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JACK SCHMIDT,
AMMINISTRATORE ARTISTICO

di Garrison Keillor


© Penguin Books - New York, 1983
  

Era uno di quei giorni soffocanti, prossimi alla scadenza dell'anno fiscale: Minneapolis sapeva di asfalto bruciato e le finanze delle Fondazioni erano più a secco di una noce con la ruggine. Trentaquattro gradi, mi informò la radio mentre tornavo dall'aeroporto; una volta arrivato nel mio ufficio nell'Acme Building, cercai un po' di sollievo sventolando il ricordo delle brezze oceaniche delle Hawaii, dove ero appena stato due giorni per una conferenza sul regionalismo.
Non funzionò. Me ne stavo seduto senza giacca, i piedi sulla scrivania, a osservare il non funzionamento del condizionatore d'aria. Intanto, la zona intorno al mio orecchio sinistro si intorpidiva progressivamente al contatto con la cornetta telefonica, attraverso la quale mi giungeva la voce di Bobby Jo, la mia segretaria, che dal Twin Cities Arts Mall, a quattro isolati di distanza, mi stava riportando i numerini rossi di una partita doppia. Avevamo solo due giorni di tempo per chiudere il bilancio e il passivo era tanto grande da poterci girare su con un'automobile - un'automobile piena di contabili. Potevo sentire il sudore che si scavava un canale sulla schiena della mia camicia blu nuova.
"Senti" farfugliai, "ho ancora qualche dollaro nel bilancio della pubblicità. Storniamoli su quello generale."
"J.S." sospirò, "te l'ho appena detto. Quei dollari sono più spesi di un ottuagenario dopo una notte di baldoria. In questo preciso momento stiamo usando più inchiostro rosso noi dei giornalini a fumetti e ieri abbiamo respinto tre assegni. Il bilancio è così squilibrato che potrebbe andar fuori e ammazzare qualcuno."
Fu come se mi avessero colpito con una pietra.
"Dolcezza" dissi tranquillamente sperando che non cogliesse il mio respiro affannoso, "non preoccuparti. Il vecchio Jack non lo freghi facilmente. Vedrai che sistemerò le cose."
"Il giorno di paga è domani" piagnucolò, "a mezzogiorno in punto."

L'Arts Mall è solo una delle trentasette organizzazioni artistiche che amministro, una catena che va dal Teatro dei Burattini di Anaheim al Distretto Poetico Paragrafo IX di Bangor, e avrei anche potuto lasciare che andasse giù per il cesso, ma, accidenti, quel posto mi piaceva. Era in realtà un vecchio supermercato che avevamo riconvertito nel 1976, quando i finanziamenti per il Bicentenario circolavano disordinati come bufali sperduti; ospita diciassette piccoli negozi, principalmente di ceramica e macramè, più un fabbricante di dulcimer, una tipografia d'arte, un pittore astratto, due scultori e un buco chiamato La Barra. Quest'ultimo è uno di quei bistrot intimi in cui il cliente non viene costantemente disturbato dai trilli del registratore di cassa. Un bel posticino per berci qualcosa, anche se non vorresti esserne il padrone.
Riappesi il ricevitore e rimasi qualche minuto a guardare negli occhi una fotografia 18 x 24 di me stesso, in cerca di ispirazione. Non ero poi un brutto spettacolo: gessato blu, chioma fluente, sguardo fiducioso nel 1965 e, parlando di lavoro, chiunque sfogliasse La bionda della 204, Chiuso prima dello sciopero, Il Grande Rimorchio o La traccia del tacco, scoprirebbe che a quei tempi nel Balletto non ero una cima.

