Difendere
un grande musicista dai suoi ammiratori è la
più indelicata e al tempo stesso la più vana tra le applicazioni
della dialettica: presto o tardi ci convinceremo tutti che, come argomentava
Lady Windermere, gli argomenti non convincono mai nessuno.
Ciò nondimeno
paventiamo che qualunque intervento volto a sottrarre Astor Piazzolla
all’applauso dell’establishment musicale o ad attenuare l’entusiasmo
della sua torcida Accademica, possa risultare a quei coltivati spalti
ancor meno gradito di un autogoal, seppur garbato, del cospiratore Comunardo
Nicolai. O possa tutt’al più sembrare un esercizio di stile,
una pedanteria balistica o addirittura un malaugurato caso di friendly
fire. Lo screditare poi le incessanti esecuzioni en pantoufles di Kremer
e le manesche improvvisazioni di Galliano, piuttosto che l’avversare
l’oìdo gordo dei Periti critici e i maneggi degli editori,
viene sovente interpretato come una complottata ingerenza negli “affari
interni” del marchio Piazzolla, il cui claim basilare “l’unica
stella del Tango, il solo fiore sbocciato dalla pietraia”, non
ammette critiche. La partecipazione a una tale congiura ci farebbe, se
non altro, sentire utili.
E’ certo che quello di Piazzolla, dopo il lunghissimo Purgatorio
del Sospetto, è oggi un nome che “funziona”. Ormai
non c’è Associazione di Amici della Musica, per quanto rurale,
che non offra agli abbonati almeno un programma a base di Nuevo Tango,
né etichetta, per quanto blasonata, che non abbia in catalogo
una qualche cheap version di Adios Nonino. Ogni strumentista, anche il
più strampalato e alieno alla tanguistica, si può finalmente
giovare degli adattamenti di Libertango approntati dalla soccorrevole
editoria: perché privare il solista di serpentone medievale o,
diciamolo pure, di fisarmonica – definita da Astor come “mostarda
sul gelato” - del suo bravo Nuevo Tango quotidiano?
Il risultato
musicale di tutta questa industriosità è, a dirla con Jorge
Luis Borges, “qualcosa che i nostri orecchi non riconoscono, che
la nostra memoria non alberga e che il nostro corpo rifiuta”. Con
la differenza che stavolta “i crepuscoli e le notti di Buenos Aires” non
c’entrano proprio niente. Al successo planetario di Piazzolla non
sono invece estranei i malintesi. Anzi, senza nulla togliere alla bellezza
e allo slancio universale della sua musica, sono stati proprio questi
che hanno paradossalmente concorso alla sua divulgazione. A cominciare
dal primo e principale, d’evidente origine colta, che si fonda
sulla presunta supremazia dell’Autore.
Diversamente da quanto capita agli altri grandi compositori del Tango,
l’abbondantissimo catalogo di Piazzolla è reperibile in
commercio. Poco importa che si tratti degli stravaganti adattamenti di
cui sopra, spesso autorizzati solo dall’intraprendenza di copisti
ed editori, o delle altrettanto maldestre trascrizioni dal Quinteto pubblicate
in Germania o ancora delle composizioni destinate, queste sì,
ad organici precisi e previsti dall’autore. Di passaggio noteremo
che parecchie tra queste sono state create su commissione. Salvo poche
eccezioni, Piazzolla non diede molta importanza a questi incarichi che
gli arrivavano, per così dire, con maggior frequenza dell’ispirazione,
tanto che mai si fece scrupolo nel riciclarvi, al minimo ritardo della
Musa, vecchie esercitazioni, materiali di recupero, patterns, stilemi
e perfino melodie già usate e opportunamente riverniciate. Se
da un lato temeva, e lo dichiarò più volte, la mancanza
di swing dei musicisti estranei al Tango, dall’altro era ben conscio
che i sussidi grafici capaci di significare le complesse intonazioni
del Tango sono del tutto inadeguati: da qui la supplenza offerta dalla
sintassi scritta e da particolari annotazioni, superflue ai tangueros
e, a quanto pare, incomprensibili ai non tangueros.
In definitiva si
suona Piazzolla perché se ne trova la musica scritta e, quel che è più grave,
la si suona così come la si trova scritta. Tale insolita prassi
non ha mai goduto di alcun prestigio nel mondo del Tango né presso
lo stesso Piazzolla. Nel Tango la Composizione è un fattore secondario.
Quel che conta è semmai l’arrangiamento, cioè la
personale e creativa “trasfigurazione” dell’idea originale
in qualcosa di radicalmente diverso. L’arrangiamento rappresenta
la “ragione sociale” di un’orchestra, e tutto il suo
onore.
Interpretare Piazzolla significa quindi appropriarsi del “senso” della
sua musica e renderlo in un modo nuovo e, possibilmente, più avanzato.
E’ questo il caso di Zum, Verano porteño, Marron y azul,
Bando di Osvaldo Pugliese, Preparense e Para lucirse di Anibal Troilo,
Lo que vendrà del Sexteto Tango, Trunfal e Celos del Sexteto Canyengue,
El penùltimo di César Stroscio. Nel Tango, e in tutta la
musica popolare in genere, la forma è un concetto fluido, un’onda
viva che si modella da sé la propria evoluzione. Attingere invece
dalla sheet music o, peggio ancora, dagli arrangiamenti altrui è macchiarsi
di una naïveté che rasenta la contraffazione.
