ultimo TQR: 6 giugno 2006

 

Pasolini non è la poesia

di Franco Fortini

Quando eravamo dei giovani avventuristi - i nostri lettori sapranno giudicare quale dei due aggettivi è oggi cambiato - ci siamo spesso chiesti come mai, pur ammirando il Pasolini cineasta e poeta, non riuscivamo a sentirci vicini al Pasolini intellettuale, saggista, critico del costume: perché non l'abbiamo mai sentito come un nostro compagno? A trenta anni dalla sua tragica morte, dopo la quale in moltissimi hanno sgomitato per usurparne le parole, vogliamo qui ricordarlo con uno scritto di uno dei suoi critici più acuminati: Franco Fortini. E una ragione di quella lontananza ce la siamo fatta, anche in virtù di una certa poesia di Fortini che qui pubblichiamo come presupposto di una coerenza mai venuta meno.

 


Altra arte poetica

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppur
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

Franco Fortini, 1957


Molte cose Pasolini sa fare. Non la più importante per lui: che sarebbe di stare un po’ zitto. Quando in versi e in prosa lamenta l’incomprensione dei “giovani” per la poesia, certo si rende conto di star facendo, come si dice, peggio della grandine. Pasolini autore di alcune bellissime poesie e prose è la stessa persona di un notissimo protagonista di traffici letterari, politici e mondani; e per poter ascoltare la sua predica, il suo invito ai valori, i giovani dovrebbero dimenticare quella identità. Ecco perché molti di loro pensano: se la poesia è quella cosa che ci viene consigliata da gente nemica del popolo come Pasolini, allora è meglio non aver nulla a che fare con i poeti; e, appena possibile, i poeti a zappare.
Quei molti hanno torto.
Non perché Pasolini non sia un nemico del popolo1. (Alla parola nemico come alla parola popolo non metto le virgolette per fiducia nella intelligenza del lettore). Lo è e più di quasi tutti i poeti italiani viventi messi insieme e più seriamente dei più reazionari poeti italiani viventi - che non sono pochi - perché è probabilmente l’unico a sapere in senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo. L’unico che venda le cose sacre sapendo che sono sacre. Anzi dando ad intendere che proprio vendendole e mutandole in episodi di veloce consumo le rende ancora più venerabili. E le venera; e combatte, con cento lingue di ferro, contro ogni moralismo; e recita, non senza bravura la parte della contraddizione.
Quei molti hanno torto: perché non c’è interlocutore o locutore (per quanto puro o per quanto corrotto) che non possa portare una verità preziosa. Contro il moralismo nostro, dobbiamo sempre ricordarlo.
Il moralismo non è la cosa che Pasolini crede sia e di cui parla sempre.
Confonde moralismo e moralità. Moralità è tensione a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo. Diventa politica, ne è il nome privato. Moralismo è errore di chi nega debbano o possano esistere valori e comportamenti altri da quelli che la moralità ha presenti in un momento dato; e crede la contraddizione arrestarsi, anche per un attimo, nella formale unità dell’individuo.
Per il moralista, un nemico del popolo non può dire una verità preziosa; il devoto a una causa giusta essere anche sciocco o cialtrone; l’amore alla poesia fingersi indifferenza o manifestarsi altrimenti che nella lettura di coloro che gli editori chiamano poeti.
Tutto il gran parlare di Pasolini contro il moralismo viene dal dissidio - sociale e di classe, non psicologico - fra la sua moralità e il suo moralismo. In lui la prima è difesa della propria disponibilità e piacere, assunzione combattuta e difficile di un certo tipo di autonomia e di un certo tipo di servitù. Il secondo, parassita della prima, non è tanto incapacità a tollerare comportamenti diversi quanto a supporre - come l’esistenza di un pianeta invisibile che solo il calcolo astronomico rivela - valori diversi e irriducibili ai propri strumenti di conoscenza. Non si tratta di una deficienza di liberalismo. Anzi. Pasolini ha creduto e crede di avere, Christ aux outrages, tanto sofferto per la propria e altrui libertà da avvedersi appena di assomigliare sempre meno al giovane che in qualche tempo è stato; e sempre più ad un tollerante letterato europeo di buona tradizione. La sua moralità si risolve certo in politica, in una politica che qui non è il momento di precisare o criticare; il suo moralismo lo difende invece dalla politica degli altri, dal rischio e dall’ipotesi di poter essere messo a morte da un’altra verità2.
A questo tipo di contraddizione si deve quasi sempre il meglio e il peggio di un autore.
Quale allora la verità che sta dietro i discorsi di Pasolini sulle cose mirabili che ignorando o odiando la poesia i giovani perderebbero senza frutto? Questa: nessuna trasformazione di una società - e tanto più di tutta la società o di tutto un uomo - si può dare senza che di fatto siano scelti un ordine di qualità, dei simboli, dei modelli. L’ultimo secolo delle società borghesi-capitalistiche ci ha trasmesso come simbolo supremo l’ordine qualitativo della poesia e dell’arte. C’è chi pensa che abbia sostituito o sia destinato a sostituire al tutto quello religioso. E’ un modello che ha lottato a lungo, anche all’interno della stessa società borghese, per il primato. Aveva dovuto far passare ai secondi posti la santità, la sapienza; vestirne le spoglie. Non fosse un così preciso nemico del popolo, questo dovrebbe oggi dire Pasolini: non solo che quel modello è combattuto (tutti lo sanno) ma che gli altri modelli in tutto il mondo proposti - e possono anche tornare a essere, anzi già sono, la santità e la sapienza - sono tali se manifestazioni, se ordini, se strutture della qualità; esistono solo nella aristocraticità spietata delle opere, dei comportamenti, delle istituzioni; e peggio per noi se sappiamo vederne solo i loro più goffi o rozzi celebranti. Quell’ordine qualitativo, in definitiva, confuta e confonde costoro; ma prima ancora Pasolini medesimo. Perché i suoi lamenti diventassero autentici dovrebbero, invece di celebrare le qualità della poesia, ricordare l’esistenza della qualità.
Ma l’esistenza della qualità, la sua affermazione o evocazione ha una forza singolare: per un attimo - che è difficile calcolare col tempo degli orologi - non lascia pietra su pietra di ogni altro nostro discorso. Ne è misura; e quindi comincia con ammutolirlo. La prima testimonianza di quel che Pasolini vuol dire, se veramente avesse a cuore la qualità, sarebbe il silenzio. Non erano solo uno scherzo le prime frasi di questo scritto. Quel silenzio non si valuta con il tempo degli orologi: un lettore critico ne avverte la presenza o l’assenza dietro un verso o una prosa. Non è il mito pitagorico di tutti gli ermetismi, non assicura nessuna riuscita, non è necessariamente un silenzio religioso ma semmai la condizione di un timbro più preciso, l’accettazione della verifica periodica con uno di quegli strumenti che la meccanica di precisione chiama “giudici”. Anch’io che scrivo ho dovuto far silenzio per ricevere quanto di vero c’era, nonostante Pasolini, nei suoi discorsi; e più in genere, in quelli degli apologeti della poesia. ma finché egli non accetta di essere messo a tacere da un ordine di qualità, da un sistema di valori diverso da quello che gli dà la parola, non ci è dato di leggerlo che come un pretesto. Dobbiamo separare dal suo ronzio la verità che lo supera.

