
La nuova arte della conferenza
di Julio Cortazar
Dato che raramente le Muse fanno visita ai malintenzionati,
abbiamo pensato di fare noi una capatina
nel Parnaso porteño. La prima Musa che incontriamo nella nostra
arrampicata è colei che più ha reso noti noi argentini
nel mondo: la Musa Orale. La nostra parlata, tutti ce lo riconoscono
ma noi
per primi, è scintillante, arguta, precisissima, di molte
vibrazioni per il sociolinguista. Conversare è per noi un'attività lenta
e confortevole come un treno di pendolari; discutere, un piacere
da eleganti
spadaccini. Abbiamo fatto della chiacchiera, del birignao, della
gnàgnera, insomma della nostra parlantina, una delle Belle
Arti. Nello scritto che segue, Julio Cortazar applica all'Honduras
il nostro
modo spettacolare
di menare l'arrosto - una tecnica che, a dominarla prima, ci
sarebbe venuta buona quando ci interrogavano su Hegel - e, allo stesso
tempo, mette alla berlina il continuo affilare di coltelli di una
metodologia
che da
un pezzo
non ha più niente
da tagliare.
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- Signore, signorine, ecc. E’ per me un onore, ecc. Nella situazione
introdotta da, ecc. Mi sia permesso in questo momento, ecc. Non posso
affrontare l’argomento se non, ecc.
Vorrei innanzi tutto precisare con la maggior esattezza possibile
il senso e la portata del tema. C’è qualcosa di temerario
in ogni riferimento al futuro quando la mera nozione di presente
si presenta come incerta e fluttuante, quando la continuità dello
spazio-tempo, di cui siamo i fenomeni di un istante che si dissolve
nel nulla nell’atto stesso di concepirlo, è più un’ipotesi
di lavoro che una certezza corroborante. Tuttavia, senza cadere nel
relativismo che rende dubbiose le più elementari operazioni
dello spirito, sforziamoci di ammettere la realtà di un presente,
e anche di una storia, che ci situa collettivamente con le garanzie
sufficienti a proiettare i suoi elementi stabili, e soprattutto i
suoi fattori dinamici, in vista di una visione del futuro dell’Honduras
nel concerto delle democrazie latinoamericane.
Nell’immenso
scenario continentale (gesto della mano che abbraccia tutta la
sala)
un piccolo paese come l’Honduras (gesto della mano che
sfiora la superficie del tavolo) rappresenta solamente una delle tessere
multicolori che compongono il mosaico. Questo frammento (toccando
il tavolo con più attenzione e guardandolo con la faccia di
chi vede una cosa per la prima volta) è estremamente concreto
ed evasivo allo stesso tempo, come tutte le espressioni della materia.
Cos’è che sto toccando? Legno, naturalmente, nel suo
insieme un oggetto voluminoso che si pone tra voi e me, qualcosa
che ci separa con il suo secco e maledetto pezzo di quercia. Un tavolo!
Ma che cos’è questo? Si avverte chiaramente che qui
sotto, tra queste quattro zampe, c’è una zona ostile
e forse più insidiosa delle sue parti solide; un parallelepipedo
d’aria, un acquario di meduse trasparenti che cospirano contro
di noi, mentre qui sopra (ripassa la mano come per convincersi)
tutto continua a essere piano e più scivoloso di una spia
giapponese.
Come faremo a capirci, se siamo separati da simili ostacoli? Se quella
signora semi-addormentata che straordinariamente assomiglia a una
talpa con l’indigestione volesse mettersi sotto al tavolo e
spiegarci il risultato delle sue esplorazioni, forse potremmo annullare
la barriera che mi obbliga a rivolgermi a voi come se mi stessi allontanando
dal porto di Southampton a bordo del Queen Mary, nave, sia detto
per inciso, in cui ho sempre avuto la speranza di viaggiare, e con
l’ausilio
di un fazzoletto inzuppato di lacrime e lavanda Yardley, stessi sventolando
l’unico messaggio possibile a una platea lugubremente ammassata
sul molo.
Perché la commissione direttiva ha interposto questo
tavolo, questo abominevole iato, questo osceno capodoglio tra di
noi?
E’ inutile, signore, che lei si offra per spostarlo, perché un
problema non risolto si ripresenta poi attraverso l’inconscio,
come ha efficacemente dimostrato Marie Bonaparte nella sua analisi
sul caso di Madame Lefèvre, che assassinò sua nuora
in automobile.
