ultimo TQR: 6 giugno 2006

 

Passi più o meno letterari

di Felice Accame

Secondo scritto sull'andatura. Il professore Accame prende in considerazione una delle tante deformazioni professionali dei camminatori dentro e fuori le milonghe, mettendola in relazione con Flaubert, Proust, il dottor Scholl e l'indimenticato quanto inefficace Callifugo Ciccarelli.

 


In quella Teoria dell’andatura che Balzac pubblicò in cinque puntate, fra l’agosto e il settembre del 1833, sulle pagine de “L’Europe Littéraire”, compare il “memorabile assioma” che dice “quando il corpo è in movimento, il viso dev’essere immobile”. In quanto assioma, si tratta di un’asserzione di principio, verità evidente di per sé, indiscutibile, all’interno, ovviamente, di quella logica di classe che ne è il presupposto. Chi sta facendo fatica nella pubblica via, chi sputa l’anima e maledice i giorni suoi, ne è esentato, perché lo scrittore non scrive per lui - né, d’altronde, è previsto, al tempo, che questo lui sappia leggere. L’immobilità del viso è il corollario di una borghesia che non conosce né fatica propria né altrui, che passa per la via con la stessa indifferente sicurezza di sé e del proprio orizzonte con cui interpreta il proprio ruolo nell’unica storia con cui ami fare i conti - quella che, avendo cura di ben figurarvi, si scrive da sé.
Gustave Flaubert, in combutta con un suo vicino di casa, Edmond Laporte, ideò il Dizionario dei luoghi comuni una ventina d’anni dopo la Teoria dell’andatura di Balzac. Alla voce “Callo ai piedi”, in questo dizionario, si può leggere: “Sente i mutamenti del tempo meglio di un barometro”. Processualmente, dunque, il callo precede la condizione meteorologica.
In tutta la Teoria dell’andatura, Balzac mai accenna ai calli.
Allorchè William Scholl, nel 1915, nel suo fondamentale trattato dedicato a Il piede umano: anatomia, deformità e cura, consiglia di percorrere almeno tre chilometri al giorno a piedi mantenendo “testa alta, petto in fuori e alluci perpendicolarmente dritti davanti a sé” - al di là della difficoltà intrinseca di camminare orientando gli alluci altrimenti - sembrerebbe sì ricalcare (la metafora qui è d’obbligo) le orme di un Balzac, ma di un Balzac con i calli.
William Scholl, infatti, nonostante fosse figlio di contadini del Midwest e dovesse condividere le fatiche della propria condizione con altri dodici fratelli, è quel “dr. Scholl” che passò alla storia del secolo scorso come l’inventore dei cerotti per i calli ai piedi e di altri artifizi in soccorso ai numerosi dolenti delle estremità. Morì nel fatidico 1968, a ottantasei anni, dopo aver convinto l’America intera e una parte cospicua del mondo che anche ai piedi è dovuto qualcosa nel bilancio conclusivo dell’infelicità terrena.
Se Scholl rappresenta l’ideologia meccanicistica nel rapporto fra piede, scarpa e camminare - e se Scholl era davvero “dottore” in medicina -, il “dr. Ciccarelli” - che “dottore” non lo divenne neppure nel 1968 -, rappresenta l’ideologia biochimica,
Nico Ciccarelli era nato nel 1901 a Cupra Marittima - città cui dedicò un altro dei suoi prodotti cosmetici, città dove visse e dove morì nel 1977. Nella storia delle pubbliche comunicazioni non può essere dimenticato per via del tipo particolare di pubblicità con cui reclamizzava i suoi prodotti: perlopiù attingendo al repertorio di famiglia. La fotografia del padre per il tubetto del suo dentifricio, quella di famiglia per la pubblicità sui giornali e quelle di amici, parenti o di se stesso, per l’appunto, per il suo celebre callifugo. Si tratta di presenze sui giornali indimenticabili quanto curiosamente modeste. Inserti minuscoli, rettangolini verticali di poco costo, buttati con una semplicità d’altri tempi fra i raffinati esercizi di persuasione poco occulta e molto palese dei grandi gruppi industriali avanzanti. La testimonianza diretta e incontestabile delle contraddizioni del capitalismo italiano, dove, insieme al potentato di finanza mafia e rappresentanza politica, conviveva l’azienda paternalistica di chi poteva raccontare di essersi “fatto da sé”. Erano volti contratti nella smorfia del dolore, occhi serrati o strabuzzati al cielo, labbra protruse nel suono inarticolato di una fitta ormai irreversibilmente percepita in tutta la sua lunghezza d’onda che illustravano testi che, da soli, valgono una letteratura e cento tesi di laurea: “E’ stata notata in città la presenza della spia internazionale Mister