Eppure, verso la fine
degli anni 60, alcuni centri culturali ritornano a preoccuparsi della
nostra identità: il Cuarteto Cedron riscuote presso di loro
un grande interesse, grazie alla qualità dei testi e della
musica. I poeti che interpretavamo di più erano Juan Gelman
(Balada del ex traficante de diamantes, Le chant du coq), Raul Gonzalez
Tuñon (Los ladrones, Eche veinte centavos en la ranura), Francisco
Urondo ed Enrique Cadicamo. Di quest’ultimo, uno dei grandi
parolieri del tango, avevamo messo in musica alcuni testi inediti
(Ella se reìa, Bandera baja). Così come di Carlos de
la Pua, un poeta di lunfardo, che sarebbe l’argot di Buenos
Aires.
Il nostro pubblico era fatto soprattutto di intellettuali:
a quei tempi era già frequente ascoltare dai giovani commenti
come questi: “non mi sono mai interessato prima del tango perché lo
credevo una cosa da vecchi”. Anche adesso qui in Europa trovo
degli argentini completamente coinvolti dalla storia di questa musica
che sono arrivati a scoprirla proprio attraverso Piazzolla o il Cuarteto
Cedron.
Nel 1970 abbiamo incontrato Paco Ibañez mentre si trovava
a Buenos Aires per cantare al teatro Opera, ogni sera davanti a 2000
persone. Non era molto conosciuto, ma i suoi dischi circolavano moltissimo
in modo sotterraneo grazie ad alcuni amici che li avevano portati
da un loro viaggio in Spagna. C’era allora nel paese un gran
bisogno di poesia: questo spiega l’enorme successo in Argentina
di Joan Manuel Serrat, Mercedes Sosa, Soledad Bravo, Angel Parra,
Daniel Viglietti e dello stesso Paco. Fu proprio lui, con cui avevamo
molte affinità, che ci ha fatto venire in Francia. Abbiamo
registrato il nostro primo disco in Spagna, dove le cose erano ancora
difficili per via degli ultimi anni della dittatura franchista (tre
canzoni censurate). Il disco venne poi pubblicato in Francia, ed è qui
che il nostro lavoro è stato notato. Abbiamo avuto la fortuna
di condividere con Paco un pubblico molto giovane e molto lontano
dalle polemiche sul tango, anche se devo dire che la nostra musica
era già molto personale. Solo più tardi abbiamo cominciato
a inserire alcuni tangos tradizionali. La buona accoglienza del pubblico
europeo ci dava la forza per andare avanti. Da parte mia ero arrivato
a pensare che certi musicisti argentini avevano sempre avuto dei
pregiudizi, e perfino della vergogna, a suonare il tango. D’altro
canto, i musicisti di “avanguardia” si facevano scudo
degli studi classici, del loro diploma al Conservatorio, che non è mai
stato un lasciapassare valido per suonare la musica popolare: anche
se suonato secondo i canoni dell’avanguardia, il tango esige
sempre la tradizione orale.
Dopo tre viaggi di andata e ritorno tra Francia e Argentina, ci siamo
visti costretti a lasciare il nostro paese e a stabilirci definitivamente
in Francia verso il 1975. La dittatura militare più sanguinosa
della nostra storia aveva purtroppo preso il potere per un decennio.
Poco dopo il mio arrivo in Francia, al termine di un concerto indimenticabile
alla Maison de la Radio, un tipo mi ha avvicinato per chiedermi di
insegnargli a suonare il bandoneòn. Prima però bisognava
trovargli lo strumento. Attraverso un annuncio ho conosciuto un anziano
signore alsaziano che si chiamava Charles Howiller, abitava a Issy-Les-Molineaux
ed era proprietario di un bandoneòn bi-sonoro, il modello
argentino. Quest’uomo, con il quale ho in seguito allacciato
una relazione di affetto e ammirazione reciproche, non sapeva che
il bandoneòn fosse stato adottato dalla musica popolare in
Argentina! Per lui continuava ad essere lo strumento tipico della
musica alsaziana. Mi raccontò di come si era innamorato del
bandoneòn nella sua giovinezza per averne ascoltato il suono
che proveniva da una... caserma vicino a casa e di come avesse chiesto
a suo padre un bandoneòn per regalo di Natale. Non diventò mai
un musicista professionista e aveva fatto diversi mestieri, ma tenne
sempre caro quel bandoneòn, con cui animava i balli popolari
e con cui, anche da vecchio, suonava tutti i giorni a casa sua. Il
suo stupore nell’ascoltarmi fu enorme dato che non avrebbe
mai potuto immaginare lo sviluppo che lo strumento aveva avuto in
Argentina. Non scorderò mai il suo sguardo sbigottito. Tutte
le settimane andavo a casa sua e suonavamo insieme. Mi ha regalato
delle partiture tedesche ed alsaziane per bandonium.