Non sono mai stato furbo nemmeno nell'anticipare le tendenze. L'attività di detective privato si andava assottigliando di giorno in giorno, come la fettina di manzo in rosticceria. Passavo i miei giorni proteggendo un bookmaker e le mie notti pedinando dei tizi che non andavano mai da nessuna parte, in nessun caso. I miei vecchi compagni alla Squadra Omicidi, invece, permutavano le scarpe e il cappello da poliziotto in borghese per gli anfibi Frye e il berretto da Serpico e si facevano crescere i capelli sulle orecchie. Il mio era l'unico vestito a sembrare che ci avessero dormito dentro. Mi sentivo come quel tale che scriveva alla Scuola del Segugio per chiedere dove avesse sbagliato.
"E' il riflusso, mister Schimdt," gorgheggiò Ollie, il ragazzo dell'ascensore, una mattina in cui mi stavo lamentando che nessuno ormai aveva più bisogno di un ficcanaso. "Ho letto nella Gazette che questa è un'epoca anti-intellettuale. Una lince come lei, oggi come oggi, rappresenta la ricerca, l'indagine scientifica, il pensiero illuminista, ma, porca miseria, alla gente non gli importa un accidente della verità. Quello che vuole è fare delle esperienze."
"Grazie della dritta, Ollie," sorrisi lanciandogli un quarto di dollaro, "e tieni gli occhi aperti."
Io stesso in quell'epoca stavo facendo un'esperienza, e il suo nome era Trixie, una bellezza dai capelli di rame che induceva uomini adulti a gettarsi a terra di schiena sulla sua porta di casa, e ad agitare mani e piedi come invasati. Io non ero più forte degli altri, e quando un giorno mi disse che la scuola serale di recitazione da lei frequentata era a corto di soldi e avrebbe dovuto chiudere i battenti, compromettendo così la sua carriera, non me lo feci battere a macchina in tre copie. Trovai la pilla. Avevo abbastanza esperienza da sapere che i veri artisti non sono insensibili al denaro. Trixie prese i soldi e ventiquattro ore dopo se ne andò con un artigiano che faceva sandali. Mi disse che non ero il suo tipo. Troppo materialista.
Ero invece proprio il tipo che ogni studio artistico, troupe di mimi, galleria di stampe, compagnia folk e ensemble di fiati della città andava cercando; la voce si sparse velocemente: Jack Schmidt sa chi chiamare per telefono e come farti arrivare dei grossi assegni per posta. Ben presto la sala d'aspetto del mio ufficio si riempì di gente dalle mani delicate che non vedeva l'ora di descrivermi quali meravigliose, meravigliose cose avrebbe fatto se solo avesse potuto disporre di diecimila dollari (meno la mia percentuale). Non mi ci volle molto ad imparare le regole - circa venti minuti. Regola numero uno: diecimila dollari sono noccioline. Spiccioli. Se un qualunque gruppo di artisti non ha bisogno di almeno centomila dollari, e non ne ha bisogno subito, ciò significa che non sta pensando abbastanza in grande.
Il mio primo colpo lo misi a segno con il Fondo Nazionale delle Arti in favore di una scuola di tip-tap senza ascensore, tenuta da una sciacquetta bionda di nome Bonnie Marie Beebe. Insegnava anche baton, ma nel modulo di domanda mettemmo tip-tap. Chiamammo la scuola Conservatorio Americano di Danza Jazz. Centocinquantamila bigliettoni. "Tanto per cominciare..." mi dissero, ma per me era della fresca e croccante lattuga.
Feci quindi ottenere alla Lega dei Giovani Poeti un finanziamento di cinquantamila dollari dal Sindacato Padroncini, finalizzato alla produzione di una serie di odi alla viabilità, e poi altri quindicimila dollari da un magnate dell'industria forestale con il pallino dell'haiku. In seguito procurai una residenza di un anno presso l'Istituto delle Arti Native a un tipo che raccontava barzellette in scandinavo e trovai gli abbienti finanziatori di una pièce teatrale chiamata Impressionato dalla luce, opera prima di un commediografo anti-letterario che non aveva scritto nessun copione e si era limitato a parlare con il regista qualche volta per telefono.
