Altra arte poetica
Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppur
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.
Franco Fortini, 1957
Molte cose Pasolini
sa fare. Non la più importante per lui: che sarebbe di stare
un po’ zitto. Quando in versi e in prosa lamenta l’incomprensione
dei “giovani” per la poesia, certo si rende conto di
star facendo, come si dice, peggio della grandine. Pasolini autore
di alcune bellissime poesie e prose è la stessa persona di
un notissimo protagonista di traffici letterari, politici e mondani;
e per poter ascoltare la sua predica, il suo invito ai valori, i
giovani dovrebbero dimenticare quella identità. Ecco perché molti
di loro pensano: se la poesia è quella cosa che ci viene consigliata
da gente nemica del popolo come Pasolini, allora è meglio
non aver nulla a che fare con i poeti; e, appena possibile, i poeti
a zappare.
Quei molti hanno torto.
Non perché Pasolini non sia un nemico del popolo1. (Alla parola
nemico come alla parola popolo non metto le virgolette per fiducia
nella intelligenza del lettore). Lo è e più di quasi
tutti i poeti italiani viventi messi insieme e più seriamente
dei più reazionari poeti italiani viventi - che non sono pochi
- perché è probabilmente l’unico a sapere in
senso profondo che cosa significhi essere nemico del popolo. L’unico
che venda le cose sacre sapendo che sono sacre. Anzi dando ad intendere
che proprio vendendole e mutandole in episodi di veloce consumo le
rende ancora più venerabili. E le venera; e combatte, con
cento lingue di ferro, contro ogni moralismo; e recita, non senza
bravura la parte della contraddizione.
Quei molti hanno torto: perché non c’è interlocutore
o locutore (per quanto puro o per quanto corrotto) che non possa
portare una verità preziosa. Contro il moralismo nostro, dobbiamo
sempre ricordarlo.
Il moralismo non è la cosa che Pasolini crede sia e di cui
parla sempre.
Confonde moralismo e moralità. Moralità è tensione
a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo.
Diventa politica, ne è il nome privato. Moralismo è errore
di chi nega debbano o possano esistere valori e comportamenti altri
da quelli che la moralità ha presenti in un momento dato;
e crede la contraddizione arrestarsi, anche per un attimo, nella
formale unità dell’individuo.
Per il moralista, un nemico del popolo non può dire una verità preziosa;
il devoto a una causa giusta essere anche sciocco o cialtrone; l’amore
alla poesia fingersi indifferenza o manifestarsi altrimenti che nella
lettura di coloro che gli editori chiamano poeti.
Tutto il gran parlare di Pasolini contro il moralismo viene dal
dissidio - sociale e di classe, non psicologico - fra la sua moralità e
il suo moralismo. In lui la prima è difesa della propria disponibilità e
piacere, assunzione combattuta e difficile di un certo tipo di autonomia
e di un certo tipo di servitù. Il secondo, parassita della
prima, non è tanto incapacità a tollerare comportamenti
diversi quanto a supporre - come l’esistenza di un pianeta
invisibile che solo il calcolo astronomico rivela - valori diversi
e irriducibili ai propri strumenti di conoscenza. Non si tratta di
una deficienza di liberalismo. Anzi. Pasolini ha creduto e crede
di avere, Christ aux outrages, tanto sofferto per la propria e altrui
libertà da avvedersi appena di assomigliare sempre meno al
giovane che in qualche tempo è stato; e sempre più ad
un tollerante letterato europeo di buona tradizione. La sua moralità si
risolve certo in politica, in una politica che qui non è il
momento di precisare o criticare; il suo moralismo lo difende invece
dalla politica degli altri, dal rischio e dall’ipotesi di poter
essere messo a morte da un’altra verità2.
A questo tipo di contraddizione si deve quasi sempre il meglio
e il peggio di un autore.
Quale allora la verità che sta dietro i discorsi di Pasolini
sulle cose mirabili che ignorando o odiando la poesia i giovani perderebbero
senza frutto? Questa: nessuna trasformazione di una società -
e tanto più di tutta la società o di tutto un uomo
- si può dare senza che di fatto siano scelti un ordine di
qualità, dei simboli, dei modelli. L’ultimo secolo delle
società borghesi-capitalistiche ci ha trasmesso come simbolo
supremo l’ordine qualitativo della poesia e dell’arte.
