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ADDIO
AL VITELLO GRASSO
a proposito di Tango Maxima
il nuovo CD del Sexteto Canyengue
di
Jean Fajean |
Trenta
o quaranta anni fa, quando il Tango era qualcosa di più del mero
T-business di oggi, il nuovissimo disco del Sexteto Canyengue dal
latineggiante titolo di "Tango Maxima", non avrebbe avuto
ragione d'esistere, o sarebbe passato quantomeno inosservato. Che senso
avrebbe avuto infatti, interpretare allora le musiche di
Piazzolla, Pugliese o Salgàn, dal momento che Astor, Don Osvaldo e
perfino Horacio, erano ancora vivi e alla testa delle rispettive e
splendide orchestre?
Ma in data odierna, come usava esordire il nostro vero unico Principe
Totò, tra tanto sdrucito mainstream-tango per ballerini sordi e tanto
sgangherato simil-Piazzolla per Amici della Musica, l'apparizione di un
album come questo induce noi a far fuori il vitello grasso e la gente a
schiamazzare nelle strade.
Parafrasando una canzone bolognese degli anni '30 (Mò cus'aghè ad bél
in tl'Arzanteina) potremmo dunque chiederci: ma cosa c'è di bello in
Tango Maxima?
Tanto per cominciare il suono, che del resto è quello solito di
Canyengue, naturale e garbato; poi la forbitezza esecutiva, la bella
calligrafia, la plasticità ritmica, le ineguagliabili dinamiche; poi
ancora l'assoluta padronanza dei molti stili di Tango qui presenti
(quale altro gruppo potrebbe suonare Piazzolla, Pugliese e Salgàn a
questi altissimi livelli? Rendere lealmente un Pugliese con sei soli
strumenti bisogna, credetemi, essere bravi sul serio); e infine la
raffinata scrittura delle composizioni e degli arrangiamenti originali,
sulla quale ritorneremo più avanti.
Certo, i cieli di Amsterdam non sono quelli di Buenos Aires: le
domestiche virtù di serenità d'animo, di fiducia e di ingualcibile
ottimismo che, al pari della Haute Couture e del vero
Parmigiano-Reggiano, sono beni pressochè irreperibili in Argentina, qui
influenzano fortemente l'interpretazione. Ma Canyengue conosce così
bene la materia che anche la mugre, ovvero l'inseparabile
sporcizia del Tango, viene tenuta sotto controllo, e dosata come un
ulteriore elemento espressivo, come un fringe benefit destinato
all'ascoltatore più esigente.
Nella scelta del repertorio, Tango Maxima punta sul sicuro. Si sa che i
Classici, nelle cui rettilinee biblioteche giacciono anche cose di un
certo valore, vanno regolarmente rispolverati e talvolta pure
riverniciati: Canyengue più radicalmente, sottopone gli standard del
Tango ad una vera e propria manutenzione, ad un tagliando, direbbero i
meccanici. I brani che arrivano al pit-stop esausti dalle troppe
frequentazioni, vengono addirittura mandati in officina, smontati pezzo
per pezzo, ripuliti, messi a punto e riavviati in pista, nuovi come
appena usciti dalla fabbrica, se non di più.
E' questo il caso della Cumparsita di D'Arienzo, l'Inno Nazionale
che affratella i milongueros di ogni latidudine, de La Viruta e
di Adiòs Nonino.
Per Maypa e Milonga del angel invece, tale è l'emozione e
la compenetrazione con il senso vivo delle due partiture, che arriviamo
a licenziarle come le versioni definitive dei temi suddetti, superiori
anche a quelle degli autori e difficilmente superabili in futuro.
D'altro canto, le composizioni originali ci forniscono indicazioni
circostanziate sul cammino intrapreso dal Sexteto e sull'identità degli
illustri compagni di viaggio, nelle cui fila riconosciamo Leonard
Bernstein (che tanto influenzò anche El Hombre de la Esquina
Rosada), George Gershwin, Julian Plaza, Charlie Haden con il suo
Quartet West, il Quincey Jones francese degli anni '60, oltre
naturalmente all'onnipresente triade Piazzolla, Pugliese, Salgàn. Un
simile dream-team altrove produrrebbe pasticci: non a casa Kraayenhof
però, viste la solidità delle sue fondamenta musicali e la ispirata creatività
progettuale. Maxima e Milonga para Thirza sono due
capisaldi di vero Nuevo Tango, due castelli in aria finalmente liberi da
ipoteche.
Cogliamo inoltre l'occasione per salutare con entusiasmo il debutto
autorale di Martijn: il suo Mangazo, con qualche lucidata dal
vivo, si rivelerà ben presto un picaresco diamante, sfaccettato tra
Willem Breuker, Julian Plaza e il grande candombero-batucador Washington
Bertolini.
Non
ci resta che incoraggiare gli amici Canyengue in questa strada
personale: forza ragazzi che siamo a metà del Rubicone e, volendo
seguitare nei latinismi tanto cari a Carel che dal Maestro Pugliese ha
ereditato anche lo Spartachismo, il dado oramai è tratto: indietro non
si può più tornare.
In definitiva, il Sexteto Canyengue con Tango Maxima si
riconferma tra le prime tre migliori orchestre di Tango sopra (e anche
sotto).il livello del mare.
Allo sventurato lettore il compito di individuare le altre due.
©
Jean Fajean - settembre 2000
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