GOMEZ RE, IL TRASFORMATORE DEL TANGO

di Alejandro Dolina

 

 

Quanto ancora dovrà durare la polemica tra vecchio e nuovo?
Fortini diceva che la produzione dell'ideologia necessaria a giustificare l'esistenza di una sedicente novità, costa meno del foglietto di stampa che accompagna le specialità medicinali, non a caso denominato bugiardino.
Da parte nostra, saremmo disposti a discutere dell'ultimo Nuovo Tango, che è il quinto in pochi anni se non andiamo errati, se solo qualcuno riuscisse a spiegarci in cosa consiste la sua novità. Crediamo invece che, nonostante gli eroicomici sforzi di discografici e sudditi di Chicholandia (di cui abbiamo qui a fianco il Plenipotenziario) per mantenerlo in vita a suon di bugiardini, ben presto assisteremo alla sua improrogabile estinzione.
In attesa del lieto evento, forse non sarà inutile ripassare la storia recente.
Signore e Signori, ecco dunque a voi Nestor Gomez Re, il trasformatore del Tango, raccontato dall'infallibile Alejandro Dolina.

Ogni arte nuova - diceva Ortega - è impopolare per definizione. Non è che le moltitudini non sappiano apprezzarla, è che semplicemente non riescono a capirla.
- A quel che sembra, il genere d’avanguardia è destinato a una minoranza particolarmente dotata. Ciò provoca irritazione nella massa.
Quando non ci piace un’opera, però l’abbiamo capita, ci sentiamo superiori a essa e non abbiamo motivo di dispetto. Ma quando il disgusto provocato dall’opera trova origine nella sua mancata comprensione, allora ci si sente come umiliati, con una sensazione di inferiorità che deve essere compensata con un’opportuna manifestazione di sdegno.
Fin qui Ortega y Gasset. Anche senza il suo discutibile aiuto è lecito sospettare che molti aspiranti artisti, dopo aver assimilato le argomentazioni precedenti, perseguano l’incomprensione, come se si trattasse di un valore estetico.
In alcune circostanze l’idea non è malvagia: molte volte il disorientamento dei benpensanti è il segnale che si sta percorrendo la strada buona. Tuttavia, nell’allontanarsi dalla comprensione generalizzata, ci sono anche quelli che si buttano a capofitto negli strampalati distretti del puro e semplice guazzabuglio.
Non è poi così audace collocare il tango nell’ambito di questi criteri. Anche il tango nuovo è impopolare. Il pubblico e la critica si sono nettamente spaccati in due: da una parte la minoranza che lo accetta, dall’altra la maggioranza che lo odia. Si è così generata una delle polemiche più noiose nella storia del pensiero umano.
Negli anni dorati del barrio di Flores, le anime semplice gioivano del tango senza analizzarlo, senza dottrina e senza militanza. Un ragazzo ascoltava Sueño querido e si sentiva felice, senza altri cavilli che non fossero quelli suggeriti dalle modeste parole del pezzo. Poi, i Rifiutatori di Leggende scoprirono che i vecchi tanghi mettevano in pericolo la pavimentazione delle strade e il funzionamento dei motori elettrici.
- La velocità dei moderni mezzi di trasporto esige la creazione di tanghi adeguati - segnalavano.
E’ noto che alcuni settori della popolazione, ad esempio i farmacisti, sono molto sensibili alle allegorie con aviogetti e vagoni ferroviari, per cui accettano con entusiasmo di trasformare la propria anima ogni qual volta si estenda la rete della metropolitana.
Nei balli e nei teatri, i Rifiutatori interrompevano i cantanti per chiedere loro che senso poteva mai avere rimpiangere l’amore perduto in un mondo in cui esiste il frullatore.
La cosa strana è che questi argomenti furono accolti dagli artisti del tango con rassegnazione e vergogna. Molti di loro si decisero di rabberciare le loro opere, quando non addirittura le loro persone, secondo i dettami del progresso, con un’esaltazione meno consona all’arte che all’associazionismo di base. Ciò nondimeno, come sempre capita, il vero artista appare dalla porta meno promettente.
E’ dunque arrivato il momento di ricordare qui Nestor Gòmez Re, il trasformatore del tango. Era in realtà un musicista come tanti che viveva nella calle Fray Cayetano. Suonava decorosamente il bandoneòn e dirigeva una sestetto di modesta caratura. Forse è stata la sua eccessiva frequentazione con studenti di diritto, psicologi, conduttori radiofonici e anestesisti a fargli avvertire la volgarità della sua professione. Quando i pionieri proclamarono il nuovo credo riformatore, egli vi aderì appassionatamente. E’ anche possibile che agli inizi non ci capisse un granché: si racconta che si limitasse a nascondere o a dissimulare il tango che suonava con abili parafrasi musicali. Il pubblico innocente accoglieva le sue creazioni come se fossero indovinelli.
- Questo è El Esquinazo...!
- No, bello... Questo è El Torito!
- Per me, è Corralera...
Ma con l’andar del tempo, Gòmez Re trovò una propria forma per farla finita con le forme prestabilite. Avendo notato che quasi tutti i compositori innovativi competevano nel bizantinismo degli arrangiamenti musicali, lui pensò di agire nel campo dei testi.
Il lettore non deve immaginare che ciò consistesse solo in lieve correzioni dei versi meno felici. Il procedimento si spingeva molto più in là. Tanto per cominciare, al cantante di turno veniva affiancato un coro che commentava e chiosava l’azione centrale del racconto tanguero; questo avveniva secondo le linee musicali del contrappunto, o durante i passaggi strumentali, le risposte, il solo dei violini e i più capricciosi ghirigori.