Il secondo equivoco, sulla fondatezza del quale ritorneremo più avanti, è quello
dell’ostracismo esercitato dall’ambiente del Tango contro
Piazzolla. Un taxista che si rifiuta di trasportarlo, un facinoroso melomane
che irrompe nella trasmissione radiofonica e lo minaccia con la pistola:
sono questi gli episodi che molti conoscono nonostante Piazzolla abbia
fatto di tutto per tenerli nascosti. Il luogo comune derivante da queste
divergenze, e dalle altre numerose efferatezze che qui non denunciamo, è ormai
così radicato nel mondo musicale e mediatico da diventare una
sorta di salvacondotto che esenta l’interprete non tanguero da
ogni responsabilità verso il Tango. Forte di questo alibi che
lo scagiona per compensazione, il diplomato che suona un Piazzolla “purificato” dal
Tango si sente attore di un risarcimento, di una dazione magari ritardata,
ma non per questo respinta da vedove, orfani e, ci risiamo, editori.
Da parte nostra osserviamo che un Piazzolla non tanguero non è nemmeno
concepibile: come bandoneonista è la diretta continuazione della
linea Maffia-Laurenz-Troilo, il suo pianismo viene da Pugliese e Orlando
Goñi e i suoi violini principali sono stati Elvino Vardaro, Hugo
Baralis, Symsa Bajour, Antonio Agri e Fernando Suarez Paz, ovvero la
crema del Tango di quattro decenni. Per non parlare dei suoi secondi,
che furono bandoneonisti del calibro di Leopoldo Federico e di Roberto
Di Filippo. Si può forse suonare Piazzolla senza conoscere profondamente
la musica di coloro che ne hanno favorito la genesi?
Ritornando alle tribolazioni: tutti gli innovatori, non solo nel Tango,
sono spesso vittime della riluttanza di tradizionalisti e conservatori:
ogni appartenenza comporta una dose d’intolleranza. Prima di Astor,
Julio De Caro, Horacio Salgàn e lo stesso idolo di Buenos Aires
Anibal Troilo, subirono l’ostilità dei retrogradi. E che
cosa avrebbe dovuto dire allora Osvaldo Pugliese, che venne incarcerato
per le sue idee politiche di sinistra e al quale incendiarono la sede
della Stentor, l’etichetta discografica autogestita che aveva fondato?
O Alfredo Gobbi, leader di una delle migliori orchestre degli anni 40,
delle cui incisioni i nuovi proprietari (nordamericani) della RCA Victor
argentina distrussero le lacche originali?
Ad ogni modo, il malanimo
dei committenti non impedì a Piazzolla di scrivere per quasi venticinque
anni (dal 1938 fino al 1963) una moltitudine di arrangiamenti per le
orchestre di Troilo, Basso, Fresedo, Pugliese, Calò e perfino
dell’irriso Canaro. Così come non trattenne questi band-leaders
dall’accogliere in tempo reale nel proprio repertorio le controverse
composizioni piazzolliane. Fin dai primissimi anni 60 poi, Piazzolla
fu circondato dalla venerazione di tutti i giovani musicisti argentini,
dai quali però prese subito le distanze: non voleva seguaci che
potessero un giorno trasformarsi in colleghi. E i colleghi innovatori,
poiché oltre a lui ce n’erano anche degli altri, li trattò sempre
da imitatori e da “profanadores de tumbas”.
Avanziamo insomma l’ipotesi che la persecuzione di cui soffrì Piazzolla
avesse un carattere perlomeno intermittente; e che fosse spesso enfatizzata
a scopi promozionali. L’abilità di Piazzolla a generare
polemiche era risaputa. Furono semmai l’opportunismo, il continuo “cambiar
de camiseta”, la disinvoltura nelle relazioni con la giunta militare,
a non essergli perdonati: la qualità della sua musica non fu mai
messa in discussione, se non dai reparti più antiquati del Tango.
Concludendo: in questi ultimi anni sono stati davvero in moltissimi ad
aver tirato Piazzolla per la manta, ovvero per quel peculiare lembo di
velluto che protegge dagli sfregamenti dello strumento i pantaloni del
bandoneonista che ha solo quelli. Astor non ripudiò mai questo
utile emblema del Tango, forse perché l’annoverava tra le
poche cose della tradizione da lasciare illese. A differenza di Troilo,
suo Maestro di Tango e primo datore di lavoro, volle conoscere “la
malinconia del piroscafo” e lottò per portarci la musica
di Buenos Aires fin sotto casa.
Tanto gli dobbiamo: i tangueros non lo
dimenticheranno mai.
L’ultima annotazione riguarda infine la danza.
Non solo nelle milongas
non si è mai ballato Piazzolla, ma a tutt’oggi, con la sola
straordinaria eccezione di Mariachiara Michieli quando ballava con Alejandro
Aquino, non abbiamo nemmeno mai visto uno stile di danza all’altezza
del Pugliese più complesso. Il Tango ballato non si è evoluto
con la musica. Anzi, abbiamo buoni motivi per credere che sia addirittura
regredito. Entrare oggi in una milonga, foss’anche di Buenos Aires,
fa smagliare le calze. Se la grande eredità di Piazzolla sembra
un deposito saccheggiato da ladri inesperti e pasticcioni, le piste sembrano
invece popolate da dead men dancing abbracciati in quello sconfortante
stile apilado che già i nostri nonni avevano scartato settanta
anni fa.
Piazzolla è davvero lontano anni luce.
E mentre le gambe
di costoro si ingarbugliano nella versione di Troilo di Quejas
de bandoneòn
- un Tango vero, altro chè Piazzolla! - pensiamo che ci vorrebbe
un Santi Bailo di Kansas City che dicesse loro: “Ormai siete grandi.
E’ tempo che sappiate chi ha scritto questa variazione”.
© Marco
Castellani, maggio 2002
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