adatta. Ma i nuevisti si adattano
eccome: tutti pomellati di soddisfazione, adeguano il
loro tango ai ritmi, alle mode, perfino alle scarpe che si usano
oggi, prendendo a prestito dalla club-culture la terminologia
e dalla messa vespertina degli aperitivi la clientela. Nemici di
ogni definizione stilistica
e privi del dono della forma, ritengono che questa sia un difetto
e un ostacolo. Sfondo ideale per le loro amorfe produzioni, è la
carta da parati elettronica dell'electro-tango, scelta
per altro dai nuovi padroni di casa. Sebbene
ampiamente patrocinati dalle istituzioni e applauditi dai gestori
dell'entertainment tanguero,
cercano ugualmente di cancellare le tracce delle loro scorciatoie,
come
l’assassino
del delitto commesso, in modo che i
loro artifici sembrino improvvisati, i loro materiali sembrino
avventurosi
e i loro compromessi vengano scambiati per esperimenti
da un pubblico che sanno composto prevalentemente di remigini
e ripetenti.
In questo embrassons-nous con lo stato delle cose, è proprio
l'abbraccio, o quanto nell’abbraccio resiste del sogno
di corpo glorioso, che il tango nuevo smantella e mistifica.
Come in un matrimonio di ragione,
nel nuovo abbraccio si connettono senza cercarsi e senza volersi
due viveur che hanno imparato a riprodurre perfettamente la cinica
lezione del mondo: da estranei, ballerini o amanti, poco importa,
luccicano del glamour in princisbecco che hanno i bracci
meccanici del moderno congegno sociale; quel medesimo congegno
che, mentre li muove
pantografandoli nel piccolo e nel discreto, toglie loro il senso
e se ne serve
per la sua valorizzazione. Molti
anni fa, il vecchio Adorno ci ha insegnato che, nell’epoca
dell’industria
culturale, il nuovo è un
giudizio non giudicante, la cui verità si trova nel
suo elemento non intenzionale. Forse sarebbe bastato questo
per dimostrare
che
l’intenzionale qualifica di nuevo definisce
per antitesi un tango che vero non è, e perciò nemmeno
nuovo.
© Jean Fajean
Milano, 2006
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