L'ULTIMA INTERVISTA DI ANIBAL TROILO
di Maria Esther Gillio

 

 

Il 2005 è stato, oltre che il centenario di Osvaldo Pugliese, anche il trentennale della scomparsa di Anibal Troilo. Quelli che se lo sono ricordato meno di tutti sono stati senza dubbio i disc-jockey di tango, presi com'erano nell'alternare le meste marcette di settanta anni fa con quelle elettroniche di oggi. Che Dio conservi loro udito e sensibilità musicale!
A titolo di parziale risarcimento, pubblichiamo quest'ultima intervista al più grande bandoneonista della storia del tango.

Tre notti ho dovuto aspettare per riuscire a parlargli di ciò che mi interessava. Non è stato facile. Era sempre così. Mi diceva: “Sì, sì, cara. Si sieda.” Mi prendeva per il braccio e mi faceva sedere. Poi aspettavo, con tutte le mie domande nella manica: “Perché ammira tanto Di Sarli?” Poi, quando il fumo fosse diventato più spesso e la notte più matura: “E Piazzolla? Che mi dice di Piazzolla?”. Ma, Dio buono!, quando il momento arrivava, un lampo improvviso gli attraversava gli occhi sottili come righe e mi diceva: “Va bene, va bene tutto. L’importante è questo.” E muoveva la mano. “Questo, questo.” Allora cercavo di registrare nella memoria di che “questo” si trattasse.
“Questo” erano le ombre silenziose ai tavoli. La gente che gli stringeva il braccio quando passava, il suo braccio, l’amore incontenibile che lo circondava. “Questo” ero anche io, che come una macchina fotografica cercavo di non perdermi nemmeno una sola immagine, un solo movimento delle sue mani: lisce, piccole, lente, mentre accarezzavano il bicchiere appannato.
Una donna cantava accompagnata dal piano. Troilo con un cenno del capo, approvava le parole che parlavano di un tempo vecchio e felice; approvava quella voce straziata di solitudine senza speranza.
Dietro di lui, a due metri, in piedi vicino al bancone, lucido, sorridente, presente e nonostante tutto estraneo, il suo agente guardava, sorrideva, vigilava... Ricordavo il colloquio nel suo ufficio di Lavalle. La sua diffidenza, e la mia ipocrisia, fin dall’inizio. I suoi timori che Troilo potesse sbilanciarsi con dichiarazioni compromettenti, la mia diligenza nel dissiparli.
- L’intervista è per una pubblicazione indipendente, stia tranquillo.
- Indipendente?
Era evidente che tranquillo non era. Il suo volto si era rabbuiato.
- Sì, voglio dire senza idee politiche
L’agente sorrise. Forse aveva capito che per quell’intervista ero disposta a tutto. Decise di essere generoso.
- Va bene. Venga stasera al Caño 14. Dopo mezzanotte potrà fargli tutte le domande che vuole.
Ma fare domande non era facile, perché lui non rispondeva se non dandomi colpetti leggeri sulla mano o avvicinandomi il bicchiere; al che cercavo di dissimulare le domande nelle spire della conversazione, ma lui sorrideva e mi diceva:
- Sì, uruguaya, sì - e indicandomi la cantante - Ascolti.
Mi sentivo una stupida, con quelle mie domandine inutili, il bicchiere ancora pieno. Finché non ebbi la luminosa certezza che avrei dovuto gettarmi a capo fitto dentro quel bicchiere se volevo incontrare Troilo dall’altra parte, se volevo trovare le domande e le risposte giuste. Ma fu soltanto un altro gioco di specchi. Trovai sì Troilo, ma non la lucidità e lo spirito per intervistarlo. Dall’altro lato c’era solo lui, il suo bandoneòn, la sua enorme voglia di piangere incatenando a sé trenta sconosciuti.
Questo fu il fallimento della prima notte.

