ultimo TQR: 6 giugno 2006

 

Hoy bandoneòn hoy

di César Stroscio

Ultima puntata della storia del bandoneòn secondo César Stroscio, uno di quelli che l'hanno fatta e continuano a farla. Il rapporto tra tango e poesia, tra tango e realtà e tra tango e tecnica nelle riflessioni del sommo bandoneonista/poeta.

 


Eppure, verso la fine degli anni 60, alcuni centri culturali ritornano a preoccuparsi della nostra identità: il Cuarteto Cedron riscuote presso di loro un grande interesse, grazie alla qualità dei testi e della musica. I poeti che interpretavamo di più erano Juan Gelman (Balada del ex traficante de diamantes, Le chant du coq), Raul Gonzalez Tuñon (Los ladrones, Eche veinte centavos en la ranura), Francisco Urondo ed Enrique Cadicamo. Di quest’ultimo, uno dei grandi parolieri del tango, avevamo messo in musica alcuni testi inediti (Ella se reìa, Bandera baja). Così come di Carlos de la Pua, un poeta di lunfardo, che sarebbe l’argot di Buenos Aires.
Il nostro pubblico era fatto soprattutto di intellettuali: a quei tempi era già frequente ascoltare dai giovani commenti come questi: “non mi sono mai interessato prima del tango perché lo credevo una cosa da vecchi”. Anche adesso qui in Europa trovo degli argentini completamente coinvolti dalla storia di questa musica che sono arrivati a scoprirla proprio attraverso Piazzolla o il Cuarteto Cedron.
Nel 1970 abbiamo incontrato Paco Ibañez mentre si trovava a Buenos Aires per cantare al teatro Opera, ogni sera davanti a 2000 persone. Non era molto conosciuto, ma i suoi dischi circolavano moltissimo in modo sotterraneo grazie ad alcuni amici che li avevano portati da un loro viaggio in Spagna. C’era allora nel paese un gran bisogno di poesia: questo spiega l’enorme successo in Argentina di Joan Manuel Serrat, Mercedes Sosa, Soledad Bravo, Angel Parra, Daniel Viglietti e dello stesso Paco. Fu proprio lui, con cui avevamo molte affinità, che ci ha fatto venire in Francia. Abbiamo registrato il nostro primo disco in Spagna, dove le cose erano ancora difficili per via degli ultimi anni della dittatura franchista (tre canzoni censurate). Il disco venne poi pubblicato in Francia, ed è qui che il nostro lavoro è stato notato. Abbiamo avuto la fortuna di condividere con Paco un pubblico molto giovane e molto lontano dalle polemiche sul tango, anche se devo dire che la nostra musica era già molto personale. Solo più tardi abbiamo cominciato a inserire alcuni tangos tradizionali. La buona accoglienza del pubblico europeo ci dava la forza per andare avanti. Da parte mia ero arrivato a pensare che certi musicisti argentini avevano sempre avuto dei pregiudizi, e perfino della vergogna, a suonare il tango. D’altro canto, i musicisti di “avanguardia” si facevano scudo degli studi classici, del loro diploma al Conservatorio, che non è mai stato un lasciapassare valido per suonare la musica popolare: anche se suonato secondo i canoni dell’avanguardia, il tango esige sempre la tradizione orale.
Dopo tre viaggi di andata e ritorno tra Francia e Argentina, ci siamo visti costretti a lasciare il nostro paese e a stabilirci definitivamente in Francia verso il 1975. La dittatura militare più sanguinosa della nostra storia aveva purtroppo preso il potere per un decennio.
Poco dopo il mio arrivo in Francia, al termine di un concerto indimenticabile alla Maison de la Radio, un tipo mi ha avvicinato per chiedermi di insegnargli a suonare il bandoneòn. Prima però bisognava trovargli lo strumento. Attraverso un annuncio ho conosciuto un anziano signore alsaziano che si chiamava Charles Howiller, abitava a Issy-Les-Molineaux ed era proprietario di un bandoneòn bi-sonoro, il modello argentino. Quest’uomo, con il quale ho in seguito allacciato una relazione di affetto e ammirazione reciproche, non sapeva che il bandoneòn fosse stato adottato dalla musica popolare in Argentina! Per lui continuava ad essere lo strumento tipico della musica alsaziana. Mi raccontò di come si era innamorato del bandoneòn nella sua giovinezza per averne ascoltato il suono che proveniva da una... caserma vicino a casa e di come avesse chiesto a suo padre un bandoneòn per regalo di Natale. Non diventò mai un musicista professionista e aveva fatto diversi mestieri, ma tenne sempre caro quel bandoneòn, con cui animava i balli popolari e con cui, anche da vecchio, suonava tutti i giorni a casa sua. Il suo stupore nell’ascoltarmi fu enorme dato che non avrebbe mai potuto immaginare lo sviluppo che lo strumento aveva avuto in Argentina. Non scorderò mai il suo sguardo sbigottito. Tutte le settimane andavo a casa sua e suonavamo insieme. Mi ha regalato delle partiture tedesche ed alsaziane per bandonium.