C’è chi pensa che abbia sostituito o sia destinato a
sostituire al tutto quello religioso. E’ un modello che ha
lottato a lungo, anche all’interno della stessa società borghese,
per il primato. Aveva dovuto far passare ai secondi posti la santità,
la sapienza; vestirne le spoglie. Non fosse un così preciso
nemico del popolo, questo dovrebbe oggi dire Pasolini: non solo che
quel modello è combattuto (tutti lo sanno) ma che gli altri
modelli in tutto il mondo proposti - e possono anche tornare a essere,
anzi già sono, la santità e la sapienza - sono tali
se manifestazioni, se ordini, se strutture della qualità;
esistono solo nella aristocraticità spietata delle opere,
dei comportamenti, delle istituzioni; e peggio per noi se sappiamo
vederne solo i loro più goffi o rozzi celebranti. Quell’ordine
qualitativo, in definitiva, confuta e confonde costoro; ma prima
ancora Pasolini medesimo. Perché i suoi lamenti diventassero
autentici dovrebbero, invece di celebrare le qualità della
poesia, ricordare l’esistenza della qualità.
Ma l’esistenza della qualità, la sua affermazione o
evocazione ha una forza singolare: per un attimo - che è difficile
calcolare col tempo degli orologi - non lascia pietra su pietra di
ogni altro nostro discorso. Ne è misura; e quindi comincia
con ammutolirlo. La prima testimonianza di quel che Pasolini vuol
dire, se veramente avesse a cuore la qualità, sarebbe il silenzio.
Non erano solo uno scherzo le prime frasi di questo scritto. Quel
silenzio non si valuta con il tempo degli orologi: un lettore critico
ne avverte la presenza o l’assenza dietro un verso o una prosa.
Non è il mito pitagorico di tutti gli ermetismi, non assicura
nessuna riuscita, non è necessariamente un silenzio religioso
ma semmai la condizione di un timbro più preciso, l’accettazione
della verifica periodica con uno di quegli strumenti che la meccanica
di precisione chiama “giudici”. Anch’io che scrivo
ho dovuto far silenzio per ricevere quanto di vero c’era, nonostante
Pasolini, nei suoi discorsi; e più in genere, in quelli degli
apologeti della poesia. ma finché egli non accetta di essere
messo a tacere da un ordine di qualità, da un sistema di valori
diverso da quello che gli dà la parola, non ci è dato
di leggerlo che come un pretesto. Dobbiamo separare dal suo ronzio
la verità che lo supera.
Franco Fortini, 1972
1 So benissimo che, mentre scrivo questa scheda, Pasolini è (con
altri giornalisti e con numerosi operai e studenti) in attesa di
giudizio per essere stato direttore responsabile di “Lotta
Continua”. Proprio per quello che potrà sembrare un
eccezionale senso di inopportunità, seguito a credere opportuno
contribuire a distinguere e a far distinguere. Non mi interessa
l’ambito
nel quale alcuni compagni pensano di servirsi di Pasolini o egli
di loro; è, comunque, un ambito servile. Mi interessano
altri compagni; che concedono, per troppa generosità, ai
poeti la fiducia che dovrebbero dare alla poesia e per questo talvolta
sono
portati a non richiedere ai poeti i doveri che impedirebbero loro
di essere inutilmente diversi.
2 Egli è stato invece messo
a morte dagli abitanti del mondo che aveva contribuito con la violenza
del proprio desiderio, a far
esistere. La politica degli “altri” di cui qui parlavo, “l’altra
verità”, era invece la parte migliore della rivolta
giovanile sul finire degli Anni Sessanta; era il senso della Rivoluzione
Culturale, di cui Pasolini aveva omesso l’esistenza. Questa “altra” politica
certo avrebbe negato il suo modo di parlare di politica; lo avrebbe “ucciso” ma
come ognuno di noi si augura di venire “ucciso”. (1976)
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