Dico grazie alla sua buona volontà e ai suoi
muscoli inclini all’azione, ma credo sia imprescindibile addentrarci
nella natura di questo dromedario impresentabile e non vedo altra
soluzione se non quella di impegnarci in un corpo a corpo, voi dal
vostro lato e io dal mio, con questa censura lignea che si ritorce
lentamente nel suo orrendo cenotafio.
Fuori di qui, oggetto oscurantista!
Non se ne va, è evidente. Un’ascia, un’ascia!
Non si spaventa nemmeno un po’, ha l’aria di agitata
immobilità delle peggiori macchinazioni di quel negativismo
che si intrufola astutamente nelle fabbriche dell’immaginazione
allo scopo di non lasciarla levitare senza una lapide di mortalità oltre
le nuvole, le quali sarebbero poi la sua vera patria, se questo tavolo
mondano e ubiquo non pesasse così tanto sui vostri gilet,
sulla fibbia della mia cintura e persino sulle ciglia di quel gioiello
di ragazza che dalla quinta fila non ha fatto altro che supplicarmi
silenziosamente di introdurla senza ulteriori indugi in Honduras.
Vedo segni d’impazienza, gli uscieri sono furiosi, ci saranno
delle dimissioni nella commissione direttiva, prevedo già da
adesso un taglio al bilancio per gli eventi culturali; siamo entrati
nell’entropia, la parola è ormai una rondine caduta
nel paiolo della polenta, nessuno sa più cosa stia succedendo,
che è precisamente ciò che vuole questo tavolo figlio
di puttana: rimanere solo nella sala vuota mentre tutti noi piangiamo
o ci distruggiamo a cazzotti per uscire sulle scale.
Finirai per
vincere, ripugnante basilisco?
Che nessuno finga d’ignorare
questa presenza che tinge d’irrealtà ogni comunicazione,
ogni semantica. Guardatela inchiodata in mezzo a noi, scissi da una
muraglia schifosa in questa atmosfera da asilo differenziale il cui
preside progressista pretenda di far conoscere la musica di Stockhausen.
Ah, e noi che ci credevamo liberi; da qualche parte la direttrice
dell’ateneo avrà preparato il mazzo di rose che mi sarebbe
stato offerto dalla figlia minore del segretario mentre voi avreste
ristabilito con applausi fragorosi la congelata circolazione dei
vostri posteriori. Però tutto questo non succederà per
colpa di questa concrezione ignobile di cui non sapevamo nulla, e
che all’entrata consideravamo così ovvia fino a quando
il tocco occasionale della mia mano l’ha rivelata bruscamente
in tutta la sua aggressiva e vergognosa ostilità.
Come abbiamo
potuto anche solo immaginare una libertà che non esiste? Come
abbiamo potuto sederci qui mentre niente era ancora concepibile,
mentre niente era ancora possibile senza prima essersi liberati di
questo tavolo? Molecola vischiosa di un gigantesco enigma, agglutinante
testimone della peggior schiavitù! La semplice idea dell’Honduras
suona già come l’esplosione di un palloncino all’apogeo
di una festa infantile. Chi riesce anche solo a pensare all’Honduras,
sempre che questa parola significhi ancora qualcosa, mentre ce ne
stiamo sui due lati di questo fiume di fuoco nero?
E io che stavo
per tenere una conferenza! E voi che eravate disposti ad ascoltarla!
No, è troppo, abbiamo almeno il coraggio di svegliarci, o
quello di ammettere di volerlo fare. L’unica cosa che può salvarci è il
quasi insopportabile sforzo di passare la mano su questa indifferente
oscenità geometrica e dire tutti insieme: misura più o
meno un metro e venti di larghezza e due e quaranta di lunghezza, è di
rovere massiccio, o di quercia, o di abete verniciato. Arriveremo
fino in fondo, saremo un giorno in grado di sapere che cos’è questo?
Non credo, tutto è inutile. Qui, per esempio, c’è un
nodo nel legno... Lei crede, signora, che questo è forse un
nodo nel legno? E questa qui è ciò che chiamiamo zampa:
ma cosa significa questa precipitazione ad angolo retto, questo vomito
fossilizzato fino al pavimento? Appunto, il pavimento, la sicurezza
dei nostri passi: che cosa nasconde sotto il suo lucido parquet?
(Generalmente la conferenza finisce - la fanno finire - molto
prima, e il tavolo rimane solo nella sala vuota. Nessuno, ovviamente,
lo
vede mentre alza una zampa come fanno sempre i tavoli quando rimangono
da soli.)
© Julio Cortazar
Un tal Lucas, 1979
trad. Marco Castellani
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