Nessuno era troppo bizzarro per Jack Schmidt. Se ne incontrano di più strani per strada. La Compagnia di Anti-Danza del Minnesota, per esempio, sono solo un pugno di bravi ragazzi. Semplicemente non credono nella performance. Affermano che "pubblico" è un concetto passivo. Trascorrono gran parte del loro tempo a picchettare le grandi Corporations in segno di protesta contro il denaro che è stato a loro stessi elargito, denaro proveniente - dicono - da profitti illeciti. Questo non mi rendeva più facile la vita, ma, diamine, sono stato giovane anch'io. Se fate scegliere a me, opto senz'altro per un qualsivoglia gruppo di Danza Radicale con musica del Rinascimento. Oggigiorno, il solista medio di cornamusa o di serpentone medievale pensa che il mondo intero gli debba di che vivere.
Fu così che lasciai la strada per le Arti; un bel giorno arrivò Bobby Jo, fresca di laurea alla Normale di St.Cloud, a cercare i fondi per avviare un corso di Decorazione d'Interni per le minoranze linguistiche. Quello stesso giorno scoprì che ero io ad avere bisogno di lei. Buttò dalla finestra il mio ventilatore elettrico e lo schedario con la mezza pinta di whisky nel terzo cassetto e comprò qualche stampa di Mondrian, una scrivania con il piano di cristallo e una quarantina di piante grasse. Mi portò via la calibro 38, mi fece fumare sigarette con il filtro e mi forni di cancelleria in carta riciclata dalle uova marce. Nell'intestazione c'era scritto "Arts Consultant", ma quello che vendevo era sempre il vecchio e solito "muscoli e spintoni", che era del resto una novità nell'ambiente artistico di quei tempi.
"Quello di cui ogni raggruppamento di artisti ha bisogno è semplicemente qualcuno che chieda alla gente grosse somme, senza arrossire e senza torcere il fazzoletto nell'imbarazzo," le dissi una volta mentre stavamo volando a Las Palmas per un seminario di tre giorni sul ruolo delle Arti nell'America rurale. "Il tipico Art Manager di oggi non è altri che un questuante. Egli pensa che basti passare il cappello alla fine della riunione con gli sponsor e tutti i debiti se ne andranno giù per il tombino. Il resto del tempo lo passa ai party in giardino a dire spiritosaggini. Ma le Arti stanno cambiando, Bobby Jo. Al giorno d'oggi tutti vogliono l'Arte, non solamente i ricchi. E' un grande business. Gli stanziamenti stanno andando alle stelle. Da un momento all'altro il nostro Signor Arte scoprirà che il gioco è diventato complicato. Dovrà lavorare per i soldi, torchiare le Corporations, pensare al botteghino, tuffarsi nella mischia e lottare per la conquista di una fetta della torta statale. Tutto ciò lo spaventa da farlo schizzare fuori dalle sue mutande di seta. Sarà questo il momento in cui chiamerà Schmidt."
La sua mano scivolò lentamente nella mia. Non le misurai il polso, ma dal ritmo del suo respiro capii che si stava eccitando.
"Ora, chiunque sappia scrivere "innovativo" può compilare un modulo per avere un finanziamento dal Governo o equivalenti," continuai, "ma questo non significa che l'individuo che poi leggerà detto modulo scoppi in lacrime e si precipiti alla Western Union a spedire i soldi. Questo individuo ha bisogno di un incentivo in più. Deve essere sicuro che la tua non è l'oziosa richiesta di fondi di un tizio che ha per caso trovato un modulo vuoto all'Ufficio Postale. Deve essere assolutamente certo che tu fai affidamento su quei soldi, che ti spettano di diritto e che se ti vengono negati, saresti capace abbrustolirgli le dita nel tostapane. Le Arti stanno crescendo, Bobby Jo, e tu ed io faremo in modo che tutto questo accada per davvero."
"Sei un visionario, J.S." mormorò lei, "hai una formidabile visione dell'insieme, ma hai anche bisogno di una mano per le faccende di tutti i giorni."
