TQR 12: 9 dicembre 2006

 

Arte di coppia

Il pensiero triste che ci si prende a papagne

di Mariano Kairuz

Ai lettori più affezionati non sarà necessario spiegare la ragione di questa nostra intermittente attenzione per il wrestling. Fatte salve le differenze di professionismo e dedizione personale, tutte a favore della lotta, molte sono le somiglianze tra il wrestling e il cosidetto tango-show: per malmenarsi come per ballare bisogna essere minimo in due, le ecchimosi post-performance sono le stesse, gli stessi sono i costumi demenziali, gli urli e gli effettacci sono pressochè identici, perfino i nomi d'arte hanno curiose consonanze, vedi ad esempio Terminator, Tomba Etrusca e lo Scimmione, che sono milongueros molto noti nell'ambiente e non gladiatori assetati di sangue. Ecco perché pubblichiamo con piacere la recensione di un libro che illustra la contusa vita di Josè Ricardo Gattone, un vero precursore del free-style, per chiunque intenda ricalcarne i passi e le pacche, sul ring come sulla pista del Tangodromo di Saavedra.

 


Requiem per un peso pesante - L'incredibile storia del Grande Gattoni

La lotta fu crudele e molta, ma di tutto ciò è rimasto ben poco, forse solo il ricordo di un programma della tivù dei ragazzi, di modesta scenografia e cotillon esagerati, in cui si misuravano le forze e l’esotismo battesimale di personaggi quali Gengis Khan, Mister Moto, La Mummia Bianca, la Mummia Nera, l’Androide, il Pupazzo Maledetto, l’Uomo Vegetale, la Formica, il Manager, con i risultati facilmente prevedibili che derivano da coreografie provate e riprovate; o forse solo la teatralità pagliaccesca di un arbitro che, come tutti sanno anche oggi, favoriva sempre il più cattivo. Almeno per la generazione che per ultima ha potuto vederla in televisione, tutta l’epopea si riassume nel ricordo nebuloso e un po’ decadente di una troupe di uomini grandi e grossi, alcuni dei quali alle soglie della pensione, che si guadagnavano la vita con una pantomima che una volta era stata un glorioso spettacolo di massa. C’è in effetti tutta una storia precedente.

La lotta fu crudele e molta sia sopra che sotto il ring. Di questo tratta “Il Grande Gattoni”, il libro in cui l’ex rugbista, cineasta e cantastorie Claudio Peroni ricostruisce la “leggenda di un campione della lotta libera”, la vita di un lottatore argentino praticamente sconosciuto nel suo paese che fece fortuna nella sua seconda vita negli Stati Uniti e il mistero di un nonno che non ha mai conosciuto ma dal cui fantasma è stato perseguitato fin da piccolo. Per la verità ci sono due storie: una che ha a che vedere con una nascita (di un titano), un’ascesa (l’epoca d’oro del catch) e una fine (la discutibile trasformazione di una disciplina sportiva in puro spettacolo), e un’altra che riguarda l’ossessiva ricerca di Peroni, spinto da tutta la sua famiglia, per svelare un enigma vecchio di decenni: perché mai Gattone, emigrato negli Usa a metà degli anni ‘50, avesse smesso di scrivere a sua moglie e ai suoi figli per poi sparire senza lasciar traccia.