MI NOCHE TRISTE
Cantante solista: Baldracca che mi hai mollato
Coro: Senza alcuna ragione
Cantante solista: Nei migliori anni della vita
Coro: In piena gioventù
Cantante solista: Lasciandomi l’anima ferita e spine nel cuore
Coro: Il mio povero cuore, e quel che è peggio...
Cantante solista: Sapevi che ti amavo, che eri la mia allegria e il mio sogno più ardente
Coro: Dente di un allegro sognator
Cantante solista: Per me non c’è consolazione
Coro: No
Cantante solista: E per questo io mi sbronzo
Coro:
Cantante solista: Per dimenticare il mio dolor
Coro: Andiamo avanti per favor...

A volte, era lo stesso cantante a dare un’interpretazione originale della musica e del testo, con l’aggiunta di note supplementari o semplicemente cantando le variazioni strumentali, come in:

AMURADO
Una notte tristanzuola
come la pena che m’inchioda in questa triste situaziòn
la vidi prender la valigia e crudele mi mollò;
filò via senza un ciao con la maggiore decisiòn.
Non le ho detto una parola
né il più piccolo rimbrotto, né l’ombra di un lamento;
l’ho guardata che partiva
pensando: ma che sfiga: per me tutto finì.

Ma ben presto, Gòmez Re capì di dover ricercare la collaborazione di un vero poeta. In mancanza di altri candidati, si rassegnò a lavorare con Carlos M. Caron, uno scrittore di Liniers specializzato in romanzi polizieschi. Venne così alla luce la serie dei Tanghi del Detective, nella collana musico-tascabile della Collezione Rastros.
Com’è facile immaginare, i misteri che venivano proposti non erano troppo complessi. Ce n’erano di quelli che nonostante tutto avevano una certa dignità. Chi ha ammazzato il pardo Ramirez? Sangue sulla cassetta delle lettere, Il testimone incorruttibile e la milonga Ricatto a Villa Lugano, erano considerati addirittura buoni.
A seguito, riproduciamo alcuni versi di incomprensibile efficacia:

E’ strano quel moretto, osservò il piedipiatti
serve sempre il mate con la sinistra..
.
Il killer mancino

Non crediate che siano chiacchiere madornali:
l’alibi non regge alle impronte digitali.

La gringa empia

La vita e la pula
vogliono farmi fesso:
mi accusano di un crimine
che non ho commesso...