"A proposito di visioni..." dissi con voce rauca tirando la coperta sopra le nostre teste. Lei sussurrò le mie iniziali ancora e ancora, in una litania di passione. L'afferrai così forte che le sue costole scricchiolarono.

Fu una mattinata piuttosto dura. Dopo la telefonata di Bobby Jo, ne ricevetti un'altra dalla Fonderia Lawston che mi informava che la scultura di Stan Lewandowski, "Oppresso", non sarebbe stata pronta in tempo per l'inaugurazione del Centro Minot per le Performing Arts. Gli operai della fonderia, avendo saputo che Lewandowski avrebbe ricevuto dei soldi per la creazione di quella che a loro sembrava solo una grande gabbia per roditori, erano scesi in sciopero e avevano lasciato i lavori sulla statua a un punto morto. Persi poi quindici minuti cercando di strappare una colazione di lavoro a Hugo Groveland, l'erede delle miniere, per discutere dell'Arts Mall. Doveva assentarsi per un po' - mi disse Groveland - e non sapeva quando sarebbe tornato, e se sarebbe tornato. Addusse delle fosche tragedie personali che lo stavano perseguitando e mi suggerì di chiamare sua madre. "E' più del suo tipo," mi disse, " e in più sta per tirare le cuoia, lei mi intende."
Per giunta, chiamò anche il direttore del nostro Teatro-Trattoria su nell'Indiana. Erano settimane che ce l'aveva con me per via dell'alt che avevo dato a Hedda Gabler. Lui prediligeva il teatro di repertorio. "D'accordo," gli avevo risposto, "purchè tu faccia Il violinista sul tetto, Sunshine Boys e L'Uomo della Mancha ". Ora saltava fuori con l'accusa che non aiutavo i nuovi autori e che sfruttavo il talento invece di incoraggiarlo.
"Senti amico," gli grugnii, " come direttore hai già abbastanza da fare con gli attori nel far sì che recitino da persone normali. Non metterti in testa che sfrutti il tuo di talento. Preoccupati piuttosto di avere qualcuno per ogni parte del copione. E dì pure in cucina che taglino le fettine di manzo più sottili."
Così si arrese. Avrei voluto imitarlo anch'io. Avevo un mal di testa che non ne voleva sapere e un Arts Mall con ventiquattro ore di vita davanti.
"E' una tendenza nuova di zecca, chiamata Nuovo Naif," sentenziò Ollie quando gli chiesi come mai tutti gli artisti mi odiassero, mentre mi portava giù a mangiare. "Stavo leggendo nella Gazette che la gente, oggi come oggi, pensa che la semplicità sia la prima virtù. Vuole eliminare le mediazioni. Cioè lei, mister Schmidt. Tradizionalmente il suo ruolo è sempre stato quello di cuscinetto tra l'individuo e il mondo crudele. Ma ora la gente pensa che il mondo sia buono e gentile, e vuole negoziare le cose direttamente. Pensa che se solo si potesse eliminare il mediatore - la burocrazia o come diavolo la si voglia chiamare - tutto andrebbe liscio come il velluto."
"Grazie Ollie," dissi mentre si apriva la porta dell'ascensore, "pranziamo insieme uno di questi giorni."
Mi ricordai di una frase che mi aveva detto una volta Bobby Jo in un taxi a Rio, dove ci trovavamo per una convention di cinque giorni sulla necessità di stabilire un sistema comune di valutazione artistica.
"E' semplice J.S." mi aveva detto, "il problema sta in alto. I tuoi ricconi possono elargirti milioni per la costruzione di un Centro d'Arte, ma nessuno vorrà farsi carico della bolletta della luce per il fatto che non puoi metterci una targa su. Possono finanziarti le sculture di pattume dei Chippewa, ma chi vorrà pagare lo stipendio allo spazzino?"
"A proposito di donazioni..." sussurrai con voce rauca abbassandomi per baciarla violentemente sulle labbra. Potevo sentire i suoi lobi che tremavano senza ritegno.