Il locale era tutto grigio per il fumo perché era già l’una di notte di venerdì; l’agente camminava su e giù, nervosamente: era già l’una di notte, di venerdì, e Troilo doveva ancora arrivare. Mi avevano messo a un tavolo laterale, con i musicisti dell’orchestra. C’era anche un tipo su di giri, diceva di venire da Rio de Janeiro, di essere uno scultore e di venerare solo Troilo e una donna molto magra e molto insostituibile che era seduta di fianco a lui: l’aveva provvidenzialmente conosciuta quello stesso pomeriggio in un bar di Tres Sargentos.
- Scriva che Troilo non è un musicista, è un creatore. Scriva, mi stia bene a sentire, scriva che è un mito. Una forma ineludibile. Racconti questo, racconti che avevamo passato una notte di tempesta, proprio come questa, eh Nelly? Era quasi mattina. E pioveva. Io dovevo partire. Ero già in taxi mentre Anibal era in piedi in mezzo alla strada, con la pioggia che gli scorreva sulla faccia. Mi diceva: “Rimani qua, rimani qua” - eravamo andati a vedere Tania - “Questa è Buenos Aires, questa è la garùa.”
L’agente guardava l’euforico scultore con lo sguardo assente senza smettere di tener d’occhio la porta. Si girava ogni volta che sentiva un cigolio.
- E un giorno che stava male, come solo sta male Anibal quando sta male, io gli dicevo: “Ma dove vuoi andare, vecchio, dove vuoi andare?” E lui: “Io? E dove vuoi che vada? A me non mi ferma nessuno. Chi vuoi che mi fermi? Solo davanti a una finestra con il vetro rotto.”
L’agente lo guardava, con espressione incredula. Come faceva a dire quelle banalità con tutta la gente che aspettava, con il fumo così denso e l’orologio che segnava già le due meno un quarto?
- Sì, è lucido. Sa molto bene ciò che può fare e ciò che non può fare. Sa molto bene quando sta male e quando deve smettere di stare male... Fa la valigia e scompare. Vede questo orologio? Una volta l’incontro per strada. Io ero da solo, era il mio compleanno, ma ero da solo. Mi ha portato a casa sua. Aveva comprato questo orologio per regalarlo a non so chi, ma era il mio compleanno e l’ha dato a me. “Tieni qua, mi ha detto, e quell’altro se ne può andare al diavolo.”
Chiesi a un signore serio seduto di fianco a me, serio, magro e vestito bene:
- Chi è quello che ha appena parlato? Non conosco nessuno.
- Hector Stamponi.
- Il compositore?
- Sì.
- Chiedo scusa, e lei?
- Io?
- Sì.
- Maffia.
- Maffia?
- Sì, Pedro Maffia.
Scoppiai a ridere.
- Perché ride?
- Pensavo a “A Pedro Maffia” suonato da Troilo e Grela
- Sì, sono proprio lui.
- Lei mi prende in giro.
- Ho l’aria di prenderla in giro?
No, non aveva la faccia da burlone. Ma come facevo a spiegargli che credevo che fosse una gloria del passato, un illustre estinto?
Salgàn intanto aveva finito di suonare e si era seduto al nostro tavolo. Una faccia un po’ losca, occhi sbilenchi, miope. Maffia non parlava, si guardava le mani.
- Così lei credeva che fossi già alla Chacarita?
- No, no! Non so... non ho mai pensato a lei come a un essere reale. Per me lei appartiene alla storia.
Tornò a guardarsi le mani.
- Sì, in effetti sono un poco la storia. Pensi che nel ‘20 la nuova guardia ero io.
- Quello che avete fatto, Pedro, è valido ancora oggi - disse Salgàn.
- Oggi il nuovo è diverso - disse Maffia.
