CHAN CHAN

di Marco Castellani

 

 

 

Puntata conclusiva sulle vicende che per quindici anni, ma anche per parecchio tempo dopo, hanno legato Hugo Pratt al Tango e all'Argentina.

Il vero Tango non finisce mai, perlomeno a Buenos Aires o dovunque si abbia la fortuna di avere qualche argentino fra il pubblico.
In questi casi infatti, l’applauso scatta sul finire di ciascun tango, cantato o strumentale che sia, prima del chan chan. La cesura classica degli accordi di dominante e tonica, il così detto chan chan, pur essendo la firma, o per meglio dire, il marchio di fabbrica che contraddistingue un complesso musicale dall’altro (ogni orchestra ha il proprio chan chan), viene sempre e irrimediabilmente abrogata dai clamori delle impazienti platee argentine.
Forse si tratta semplicemente di prodigalità o di precipitazione, forse sono soltanto festosi urti di collegiali davanti al fotografo, il fatto è che, una volta annullata la conclusione per invasione di campo, il tango in questione non finisce e continua a fluire come uno di quei misteriosi fiumi sotterranei, i quali dapprima ci scorrono sotto i piedi e poi riemergono inaspettati dove più fa loro comodo.
Questo argine impastato di applausi, dunque, ci convoglia il Tango nel suo alveo originario, in quella interiorità collettiva che costituisce l’anima e la forza propulsiva di ogni Grande Arte (Popolare).
Se oggi ben poco ci resta della swingin’ Buenos Aires degli anni ‘60, quella lasciata da Hugo Pratt di ritorno in Italia nell’imminenza di Corto Maltese e del suo splendido Tango, è proprio a causa della sistematica spoliazione del tessuto sociale operata dalla dittatura militare che ne ha assassinato i poeti ed esiliato i sognatori. Un feroce chan chan per l’intera Argentina.
Così il Tango, da un quarto di secolo a questa parte, non è più un fenomeno popolare e sopravvive unicamente in alcune ricerche individuali sparse per il mondo. E’, questo sì, in gran voga e assoggettato, come tutto l’esistente, alle manovre e alle quotazioni di mercato.
Forse gli ululati che ne accolgono le esibizioni sexy delle coppie di ballerini-carne da cannone delle varie Case del Tango di Buenos Aires e le ovazioni destinate alla paccottiglia di lusso esportata da certe compagnie di tango fin sotto la casa dell’Inamovibile Turista, sono gli stessi applausi che ne occultano la rinascita.
Il Tango che scorre invisibile nelle vene può riaffiorare in qualsiasi momento, in un’altra città e in un altro porto. Rinnovato, e noi con lui, dato che, come direbbe un Eraclito del River Plate, non si nuota mai due volte nello stesso Tango.

© Marco Castellani
Hugo Pratt "Tango"
Edizioni Lizard, Roma 1998

 

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©Left Nueva Compañia Tangueros