La mamma dell'erede minerario viveva appena fuori Mississippi Drive, in una pila di pietre grande come il monumento a Lincoln e altrettanto allegro. Il tappeto dell'entrata era così alto che mi sembrava di camminare in una palude. La donna che mi aveva aperto la porta mi aveva scrutato con attenzione per accertarsi che non fossi contagioso. Mi fece poi accomodare al secondo piano, in un salotto che avremmo potuto traslocare così com'era direttamente al Museo Cooper-Hewitt. La signora Groveland sedeva accanto al caminetto, con le braccia appoggiate sui braccioli della sedia. Sembrava piuttosto in buono stato per una donna che si apprestava a timbrare l'ultimo cartellino.
"Signor Smith, sono contenta che siate venuto," tubò offrendomi la mano minuscola. Non la corressi sul nome. Per un paio di bigliettoni sono disposto a farmi chiamare anche molto peggio. "Sedetevi e raccontatemi del vostro Arts Mall. Sono tutta orecchi."
Lo erano anche i due Doberman che stavano ai lati della sedia. Sembravano addestrati ad azzannarmi alla gola se solo avessi sbagliato forchetta.
Di solito attacco il mio discorsetto con la descrizione delle moltitudini di poveri bambini affamati d'arte che vengono quotidianamente convogliate in autobus dai bassifondi al Mall a scopo nutritivo. Ma quei due cani mi rendevano così nervoso - continuavano a fissarmi con lo sguardo più intenso che mai avessi ricevuto dal livello del suolo - che saltai direttamente alla parte economica e buttai lì la cifra di cinquantamila dollari.
La vecchia non battè ciglio, così passai ad illustrare le esigenze a lungo termine dell'Arts Mall e arrivai ad azzardare centomila. Mi sorrise come se avessi chiesto un bicchiere d'acqua.
Accavallai le gambe e mi spinsi ancora avanti. "Signora Groveland," dissi radioso, "spero non le dispiaccia se tocco il tema del lascito testamentario."
"No, naturalmente," mi rispose altrettanto radiosa, "il grosso del mio lascito, a parte i legati alla mia famiglia e una sommetta forfeittaria per la Audobon Society, è destinato ai miei cari Luke e Mona." Alla parola lascito, i Doberman si leccarono i baffi come se stessero già sgranocchiando l'osso con la polpa.
Dovevo pensare a qualcosa e in fretta. Non potevo certo screditare i pasciuti colleghi della foresta, tanto meno i famigliari della signora Groveland, per cui puntai ad intascare la parte canina. Le parlai del nostro Comitato dei Fondatori, a cui appartenevano i contribuenti dai cinquantamila in su. Probabilmente le sarebbe riuscito di ottenere due iscrizioni, una per ciascun Doberman. "Forse potremmo evitarle un sacco di preoccupazioni se solo acconsentisse ad affidarci la cura di Luke e Mona," dissi. "Potremmo dar loro la carica di Consiglieri a tutti gli effetti. Abbiamo appena portato a termine quel delizioso Canile Sociale, giusto al confine della contea, in cui..."
Al solo nominare la parola canile, le due bestie abbassarono la testa e ringhiarono. I loro occhi non lasciavano mai la mia faccia.
"A cuccia, a cuccia," li rimproverò gentilmente la signora Groveland. "Non abbiate timore," mi rassicurò, "non mordono."
Magari non morderanno, pensai, ma potrebbero farmi causa.