- Cosa ne pensa della nuova guardia di oggi?
- Sta piegando il tango. Lo sta piegando su se stesso. E’ un fatto negativo.
- Parla di Piazzolla?
- Non parlo di nessuno in particolare... Chi lo capisce?
- Piazzolla?
- Sì, chi lo capisce? Pensi a Troilo.
Salgàn barbottò tra sé che non c’era ragione di metterli a confronto.
- Io li confronto, Horacio, io sì.
- Non sono il padrone della verità, ci sono molte maniere.
- Va bene, va bene. Però lui, e anche lei, conservate la linea melodica. Quando non si conserva la linea melodica, basta. Se ascolto Piazzolla, mi piace... non si tratta di questo. Lei rispetta il compositore. Piazzolla fa qualcos’altro.
La porta cigolò di nuovo. L’agente ed io ci girammo all’unisono con un sorriso. Pichuco stava entrando a passi corti e lenti. Erano le due. C’era con lui la stessa bionda del giorno prima.
- Ma chi é? - chiesi
- La sua mamma - rispose qualcuno con una risata
La bionda si avvicinò.
- Ehi, questa giornalista ci chiedeva chi eri tu per il Gordo e le abbiamo detto che sei sua madre.
- Non siete molto lontani dal vero...
Poi, guardandomi:
- E’ mio marito, signorina.
- Come ci si sente a vivere giorno e notte con un uomo così famoso?
- Il Giapponese è l’uomo più buono del mondo, ma è un tipo difficile. E’ del Cancro.
E, rivolgendosi a Maffia:
- Lui lo conosce bene.
- Lo conosco da quando aveva quattordici anni - disse Maffia.
- Tutti e due con i pantaloni corti?
- No, figliola. Prima mi ammazza e poi mi ringiovanisce. Io avevo un po’ più anni di lui. Me lo portarono per dargli lezione di bandoneòn. E’ venuto dieci volte. Un giorno, ciao, è scomparso. Pantaloni lunghi, cicciottello. Non gli piaceva la mia faccia. Non so, non è più venuto. Io ero severo, molto severo. Una volta, molti anni dopo, mi ha detto: “Non sono più venuto perché, non so, avevi la faccia da pompiere. Però lo sai che ti voglio bene!”
- A me non è mai piaciuto studiare - disse Troilo sedendosi.
- Che cosa faceva in quegli anni?
- Ma, bambina mia, lei sta bevendo del caffè! Datele qualcosa da bere.
- Le piaceva già il tango?
- Ora devo entrare. Più tardi, eh?
Ancora una volta i colpetti sulla mano, gli occhi sottili come righe, le carezze al bicchiere, l’aria assente. Due metri più in là, come sempre, il suo agente, sorridente e attentissimo.
Stia tranquillo, signor agente. Lo so che è un idolo, conosco la sua fama, il suo richiamo. Scriverò che “Pichuco, guardando in controluce la sua Coca Cola, disse che il tango è la sintesi dell’anima porteña”. Stia tranquillo, ha ragione lo scultore esagitato, Troilo è una stella, nulla lo può scalfire, né l’attenzione dei suoi rappresentanti, né la curiosità dei giornalisti.
Francini si avvicinò con il violino in mano.
- Andiamo?
Troilo si alzò e senza fretta, con i suoi passettini, si diresse verso il palcoscenico. Provò la sedia, spazzò con uno sguardo tutta la platea, prese il bandoneòn che gli porgevano e chiuse gli occhi. Qualcuno disse:
- Oggi suonerà come un Dio. Sempre suona come un Dio quando più é vicino a suonare come il diavolo.
- Dopo questo set ce ne andiamo. Il Giapponese sta male. - disse sua moglie.
Troilo suonò come un Dio e se lo portarono via. E questo fu il mio secondo fallimento.