Le molte vite di Gattone
La storia di come José Ricardo Gattone divenne Leone - non è uno scherzo, è andata davvero così - raccontata da suo nipote, inizia molto tempo fa. E’ la storia di una nonna rimasta orfana, di un’immigrazione dall’Italia e di un arrivo in America. Dell’infanzia di José, Peroni sottolinea un fatto fondamentale capitato alla famiglia Gattone: la morte di un figlio nel cortile della scuola per una sassata non destinata a lui, ma che lo colpì direttamente in testa. Una tragedia che, dice Peroni, “sconvolse mio nonno e lo fece rinchiudere ancor più in sé stesso”. Questa apparente fragilità emotiva, indusse i suoi genitori a mandarlo ad una scuola palermitana, “una congregazione religiosa famosa per la disciplina e il rigore morale”, vicino a casa, nei pressi dell’attuale Plaza Italia, nel cui ginnasio José Ricardo ebbe il suo primo contatto con la lotta libera. Nella classe di Padre Luis, del tutto degna del maestro Kwai Chang Caine, il giovane Gattone imparò che “la vittoria e la sconfitta sono due circostanze: la lotta libera non persegue l’una e non determina l’altra”; e che “un lottatore cerca di superare le ambiguità del quotidiano: la sua missione è mettere a nudo la sua natura, ricreare le origini primitive dell’uomo e nobilitarle con l’esercizio della virtù e del coraggio”. La sua determinazione, la sua destrezza e soprattutto le sue dimensioni, non procurarono al Gattone adolescente molti amici, ma solo protetti e ammiratori. Sembra, per esempio, che il ragazzo fosse capace di sollevare a dieci centimetri dal suolo una Ford T, anche se l’episodio, il momento esatto in cui Peroni fa nascere il lottatore, il primo atto di giustizia applicata secondo gli insegnamenti del sensei Luis, fu in realtà un altro: cioè quando Gattone trovò nel bagno un sacerdote-tutore della scuola inginocchiato davanti alle mutande di un suo allievo. Un brutto incontro che valse al futuro lottatore l’espulsione dal collegio.
La sua prima impresa fu in realtà una disfatta che occorse nell’estate del ‘34, dalle conseguenze significative e durature: Gattone, che si era sventatamente associato a un gruppo di ciclisti italiani nella corsa internazionale da Congreso a Mar del Plata, con un allenamento di soli due mesi e su una bicicletta rabberciata, finì per essere gravemente dileggiato dai professionisti. Si ritirò prima della fine, ma ricevette da quei fanfaroni mangiaspaghetti un’involontaria lezione di marketing di cui fece poi tesoro per tutta la vita: doveva imparare ad “apparire”. Cominciò con il nome: fu così che nacque il Gattoni con la i.
Tempo dopo, già immerso nell’universo della lotta libera e con moglie e figli da mantenere, Ricardo Gattoni abbandonò, con disperazione dei genitori, il suo lavoro alla Grafa nel mezzo di un conflitto sindacale e mise su insieme a un socio un’azienda che si dedicava a un’attività del futuro: la fabbricazione di fornelli per il gas. Era quella la potente Argentina che aveva appena cacciato il presidente Castillo e Gattoni si disponeva a entrare nella modernità con macchinari importati dagli Stati Uniti, il paese verso cui, d’ora in avanti, avrebbe sempre guardato. Nonostante il successo dell’attività, la lotta libera finì per fagocitare l’imprenditore.
A metà degli anni ‘40 il Luna Park era già la mecca dei campioni locali e internazionali: Gattoni riuscì a entrar a far parte della sua troupe, approfittando della conoscenza di personaggi leggendari come l’Uomo Montagna, il Conte Nowina e Antonio Rocca, che era uno dei principali riferimenti del catch di allora. Non permetteva che sua moglie Victoria lo andasse a veder combattere al Luna Park “perché non era una cosa da donne”, ma non esitava a portarle a casa quanti, lottatori o aspiranti tali, “bohèmien” o “sfigati”, si trovasse a incrociare all’uscita della palestra. Li chiamava i “vagamondi” e li ospitava a casa per giorni, quando non per settimane intere.
Qui comincia il capitolo intitolato “l’Anticristo Armeno”: Peroni attribuisce a Martìn Karadagiàn la responsabilità principale dell’esilio di suo nonno. Gli scontri con “il Bassetto” erano in realtà un match tra due forme di concepire la lotta libera, in cui Gattoni viene mostrato come un idealista e Karadagiàn come un perseverante disfattista morale. “Per il Baron Gattoni - scrive Peroni - la lotta era disciplina, arte, storia, sobrietà e filosofia; per Karadagiàn l’importante era lo spettacolo”. Karadagiàn organizzò una propria troupe, smontò le tradizionali troupe di gladiatori stranieri, li sostituì con i forzuti del suo quartiere, mascherò questi ultimi da terribili guerrieri di luoghi e tempi lontani. Nel 1947, Gattoni e Karadagiàn diventarono i Nemici Mortali. Gattoni, scrive suo nipote, dovette arrendersi all’evidenza che nel catch aveva trionfato una concezione “in cui si privilegiava il carisma, la popolarità e il prestigio” ai danni “dell’abilità del lottatore sul ring vero e proprio”; una ragnatela di alleanze e di affari “aveva reso impossibile l’assegnazione del titolo di campione a chi se lo fosse realmente guadagnato in combattimento”. Fu una manovra sporca, continua Peroni, tipo quelle delle mafie sindacali: Karadagiàn ricattò Gattoni obbligandolo a scegliere tra il comodo secondo posto che era disposto a cedergli, o andarsene; presto, lo avvertì l’armeno, non avrebbe più trovato un avversario contro cui combattere. Sul primo momento Gattoni accettò l’umiliazione adottando il nome di Michele Leone impostogli dal futuro leader dei Titani del Ring, ma in seguito si ritirò dal Luna. Questo, e il fallimento delle sue relazioni con Peròn, al quale, pur senza tributargli alcuna simpatia, aveva chiesto di finanziare una sorta di campagna promozionale pan-americana (avrebbe viaggiato con le foto di Evita e Juan Domingo esposte sulla jeep), furono le cause che provocarono la sua partenza definitiva nel 1953.

