TQR 12: 9 dicembre 2006

 


Minima Tangalia

Nuovi difetti per ballerini di tango
di El Moplo

Secondo quanto mi conferma qui l’amico Vattuone il Fachiro Dolorante che queste cose le ha studiate, il critico deve prima di tutto vietarsi di sapere dal mondo più di quel che l’autore gli dice. Nel caso del tango così detto nuevo, e anche dinamico per rincuorare le palestre oltre che le boutiques, ciò è presto fatto: nel mondo nuevo, come in certi telos di San Telmo, ci trovi appena quello che porti, salvo la ragazza. Nella nostra lunga storia di allori e di sputi, di tanghi nuovi ce ne sono sempre stati parecchi; quello di adesso è un tango euforico e gesticolante, di esemplare anticonformismo e dall’aspetto generale, per così dire, un po' sgrammaticato, che sembra piacere soprattutto ai giovani, specie se stranieri. Noi veterani non abbiamo occasione di frequentare i seminari di aggiornamento a Parigi o in Baviera, e i legislatori del tango nuevo difficilmente lasciano il loro esilio alimentare in Europa per venire qui a spiegarcelo. Dobbiamo dunque accontentarci di vederne il personale ausiliario, il buio riflesso. Questo è un tango che comunque risparmia ai suoi interpreti la raucedine della tecnica e i fastidi dell’introspezione psicologica e finalmente li dispensa dal portare il lutto al braccio o dal mettersi i ghingheri tipici del tanguero medio. E’ un tango citazionista, lo si balla in corsivo, virgolettando i passi, come a voler menzionare alla lettera fonti o parole altrui, di cui non si è troppo sicuri né ci si vuole assumere la responsabilità. Molte sono le sequenze tratte dallo sbrigativo repertorio delle cene-spettacolo, del balletto televisivo o dei volos. E moltissime quelle spiraloidi di gusto rococò, il cui movente centripeto risucchia spesso i ballerini al centro della pista, nel girone infernale dei principianti. I movimenti sono voluminosi e brachimorfi, privilegiano cioè i diametri traversali su quelli longitudinali; gli assi sono asimmetrici, basculanti, ad angoli scaleni. La postura maschile è rilassata sui dorsali, a imitazione delle spalle del dobermann; quella femminile chorrea, come si dice qui, è cioè sbrodolante, da cui il neologismo di chorreografo. L’abbraccio è lasco e svogliato, si ha l’impressione delle briglie; il frente è trascurato o governato con ostentata sbadataggine: tutto ciò contribuisce a togliere densità alla danza. Questi danzatori che si dicono dinamici non riescono a riempire i movimenti, e ai voli di violino, agli adagi, ai silenzi, a quello che insomma è la dinamica, oppongono minuzie di povertà granulare. L’ascolto è prevalentemente ritmico e quindi antiromantico, amano gli accenti forti e la pulsazione regolare, che meglio tiene in riga le masse. Se con l'electrotango è ravvisabile il concorso in reato, il pathos di Pugliese se li divora vivi sul posto, spesso sorprendendoli in sogghigni poco eleganti che prontamente ricompongono in più appropriate espressioni di condoglianze. La pisada nel tango nuevo è ancora oggetto di dibattito, tanto che se ne consigliano di diverse, utili per un guado fangoso o per ammazzarci percussivamente le cimici. Le donne appoggiano il tacco spesso e volentieri. Stendono raramente il collo del piede, come il famoso burattino di legno. In compenso ancheggiano come sciantose del varietà. Marlowe diceva che questo movimento non lo si impara dalle suore, ma io non ne sarei poi così sicuro. Di grande suspense è, secondo loro, il plateale tormentone del braccio sinistro che si alza oltre la testa del compagno e ricade serpeggiando sulla sua spalla, come un cobra gonfiabile che ogni tanto si sveglia e torna a letto. Molti sono i ballerini di tango nuevo che sono convinti di vivere sulla linea di fuoco e di avere uno stile proprio e individuale. Invece non si accorgono che, come i ciclisti del dopoguerra, corrono per le retrovie con il nome di una ditta di tubolari stampato sulla schiena. Nonostante una propaganda che allude a laboratori, workshop e democratici scambi di vedute tra maestri e discepoli, il tango nuevo non è il risultato di un processo di elaborazione collettiva, ossia non è uno stile, ma è un marchio registrato, un tango brevettato con il nome di Cosmotango®, un tango aziendale. E’ cioè la diretta emanazione dell’omonimo festival, o per meglio dire dei suoi impresari, dato che come festival è l’equivalente di una stazione ferroviaria di smistamento, dove i viaggiatori si intrattengono solo il tempo necessario a prendere un altro treno; e treni ne partono in tutte le direzioni. Quanto alla patente, non è una novità: nel recente passato il tango ha tenuto nella dovuta considerazione sia il Supermetodo® Esclusivo di Gloria e Eduardo che il Sistema Dinzel’s®, dimenticandoli entrambi senza sforzo, insieme con i loro traballanti epistemologi. Ma quelli erano pur sempre eserciti senza effettivi. Così com’è già accaduto dieci anni fa con l’indigente Tango Milonguero® di Susana Miller, che ha riempito di personaggi bovini le piste europee prima di quelle locali, anche il Cosmotango® si è diffuso oltreoceano prima che a Buenos Aires, e non solo attraverso i detentori del brevetto. Evidentemente, nessuna licenza e nessuna credenziale erano richieste a quei piazzisti dalle ingenue legioni di ballerini che appena cominciavano a cavarsela con lo stadio primitivo. Del resto, neanche con addosso la pomposa livrea del tango-show, una livrea che conosce decenni di mance, inchini e bastonate, il tango nuevo è riuscito a dar un brivido ai cuori ben fatti. Però un effetto l’ha ottenuto, e questo sì che è vecchio come il delitto: è riuscito a far passare tutti i suoi critici per altrettante vedette da cantiere, e cioè per quei pensionati nostalgici del buon tempo andato che sempre sostano scuotendo la testa in prossimità dei lavori in corso. Solo che qui non c’è nessun cantiere. Forse l’età impedisce a quei giovani di rammentare che il tango nuevo, anche quando è al suo meglio, dice male cose già dette da un pezzo. O, parafrasando Sklovskij, che come fachiro si lamenta anche più di Vattuone, i suoi autori ripetono da astemi ciò che molti anni fa noi ballammo da ubriachi.

© El Moplo
Buenos Aires, 2006

Minima Tangalia