Prove false

I Tanghi Infantili invece non andarono mai oltre i primi passi. Erano tanghini e tanghetti di fate e orchi cattivi, con principesse imprigionate in depositi della Paternal.
D’altro canto, fu la malizia che più tardi li portò a comporre una serie di Tanghi Pornografici come Tra le frasche, Il Barbuto e Che non ti manchi mai.
Gli autori tradizionali del barrio, come Anselmo Graciani, si opponevano testardamente al lavoro di Gòmez Re.
Manuel Mandeb ebbe la cattiva idea di organizzare una tavola rotonda, alla presenza dei tradizionalisti e degli innovatori, presso i locali del club J.M. Bosch di Villa Excelsior. Il titolo del dibattito era: Che cos’è il tango?
Non era ancora arrivato che Ives Castagnino propose subito la definizione tautologica.
- Il tango è questo qua - disse.
Suonò El apache argentino con la sua chitarra e se ne andò sbattendo la porta.
Si profilarono due criteri antitetici. Uno ristretto, che ingabbiava il genere dentro rigide regole. L’altro ampio, che estendeva il tango fino ai confini dell’universo. Da questo ultimo settore deriva il “pantaghismo”, la scuola che sostiene che tutto è tango, e cioè che niente lo è. La discussione terminò con l’intervento opportuno della polizia, un corpo che ha sempre avuto una sua propria idea della musica popolare.
Da quella notte, Gòmez Re cominciò a interessarsi alle discussioni e a trascurare la sua vita artistica. La preparazione di sillogismi mortiferi gli sottrasse tempo per il bandoneòn. Le sue ultime esibizioni consistettero in conferenze belle e buone.
Per dir la verità, sono in molti oggi a soffrire di questo stesso vizio. E’ più facile trovare saggisti e storici del tango che cantanti o chitarristi.
Dopo la defezione di Gòmez Re, ci furono altri artisti che ne presero il testimone.
Un gruppo della calle Caracas cambiò dapprima gli strumenti, poi il ritmo, in seguito i testi e, infine, il nome stesso del tango, che battezzarono rock.
I professori universitari, i sociologi e gli accademici si dichiararono sostenitori di Gòmez Re e dei suoi epigoni, e lo nominavano in tutti i paragrafi dei loro discorsi e delle loro perorazioni.
In ogni tipo di atto pubblico si annunciava la morte del tango vecchio e la sua sostituzione con il Neotango Internazionale, quello che strappa lacrime anche ai Belgi più insensibili.
Confinati in cenacoli elitari, i Retrogradi di Ieri richiedevano invece la proibizione dei tanghi posteriori al 1940.
Gòmez Re si ritirò definitivamente e non tornò più ad esibirsi in pubblico. Il russo Salzman giurò di averlo visto nella birreria Los Toldos mentre suonava il tango Milonguita senza alcun ornamento.
Il confronto è arrivato fino ai giorni nostri.
Nessuno si è ancora spinto oltre l’irreparabile: il nuova tango è diventato vecchio. Se si tratta di asserire che l’arte non è eterna e che, anzi, dura molto poco bisogna anche confessare che le invenzioni rivoluzionarie sono già decadute in luogo comune.
Perché non ci sono dei nuovi demolitori che facciano provare ai vari Gòmez Re la loro stessa medicina?
Le iniziali riflessioni di Ortega sono del 1919. O forse dobbiamo supporre che la nuova arte, che auspicava la rimozione delle arti classiche, pretende di stanziarsi qui per sempre?
Ho paura che alle spalle delle cricche del tango, le moltitudini se ne siano andate a casa. L’unica speranza è affidata all’apparizione di un qualche vero artista, cioè quello che presentandosi dalla porta meno promettente, senza dottrina né spiegazioni, riesce a raggiungere gli angoli più segreti dell’anima.
La buona gente dei nostri tempi sfilacciati non ha perso questa speranza.

© Alejandro Dolina, 1986
trad. Jean Fajean

 

COPERTINA            VERSION EN CASTELLANO

 

©Left Nueva Compañia Tangueros