Nei suoi viaggi, Gattoni ebbe molte donne, ma solo due furono particolarmente significative. Dopo una sua esibizione in Brasile, ebbe un’avventura con una quindicenne di nome Lucia Campos, una specie di groupie ante litteram, prima amante e poi madre del suo primo figlio extraconiugale, la quale visse convinta che il titolo nobiliare di Barone con cui si presentava sul quadrilatero fosse autentico. L’altra storia fu con Evelyn, la donna nordamericana che gli diede la sua seconda famiglia, con cui visse la seconda parte della sua vita a Buffalo e a New York e che gli diede due figli. Uno lo chiamò Ricky, come uno di quelli che aveva avuto da Victoria. La sua famiglia argentina ignorò per molti anni questa parte della storia, credendo unicamente a ciò che Gattoni veniva raccontando nelle lettere, e cioè che aveva molta nostalgia, sentiva la loro mancanza e che, non appena fosse stato possibile, li avrebbe portati tutti a vivere con lui nel paese della Cadillac.
La storia nordamericana di Gattoni costituisce la sua vera consacrazione nell’olimpo della lotta libera. Entra qui in scena la figura non del tutto trasparente del promoter Pedro Martinez, che fu colui che gli insegnò le differenze basilari tra il wrestilng yankee e la lotta libera rioplatense e colui insieme al quale fece fortuna. Buona parte di questa se ne andò in fumo nell’incendio della sua casa, un momento veramente difficile della sua carriera, a metà degli anni ‘60, che lo lasciò lontano dal quadrato per quasi due anni.
Peroni si sofferma anche su un altro aneddoto, che simbolicamente la dice lunga su questo periodo, in cui Gattoni distrugge a colpi di cric la Cadillac - una delle molte che ebbe nella sua vita - che lo stava lasciando a piedi sulla strada per Detroit dove lo stavano aspettando per la sua rentrée sul ring.
Verso la fine della sua vita, Gattoni aveva già combattuto in tutto il mondo: Sudamerica, Usa, Canada, Australia e perfino Estremo Oriente. Il Giappone costituisce un capitolo a parte: invitato dapprima negli anni ‘60 come gladiatore occidentale, sarebbe poi tornato nel 1975 per convertirsi in lottatore di sumo, un enorme lottatore di sumo, perfettamente consapevole del suo protocollo e della sua filosofia, partecipe della sua dieta bestiale e sfegatato ammiratore dei miti dell’origine ancestrale di questo arcipelago. Qui affrontò più di trenta incontri per poi ritornare al suo focolare nordamericano grasso come un maiale.
Durante i quaranta e passa anni in cui la famiglia argentina di Gattoni non seppe nulla di lui, arrivarono voci di un incidente aereo tra Sydney e la Hawaii, di uno shock da amnesia, di un ritorno in gran segreto a Mar del Plata a metà degli anni ‘70 nelle vesti di produttore. Mere ipotesi che tuttavia servirono da argine contro l’idea più semplice e allo stesso tempo più dura dell’abbandono. Gattoni visse fino al 1982, quasi un lustro di più di Evelyn, anno in cui se ne andò con quella che Peroni chiama “la morte naturale dei lottatori di catch”: l’infarto di un cuore a cui si chiede troppo. Successe un paio di ore prima dell’inizio di un torneo in omaggio alla sua carriera. Aveva da poco passato i sessanta anni. I suoi figli fecero in tempo a vederlo all’ospedale di Buffalo, ma quando morì era solo. Così almeno la racconta Peroni, come un episodio sovraccarico di predestinazione, come se la storia non avesse potuto finire diversamente.

Ultimo round
A seguito della pubblicazione del libro, Peroni è stato contattato da alcuni parenti di cui ignorava completamente l’esistenza e che apparentemente erano a conoscenza di buona parte della vita di suo nonno. Questi testimoni avrebbero certamente potuto abbreviare le ricerche che però, a partire dal 1999, avevano già ricevuto una spinta decisiva grazie a internet. Se per Peroni, lo svelamento della storia di suo nonno è stato un sollievo, per sua madre e i suoi zii ha invece significato la conferma dei peggiori timori e la fine della leggenda: quella che prima era incertezza era ora un lascito tormentoso. Anche oggi, dice Peroni, sua madre Lili, la figlia del Barone, non riesce ad andare oltre la lettura delle prime pagine della biografia del padre.

Mariano Kairuz
trad. Tj Locatelli

Claudio Peroni "El Gran Gattoni"
Editorial Sudamericana, Buenos Aires 2003