TQR 12: 9 dicembre 2006

 

L'arte di perdere

di Juan Sasturain

Borges, che i suoi compatrioti li conosceva bene, diceva già negli anni 20 che un argentino riduce ogni conflitto sociale, ogni controversia di carattere generale ad una questione personale in cui l'unica cosa che conta è vincere o almeno non venire ridicolizzato. Con l'andare del tempo però, e soprattutto con questa mania che ha la realtà di farsi strada a gomitate attraverso le illusioni, abbiamo dovuto accettare la circostanza, troppe volte soddisfatta, di non trionfare neanche un pò. Per i pesci piccoli, diceva invece Brecht, ci sono casi in cui la sconfitta è già un guadagno. Pesci piccoli come il grande detective Robledo, eroe di tutti noi che cerchiamo di perdere con stile, qui impegnato nella caccia a un pesce enorme.

 


Non appena il caldo abbassa la cresta, il lavoro la rialza. Con il tipo che apriva la porta smerigliata mi arrivava finalmente un caso, ossia la possibilità di mettere insieme qualche bigliettone dopo la prolungata bonaccia estiva.
- Deve trovarmela, Robledo: sono trenta anni che non concludo un contratto come questo e quella matta mi sparisce proprio adesso.
Il Fetta Bermejo, un capellone pelato e con la fascia indiana, aveva l’aspetto polveroso del vecchio hippie. Non si limitava però alle apparenze: era un vecchio hippie.
- Victoria Guerra, Robledo - continuò con enfasi non necessaria - la migliore, la massima cantante di protesta che l’America Latina abbia mai prodotto sforna un nuovo disco dopo trenta anni, io le metto su una tournée mostruosa dalla Terra del Fuoco a Veracruz prendendo al balzo la simultanea riscossa della sinistra in tutto il continente, le chiedo concentrazione, le spiego cosa può significare il suo ritorno per il pubblico latinoamericano e questa scompare a quindici giorni dal primo recital...
Collaborai al risentimento e alle lamentele, nonostante l’affare della “cantante di protesta” mi sembrasse sanscrito e quello della “riscossa della sinistra” una barzelletta. Ma questo era il meno:
- Magari ha avuto fifa...
- Forse, un po’ di insicurezza, è assente da molti anni. Il fatto certo è che si è eclissata. Nell’appartamento non c’è, non chiama, non risponde, è diventata fumo.
- Questo è impossibile - mi azzardai ad aggiungere con un sorrisetto.
Avevo le mie buone ragioni per ritenere improbabile la trasformazione in “fumo” di un essere così compatto e voluminoso come la balena Victoria.
I dispiaceri dell’emarginazione, ma soprattutto i piaceri per i dolciumi e gli insaccati di Siesta Grande, il paesino di Cordoba dove si era rifugiata per mangiare e comporre durante i decenni oscuri, avevano apportato ampie modifiche alla sua silhouette.
Soprannominata non senza ironia Girovita Cosmico - o semplicemente Girovita - in omaggio a uno dei suoi più grandi successi negli anni del poncho funzionale e del grido latinoamericano, era sopravvissuta a Buenos Aires grazie ai jingle della maionese o delle patatine fritte: registrazioni, dicevano i suoi perversi detrattori, che le venivano pagati in merce. E adesso era sparita senza lasciar briciole dietro di sé.
- Cosa mi dice delle ultime settimane, Fetta?
- Era depressa, insicura. Un giorno le ho consigliato di farsi un viaggio per ricaricare le batterie, ritrovare la sua identità, camminare sulla terra americana, abbeverarsi del paesaggio... - si entusiasmò Bermejo -. Le volevo anche prestare dei soldi.
- Li ha presi?
- No, è molto orgogliosa. Così, per sdrammatizzare un po’, le ho offerto un forfait per ogni chilo che fosse dimagrita. Ma è stato peggio - mi confessò il veterano.
- Me l’immagino. Avrebbe dovuto offrirle il contrario.
- Come sarebbe a dire?
Feci un gesto da furbone, tanto per sottolineare l’ovvietà della battuta, ma continuò a non capire. Così mi diedi un tono e gli dissi che “la Guerra non mi era indifferente”, accettai l’incarico di localizzarla prima dello scadere del tempo, gli proposi le mie accessibilissime tariffe e mi disposi subito a seguire le profonde orme della cantante ascoltando una vecchia cassetta contestataria.
I vicini mi confermarono la partenza silenziosa per destinazione ignota. Alla malvagia portinaia tirai fuori la lingua:
- Ha lasciato qualche cosa?
- Il cibo per il gatto. L’unica cosa che non mangiava...
Nella posta accumulata sotto la porta non trovai niente di significativo. C’erano però alcuni opuscoli pubblicitari di un’agenzia viaggi che conoscevo. Mi recai sul posto, nel barrio di Belgrano. Fingendo interesse per un pacchetto che includeva il Cammino degli Inca e Macchu Picchu, chiesi se per caso una mia amica si era rivolta a loro in quei gironi.
- Victoria Guerrero? - l’impiegata sollevò le sopracciglia - Non mi dice niente.
Dovetti ammettere con me stesso che era un trucco infantile. Victoria Guerrero non era altro che l’ingannevole e velleitario pseudonimo di una Bruna o Paola Sacripanti o Spicafiuzzo, o di qualche altro roboante nome tipo questi, più adatti a un concorso della Rai che a una rivelazione del Folk Festival di Cosquìn.
Mentre uscivo, notai in vetrina una promozione speciale: Tour dell’Affamato, con viaggio in Brasile, soggiorno termale, massaggi, ecc. tutto compreso.
- E questo?
- Esclusivo per donne. Riservato, caro, dura tre settimane - mi spiegò frettolosamente -. Ci vanno le famose, e anche gente comune: lunedì rientra una comitiva. Sembrano delle altre.
E mi fece vedere alcune foto minacciose con un Prima e un Dopo.
- Glielo regalerò a mia moglie - le mentii.
Lunedì, mentre un’irriconoscibile Girovita scendeva dall’aereo all’Aeroparque, Bermejo la stava aspettando con un canestro di rose e uno di di cioccolatine. “Passo e chiudo”, disse lei.
- Ho dovuto pagarle venti chili, Robledo - mi disse sconsolatamente il Fetta quella stessa notte per telefono.
- Tanto è dimagrita?
- Venti chili di bagaglio supplementare: tutti i vestiti nuovi che si è comprata.
- Ah.
- E ha rotto il contratto.
- Ah.
- Dice che adesso ha delle offerte migliori. Che non si dà via in regalo.
- E’ chiaro.
- La situazione è cambiata, Robledo...
Lo mandai a quel paese e appesi il ricevitore prima che finisse di spiegare. Lo so quando non mi pagano. Andai al frigorifero, mi aprii una birretta e mi feci un sandwich di salame e formaggio. Niente maionese, mi riportava dei pessimi ricordi.

© Juan Sasturain
trad. Jean Fajean