Negli anni che sono seguiti, ho conosciuto molti dei grandi della fisarmonica; il primo è stato Marcel Azzola, grande musicista e uomo magnifico! Ben fondato nella tradizione e aperto alle nuove esperienze. Poi ho conosciuto Jo Basselli, Jo Privat, Richard Galliano e anche i concertisti classici, Jean-Luc Manca, Max Bonnet... Siccome la fisarmonica è sempre stata uno strumento popolare in Argentina, specialmente al nord nella musica chamamé - qui in Francia risiede ora il suo miglior esponente, Raùl Barboza - allora non potevo certo pensare che questo strumento avesse avuto un’evoluzione di così alto livello concertistico come ha avuto in Europa. Ma poi mi sono reso conto che anche qua ci sono forti discussioni tra “classicisti” e “tradizionalisti”. E mi sono anche reso conto di quanto si può fare con la fisarmonica diatonica quando a suonarla è Charles Oller. Attraverso quel loro primo disco Oller-Yvert, e grazie ad altri interpreti di talento, ho capito il percorso che ha seguito il folklore del centro della Francia. Ed è in questa galassia di fisarmonicisti e bandoneonisti che è nata il Certificato d’Attitudine all’insegnamento di bandoneòn e fisarmonica che ho attenuto nel 1987. Si è voluto dare un carattere più organizzato all’insegnamento di questi strumenti. Alla Scuola Nazionale di Musica di Parigi-Gennevilliers, grazie all’invito del suo preside Bernard Cavanna, condivido questa cattedra con Juan José Mosalini. E’ per me una grande felicità vedere quanta gente si sia avvicinata al bandoneòn. Intravedo finalmente la possibilità di concretizzare un sogno che ho da molto tempo: utilizzare il bandoneòn al di là dello stesso tango. A dir la verità, per ora i miei allievi si interessano soprattutto al tango, anche perché è attraverso il tango che hanno scoperto lo strumento. La formazione che ricevono si basa su musica classica e tango, ma alcuni di loro sono già diretti verso la musica contemporanea e il jazz. C’è anche chi applica il bandoneòn alla canzone francese.
Durante questi ultimi quaranta anni di musica, ho incontrato e fatto amicizia con innumerevoli musicisti e con molte persone diverse. Dopo i concerti, oltre alle normali domande sulle differenze tra fisarmonica e bandoneòn, o tra i modelli diatonici e cromatici, mi si chiede spesso quali siano i miei bandoneonisti preferiti. E’ difficile rispondere, ce ne sono stati e ce ne sono molti di buoni e di significativi. In questo caso preferisco sempre parlare di quelli che mi hanno influenzato di più. Prima di tutti, Anibal Troilo, che a mio modo di vedere e di sentire è stato come l’anima stessa del tango perché, ogni volta che suonava, credo che ci lasciasse un pezzettino della sua anima. Lui una volta ha detto che ci lasciava un pezzo di fegato... La sua delicatezza, il suo fraseggio e la raffinatezza delle sue composizioni meritano un posto a parte nella storia del tango. Anche Pedro Laurenz e Pedro Maffia sono stati due grandissimi musicisti che hanno marcato il cammino di molte generazioni successive. E ancora, tra gli avanguardisti, Astor Piazzolla e Eduardo Rovira hanno marcato a fuoco tutti noi. Tra i viventi, provo una grande ammirazione per Dino Saluzzi.
Dopo venticinque anni con il Cuarteto Cedron, ne sono uscito per fondare Esquina nel 1991 con Carlos Carlsen e il chitarrista Pino Enriquez. Hubert Tissier ha in seguito rimpiazzato Carlos. Nell’ambito del trio, cerco di realizzare tutte le istanze che ho fin qui esposto e che costituiscono la mia storia: conservare le radici, cercare incessantemente una possibile fusione con il nuovo, far conoscere compositori ingiustamente ignorati e restare sempre un uomo libero nei confronti delle tendenze che vanno e vengono. Con il nostro secondo album siamo così stati insigniti del Premio Charles Cros per la musica del mondo nel 1996. “Bandoneòn, tu vedi che sono triste e non riesco più a cantare, e sai che trascino la mia anima segnata di dolore”. (Bandoneòn arrabalero, Pascual Contursi).


César Stroscio
trad: Jean Fajean