ultimo TQR: 6 giugno 2006

 

Gardel bisogna ascoltarlo al grammofono

di Julio Cortazar

E' stato finalmente tradotto e pubblicato anche in Italia il nostro libro preferito del grande Julio Cortazar: Il giro del giorno in ottanta mondi.
Da questo spassoso almanacco riportiamo un breve scritto - da leggersi coerentemente al lume di kerosene - su Carlos Gardel.
L'articolo era stato originalmente pubblicato nel 1953 dalla rivista "Sur", fondata da Victoria Ocampo e allora diretta da Jorge Luis Borges, che di Cortazar fu il primo ad accorgersi.

 


Fino a pochi giorni fa, l’unico ricordo argentino che la mia finestra su rue de Gentilly riusciva a portarmi era la vista di qualche passero identico ai nostri, allegro, spensierato e pigro come quelli che si bagnano nelle nostre fontane o saltellano nella polvere delle piazze.
Adesso certi amici mi hanno lasciato un grammofono e qualche disco di Gardel. Si capisce subito che Gardel va ascoltato su un grammofono, con tutta la distorsione e la perdita immaginabili; la sua voce esce dall’apparecchio come la conobbe la gente che non poteva andare a sentirlo di persona, come proveniva da ingressi e saloni nel 1924 o nel ‘25. Il duo Gardel-Razzano in La Cordobesa, El sapo y la comadreja, De mi tierra. E anche la sua voce sola, alta e vibrata, con le chitarre metalliche che crepitano al fondo delle trombe verdi e rosa: Mi noche triste, La copa del olvido, El taita de arrabal. Per l’ascolto si sente perfino la necessità del rituale che lo procede, dare la corda al grammofono, sistemare la puntina. Il Gardel del pick-up elettrico coincide con la sua gloria, con il cinema, con una fama che gli richiese rinunce e tradimenti. E’ nel passato, nei cortili all’ora del mate, nelle sere d’estate, nelle radio a galena, o con le prime valvole, che lui è nella verità, quando canta i tanghi che lo riassumono e lo fissano nei ricordi. I giovani preferiscono il Gardel di El dìa que me quieras, la bella voce sostenuta da un’orchestra che lo induce ad assumere un timbro gutturale e a diventare lirico. Noi che siamo cresciuti nell’amicizia dei primi dischi sappiamo quanto si è perso da Flor de fango a Mi Buenos Aires querido, da Mi noche triste a Sus ojos se cerraron. Un ribaltamento della nostra storia morale si riflette in quella trasformazione come in tante altre. Il Gardel degli anni Venti contiene ed esprime il porteño chiuso nel suo piccolo mondo gratificante: il dolore, il tradimento, la miseria non sono ancora le armi con cui andranno all’attacco a partire dal decennio successivo il porteño e il provinciale risentiti e frustrati. Un’ultima e precaria purezza preserva ancora dallo struggimento dei boleri e del radioteatro. Gardel, in vita, non è l’artefice della storia diventata ormai palpabile con la sua morte. Genera affetto e ammirazione, come Legui o Justo Suàrez; dà e riceve amicizia, senza nessuna delle torbide motivazioni erotiche su cui si regge la fama dei cantanti tropicali che vengono a farci visita, o il puro piacere per il cattivo gusto e la meschinità risentita che spiegano il successo di un Alberto Castillo. Quando Gardel canta un tango, il suo stile esprime quello della gente che lo ha amato. Il dolore o la rabbia per l’abbandono della donna sono dolore e rabbia concreti, diretti a Juana o a Pepa, e non quel pretesto per un’aggressione totale che è facile scoprire nella voce del cantante isterico di questi tempi, così in sintonia con l’isterismo dei suoi ascoltatori. La differenza di tono morale che c’è fra il cantare Lejana Buenos Aires, qué linda que has de estar come cantava Gardel, e l’ululante Adiòs pampa mia! di Castillo, mette l’accento su quella trasformazione a cui mi riferisco. Non sono soltanto le arti maggiori a riflettere il processo di una società.
Ascolto ancora una volta Mano a mano, che preferisco a qualsiasi altro tango e a tutte le incisioni di Gardel. Il testo, implacabile nel suo bilancio della vita di una donna che è una donna di vita, racchiude in poche strofe la “somma delle azioni” e l’infallibile vaticinio della decadenza finale. Chino su quella sorte, che per un momento condivise, il cantante non esprime rabbia né rancore. Disperato nella sua tristezza, la evoca e vede che nella sua povera vita da paria lei è stata soltanto una brava donna. Sino alla fine, nonostante le apparenze, difenderà l’intima onestà della sua vecchia amica. E le augurerà il meglio insistendo sulla sua classificazione:

Que el bacàn que te acamala tenga pesos duraderos
que te abràs en las paradas con cafishos milongueros,
y que digan los muchachos: “Es una buena mujer”.*

Forse preferisco questo tango perché dà la giusta misura di quello che rappresenta Carlos Gardel. Se le sue canzoni toccarono tutti i registri del sentimentalismo popolare, dall’astio implacabile all’allegria del canto per il canto, dalla celebrazione di glorie del turf fino alla glossa del fatto poliziesco, il giusto contesto in cui si iscrive per sempre la sua arte è quello di questo tango quasi contemplativo, di una serenità che si direbbe perduta senza possibilità di recupero. Se quell’equilibrio era precario, ed esigeva lo straripamento di bassa sensualità e il triste umorismo che trasuda oggi dagli altoparlanti e dai dischi popolari, è altrettanto vero che è toccato a Gardel segnare il suo momento più bello, per molti di noi definitivo e irrecuperabile. Nella sua voce di gagà porteño si riflette come in uno specchio sonoro un’Argentina che ormai non è facile evocare.
Voglio lasciare questa pagina con due aneddoti che ritengo belli e pertinenti. Il primo è rivolto - e speriamo serva da lezione - ai musicologi inamidati. In un ristorante di Rue Montmartre, fra una porzione e l’altra di vongole alla marinara, mi capitò di parlare a Jane Bathori del mio affetto per Gardel. Venni a sapere allora che il destino li aveva avvicinati una volta in un viaggio aereo. “E come le è sembrato Gardel?” domandai. La voce di Bathori - quella voce da cui ai suoi tempi era passata la quintessenza di Debussy, Fauré e Ravel - mi rispose emozionata: “Il était charmant, tout à fait charmant. C’ètait un plaisir de causer avec lui”. E poi, sinceramente: “Et quelle voix!”.
L’altro aneddoto lo devo ad Alberto Girri, e mi sembra un perfetto riassunto dell’ammirazione del nostro popolo per il suo cantore. In un cinema del Barrio Sur, dove proiettavano Cuesta Abajo, un porteño con il fazzoletto al collo aspetta il momento di entrare. Un conoscente lo interpella dalla strada:”Vai al cinema? Che cosa danno?” E l’altro, tranquillo: “Un film muto...”.


© Julio Cortazar
Il giro del giorno in ottanta mondi - Alet Edizioni, Padova 2006
trad. Eleonora Mogavero
originalmente pubblicato sulla rivista Sur, n.223 di luglio/agosto 1953

* che il boss che ti mantiene abbia soldi in abbondanza
che tu possa pavoneggiarti con i magnaccia milongueri
e che dicano i ragazzi: “E’ una brava donna”.