Erano solo le undici, ma Troilo era già arrivato. Se ne stava seduto in cucina a bere caffè. Sentì che gli dicevano:
- Ehi, Gordo, di là c’è quella giornalista uruguaya che ti vuole intervistare.
- Poverina, fatela passare, che cosa le devo dire?
- Aspetta che ti faccia una domanda.
- Non voglio farle nessuna domanda. Parli di quello che vuole. Mi racconti di lei, di quando era bambino.
- Cosa vuoi che ti dica, piccola. Da bambino ero grasso. Sono sempre stato grasso. Avevo un fratello più grande... Stavo nel quartiere dell’Abasto. Ho debuttato a nove anni con un’orchestra di ragazze, e alla mattina dormivo in piedi: così, invece di andare a scuola, andavo in un caffè a dormire. Ero libero. Mia madre invece era disgustata. Mai avrebbe pensato che io arrivassi da qualche parte con la musica.
- Che cosa si suonava a quell’epoca?
- Era più o meno l’epoca di “Mi noche triste”, un tango del padre di Càtulo. A quattordici anni, con i pantaloni lunghi, ho cominciato a lavorare illegalmente al Tabaris.
- Illegalmente?
- Sì, perché ero minorenne. Lì ho conosciuto Vardaro, Pascual Contursi. Facevamo il tango d’avanguardia. Cominciavamo a suonare alle sei del pomeriggio e non smettevamo finché non se ne andava l’ultimo ubriaco. Certi giorni finivamo di suonare con il sole in faccia.
E con le mani si coprì gli occhi, come se fosse ancora accecato da quel sole remoto. Poi le abbassò e se le guardò: lisce, bianche, leggermente tremanti.
- Guardi - me le mostra - oggi sono così, male, proprio perché sto molto bene.
- Io non la vedo così male, anzi, la vedo molto bene.
Si mise a ridere e gli occhi furono divorati dalla faccia.
- Continui il racconto.
- Sì, però beva qualcosa.
- Va bene.
- Nel 1929 avevo già una mia orchestra. Suonavo al cinema Medrano. L’orchestra jazz era quella di Tanturi. Mi ricordo bene perché nel 1930 ci sono stati i mondiali di calcio. Io sono del River.
Intorno a noi i camerieri entravano con i vassoi e si fermavano ad ascoltare Troilo. A volte intervenivano nel discorso:
- Gordo, raccontale di quando hai conosciuto Discepolo...
- Avevo diciotto anni e Discepolo mi aveva ingaggiato per una tournée.
- Avanti, Gordo, continua.
- Però, vecchio mio, non so. Che altro devo dirle? Continua tu.
- Discepolo voleva fare un giro all’estero e cercava un bandoneòn. Però non un bandoneòn qualsiasi, voleva qualcuno che ci rappresentasse a noi porteños. Lui aveva diciotto anni, era bruno, grosso e pettinato con la riga in mezzo.
Troilo rise: “Sí, Discepolo stava sdraiato a letto. Mi disse: suona. E gli piacque.
- Gli piacque? Era letteralmente impazzito. A Tania le disse: un tipico macho argentino, di quelli che fanno diventar matte le donne.
- Come ti piace raccontare questa storia!
- La cosa fu che Discepolo voleva chiudere immediatamente l’accordo... Ma il prototipo del macho argentino, il porteño, bruno e con la riga nel mezzo gli disse: sì, però devo prima chiedere il permesso a mia mamma.
Ora Troilo rideva a crepapelle.
- Ma se io ero appena un ragazzino... Tu conosci il Tupi? - mi chiese
- Sì.
- Non quello di adesso, quello di prima.
- Sì, quello che stava di fronte al Solìs
- No, io dico quello che era sulla 18 de Julio. Abbiamo lavorato lì nel ‘36. Il Tupi di San Ramòn. Vivevamo quattro in una stanza, nella calle Cuareim. Quando potevamo, andavamo a mangiare il puchero al Café de la Plata. Costava quaranta centesimi! In quell’epoca Pascual Contursi si esibiva in un teatro di fianco al Royal! Il programma diceva: Pascual Contursi, cantante argentino. Beh, cosa vuole che le racconti ancora?
- Lei compone...
- Sì.
- Mi piacerebbe che mi dicesse come fa... se l’ispirazione arriva di colpo... come.
- No, no, no. Io non posso scrivere così, tanto per scrivere. Ho bisogno di un testo. Un testo che mi piaccia. Allora me lo mastico, l’imparo a memoria. Me lo porto in testa tutto il giorno. E’ come se lo avvolgessi di musica poco a poco. Per me è molto importante quello che dice una canzone. Per questo mi piacevano i testi di Manzi. Eravamo come fratelli, con una sensibilità molto simile... lo stesso amore per il teatro.
- Il teatro?
- Sì, se lei mi chiedesse dove vorrei morire, io le risponderei: in teatro. Quando Manzi dirigeva, io andavo a vedere tutte le prove. Parlavamo ore al telefono. Vedevo i suoi film prima di chiunque altro. Ci capivamo senza parlare. Ci bastava guardarci per capire cosa ognuno di noi voleva dire. Nell’amicizia e nell’amore non esiste nessun altro linguaggio.
Poi tacque di nuovo. Con gli stessi occhi assenti che già gli avevo visto, e accarezzando un bicchiere che gli era misteriosamente finito tra le mani.
Sentì che mi toccavano il braccio e mi girai. Qualcuno che stava girellando attorno e che non conoscevo mi sussurrò:
- Fai attenzione. Sta per mettersi a piangere. - e poi - Dai, Gordo, che tocca a te.
Troilo prima di andare mi disse:
- Mi aspetta? Però parliamo di altre cose, eh?... Parliamo di Montevideo.
Rimasi seduta dov’ero. Lo guardai mentre entrava in sala accompagnato da voci che gli dicevano “Gordo”, “Gordito”, “Pichuco”. Poi il silenzio, il palcoscenico. E quando il silenzio divenne più grande e più denso seppi che Troilo, con il bandoneòn sulle ginocchia, aveva chiuso gli occhi.

© Maria Esther Gillio
Trad. Marco Castellani

 

COPERTINA            VERSION EN CASTELLANO

 

©Left Nueva Compañia Tangueros