Franco Fortini, 1972

1 So benissimo che, mentre scrivo questa scheda, Pasolini è (con altri giornalisti e con numerosi operai e studenti) in attesa di giudizio per essere stato direttore responsabile di “Lotta Continua”. Proprio per quello che potrà sembrare un eccezionale senso di inopportunità, seguito a credere opportuno contribuire a distinguere e a far distinguere. Non mi interessa l’ambito nel quale alcuni compagni pensano di servirsi di Pasolini o egli di loro; è, comunque, un ambito servile. Mi interessano altri compagni; che concedono, per troppa generosità, ai poeti la fiducia che dovrebbero dare alla poesia e per questo talvolta sono portati a non richiedere ai poeti i doveri che impedirebbero loro di essere inutilmente diversi.

2 Egli è stato invece messo a morte dagli abitanti del mondo che aveva contribuito con la violenza del proprio desiderio, a far esistere. La politica degli “altri” di cui qui parlavo, “l’altra verità”, era invece la parte migliore della rivolta giovanile sul finire degli Anni Sessanta; era il senso della Rivoluzione Culturale, di cui Pasolini aveva omesso l’esistenza. Questa “altra” politica certo avrebbe negato il suo modo di parlare di politica; lo avrebbe “ucciso” ma come ognuno di noi si augura di venire “ucciso”. (1976)