Negli anni che sono seguiti, ho conosciuto molti dei grandi della
fisarmonica; il primo è stato Marcel Azzola, grande musicista
e uomo magnifico! Ben fondato nella tradizione e aperto alle nuove
esperienze. Poi ho conosciuto Jo Basselli, Jo Privat, Richard Galliano
e anche i concertisti classici, Jean-Luc Manca, Max Bonnet... Siccome
la fisarmonica è sempre stata uno strumento popolare in Argentina,
specialmente al nord nella musica chamamé - qui in Francia
risiede ora il suo miglior esponente, Raùl Barboza - allora
non potevo certo pensare che questo strumento avesse avuto un’evoluzione
di così alto livello concertistico come ha avuto in Europa.
Ma poi mi sono reso conto che anche qua ci sono forti discussioni
tra “classicisti” e “tradizionalisti”. E
mi sono anche reso conto di quanto si può fare con la fisarmonica
diatonica quando a suonarla è Charles Oller. Attraverso quel
loro primo disco Oller-Yvert, e grazie ad altri interpreti di talento,
ho capito il percorso che ha seguito il folklore del centro della
Francia. Ed è in questa galassia di fisarmonicisti e bandoneonisti
che è nata il Certificato d’Attitudine all’insegnamento
di bandoneòn e fisarmonica che ho attenuto nel 1987. Si è voluto
dare un carattere più organizzato all’insegnamento di
questi strumenti. Alla Scuola Nazionale di Musica di Parigi-Gennevilliers,
grazie all’invito del suo preside Bernard Cavanna, condivido
questa cattedra con Juan José Mosalini. E’ per me una
grande felicità vedere quanta gente si sia avvicinata al bandoneòn.
Intravedo finalmente la possibilità di concretizzare un sogno
che ho da molto tempo: utilizzare il bandoneòn al di là dello
stesso tango. A dir la verità, per ora i miei allievi si interessano
soprattutto al tango, anche perché è attraverso il
tango che hanno scoperto lo strumento. La formazione che ricevono
si basa su musica classica e tango, ma alcuni di loro sono già diretti
verso la musica contemporanea e il jazz. C’è anche chi
applica il bandoneòn alla canzone francese.
Durante questi ultimi quaranta anni di musica, ho incontrato e fatto
amicizia con innumerevoli musicisti e con molte persone diverse.
Dopo i concerti, oltre alle normali domande sulle differenze tra
fisarmonica e bandoneòn, o tra i modelli diatonici e cromatici,
mi si chiede spesso quali siano i miei bandoneonisti preferiti. E’ difficile
rispondere, ce ne sono stati e ce ne sono molti di buoni e di significativi.
In questo caso preferisco sempre parlare di quelli che mi hanno influenzato
di più. Prima di tutti, Anibal Troilo, che a mio modo di vedere
e di sentire è stato come l’anima stessa del tango perché,
ogni volta che suonava, credo che ci lasciasse un pezzettino della
sua anima. Lui una volta ha detto che ci lasciava un pezzo di fegato...
La sua delicatezza, il suo fraseggio e la raffinatezza delle sue
composizioni meritano un posto a parte nella storia del tango. Anche
Pedro Laurenz e Pedro Maffia sono stati due grandissimi musicisti
che hanno marcato il cammino di molte generazioni successive. E ancora,
tra gli avanguardisti, Astor Piazzolla e Eduardo Rovira hanno marcato
a fuoco tutti noi. Tra i viventi, provo una grande ammirazione per
Dino Saluzzi.
Dopo venticinque anni con il Cuarteto Cedron, ne sono uscito per
fondare Esquina nel 1991 con Carlos Carlsen e il chitarrista Pino
Enriquez. Hubert Tissier ha in seguito rimpiazzato Carlos. Nell’ambito
del trio, cerco di realizzare tutte le istanze che ho fin qui esposto
e che costituiscono la mia storia: conservare le radici, cercare
incessantemente una possibile fusione con il nuovo, far conoscere
compositori ingiustamente ignorati e restare sempre un uomo libero
nei confronti delle tendenze che vanno e vengono. Con il nostro secondo
album siamo così stati insigniti del Premio Charles Cros per
la musica del mondo nel 1996. “Bandoneòn, tu vedi che
sono triste e non riesco più a cantare, e sai che trascino
la mia anima segnata di dolore”. (Bandoneòn arrabalero,
Pascual Contursi).
César Stroscio
trad: Jean Fajean
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