Ious, noto per il suo infallibile occhio. E’ accertato che trattasi di un occhio di pernice. Poveretto (tre punti esclamativi), “come soffre” (altri tre punti esclamativi), “si ostina a non usare il famoso Callifugo Ciccarelli che si trova in vendita in tutte le farmacie di città e di paese”. Oppure: “Il fenomenale bocciofilo Raffael Wolo ha perso il punto, la partita e il campionato per un piede trascurato”, poveretto, come soffre, et cetera. Oppure: “E’ stato notato scendere dal Settebello il famoso giocatore Cion Full, inventore delle carte da gioco con cuori, picche, quadri e fiori appassiti”. O ancora: “Dopo un rodeo il fantastico cow-boy Willan Quader è stato interrogato da un giornalista locale: - Cow boy come stai ? - Boia d’un cal che mal ! Non posso scender dal caval!”. O ancora: “ Parte domani per un lungo raid il campione automobilistico Dyok Frenyrottj (con y greca e j lunga) noto più che altro per i suoi records stabiliti in discesa senza freni.”. O infine: “E’ arrivato al Congresso degli autostoppisti il Signor Chan Fur Goncin, noto dirigente di una grande impresa di autotrasporti”, poveretto, come soffre, et cetera nei secoli dei secoli.
Non cedendo al cinico sentimento della tenerezza, vi si può rilevare tutta la complessità di un quadro ideologico all’interno del quale ogni elemento di queste comunicazioni trova il suo senso: i personaggi e le imprese dell’immaginario popolare - la spia, il cow boy, il campione automobilistico -, la battuta goliardica, il colpo di gomito all’impiegato che sa già quanto deve riderne e come riderne di gusto, un rapporto di causa e di effetto fra patologia e terapia sbandierato orgogliosamente, senza le mezze misure del dico e non dico dell’ipocrisia e della menzogna più moderne e attuali.
Nell’armadietto dei medicinali di casa mia, dietro alcune scatolette di rimedi rigorosamente scaduti o posti già da tempo nella classe delle sostanze irrimediabilmente nocive nonché degli errori incresciosi della scienza medica, sta un parallelepipedino sul quale è scritto “Callifugo Ciccarelli al collodio con pennello” (“Gran Premio e Medaglia d’Oro alle esposizioni internazionali Torino 1911 e Genova 1913”). Spero di non dover mai subìre un’ispezione della Narcotici e, per ricordarmi cosa siamo e dove andiamo me lo terrò stretto, ma mai e poi mai lo userò in queste mie lunghe ore di strazio senza speranza. Le piogge dei giorni scorsi mi hanno costretto a continui e snervanti cambi delle poche e ormai malridotte paia di scarpe che possiedo. Di ritorno a casa, fradice, le riempivo di carta di giornale e toglievo quella infilata nelle precedenti, peraltro ancora umide, mai asciutte: fino a quattro cambi in un giorno. Il risultato è una ricca gamma di calli tenacemente radicati fin nella minutaglia più recondita della sensibilità. Nemmeno con la più morbida delle pantofole posso compiere un passo senza che il dolore mi ricordi Balzac, Flaubert, il dr. Scholl e il dr. Ciccarelli. Nel movimento, il mio volto non può rimanere “immobile” e non può che registrare, di ruga in ruga, quelle che Proust non avrebbe mai definito come le “intermittenze del callo”. Sono pronto per una nuova serie di talloncini pubblicitari: “E’ stato visto aggirarsi lentamente in città Infelìs Akkamàl, il metodologo noto per aver studiato tutti i metodi senza averne mai adottato uno. Poveretto (tre punti esclamativi), come soffre (altri tre) e via dicendo. Il rapporto flaubertiano con il maltempo è rovesciato: nessun callo mi ha avvertito delle piogge in arrivo, ma le piogge hanno prodotto i calli. Il callifugo è qui, davanti a me, come una tentazione di un Sant’Antonio del passato remoto: dove si fermerà il collodio spennellato? E: si fermerà? Immagino esiti troppo turpi perché possa caderci. E’ qui e qui rimane: Anzi, quasi quasi mi metto i guanti anche per toccare la scatola. E il dr. Scholl lo ricorderò sempre in grazia di un’antica cultura del sospetto. Ha fatto una fortuna con i calli, d’accordo, ma, prima, per lunghi anni, ha fatto il calzolaio.

Felice Accame - 1992
dalla trasmissione "La caccia all'ideologico quotidiano"
www.radiopopolare.it

Note.
La Teoria dell’andatura è inclusa in H. de Balzac "Patologia della vita sociale"
Bollati Boringhieri, Torino 1992
La storia del dr. Scholl è raccontata da Charles Panati in "Invenzioni e inventori" Armenia, Milano 1992
Un ampio necrologio di Nico Ciccarelli fu pubblicato in “Il Giorno”, il 13 ottobre del 1977.