Poi Mona abbaiò. In meno di mezzo secondo mi alzai e me la diedi a gambe, inseguito dai cani. I suoni che uscivano dalla loro gola erano anteriori ai dipinti della Grotta di Lascaux. Erano le urla della natura ancestrale dei Doberman che cercava di farsi strada attraverso la sottile crosta dell'addomesticamento, urla che esprimevano bisogni molto più profondi di quelli dell'Arts Mall, dell'Arte in generale e di tutti gli artisti fino ad allora conosciuti. Il suono successivo che identificai fu lo sbattere della porta di quercia che si chiudeva dietro di me. Ero fuori e potevo sentire la voce della signora Groveland che dall'altro lato della porta diceva: "Brutto Luke, cattiva Mona". La stessa donna che mi aveva fatto entrare, mi fece anche uscire. "Sono molto protettivi..." chiocciò. Se una giuria fosse stata là a vedere la sua faccia, l'avrei ricusata.
Quando tornai in ufficio, raccolsi ogni singolo foglio della corrispondenza con il Fondo Nazionale delle Arti e lo tirai giù dalla finestra. Visto dall'alto, ci mancava solo una bella parata presidenziale sotto. Ero sul punto di continuare con le piantine grasse quando squillò il telefono. Lo lasciai squillare altre sedici volte prima di raccogliere il ricevitore. Bobby Jo non fece nemmeno in tempo ad aprir bocca che io avevo già usato tutte le mie parole migliori. "Sono fuori," aggiunsi, "finito, fatto, kaput, fini, the end. Metti pure in fila i creditori. Ne ho abbastanza",
"J.S." cominciò, ma io non avevo ancora terminato.
"Ne ho le scatole piene di battere i cespugli in cerca di soldi per quei babbei piagnucolosi che mettono a prova la pazienza di platee ridottissime di mamme ed amici con quella spazzatura finanziata che nessuno sano di mente andrebbe mai a vedere neanche spendendo i soldi del Monopoly" dissi tutto in un fiato. "Sono stufo di questi sedicenti artisti che fanno dei vasetti con i bordi che solo a toccarli ti tagli e che nemmeno stanno dritti se li metti su un tavolo. Sono stanco di poeti che seminano delle lettere in minuscolo sul foglio e di pittori che non riescono nemmeno a disegnare il profilo della loro mano e di autori analfabeti che ti dicono che se non capisci i loro strafalcioni è colpa tua". Aggiunsi qualche altra categoria alla mia lista, più due dozzine di persone con nomi e cognomi, diverse organizzazioni e anche dei cani.
"Hai finito J.S. ?" mi chiese. "Perchè ho delle grandi notizie. Il Dipartimento delle Autostrade vuole acquisire l'Arts Mall come interscambio. Sono disposti a pagare profumatamente e in più - non ci crederai - per addolcire il boccone ci regalano sei virgola due miglia della statale 594".
"Miglia di che ?" poi realizzai. "Vuoi dire il famoso ramo mai terminato della Statale 594 ?". Mi sentivo soffocare.
"E' sempre stato là. Ci sono così tanti gruppi sociali che si oppongono alla Statale che il Dipartimento delle Autostrade non si arrischia nemmeno a tagliare l'erba che ci cresce sopra. Vogliono che li tiriamo fuori da questo impaccio. Pensano che se trasformiamo la Statale in un Centro d'Arte la loro quota di popolarità crescerà per i prossimi tre anni".
"La chiameremo l'ArteStrada" esclamai, "o l'ArtePista! Il mezzo è davvero il messaggio! Otto corsie di Arte Ambientale! Grandi, grandi sculture! Piazzale della Danza! Cartelli di Poesia Visiva! Pietre miliari della Musica Americana! Parcheggi artistici! Drive-in d'essai! Artemobile! ArteGrill! Sp-Arti-traffico! La gente potrà avere un'esperienza artistica senza reclinare il sedile. Potrà arricchirsi spiritualmente e anche divertirsi nello stesso tempo!"
"A proposito di divertimenti..." la sua voce si ruppe. Rabbrividiva come una fornace appena accesa e il suo respiro si frantumò in piccoli aliti.

Non so ancora cosa farà Jack Schmidt una volta che l'ArteStrada sarà finita, ma qualunque cosa sia, avrà il nome di Jack Schmidt sopra. Basta con il Signor Nessuno. Basta con l'Eminenza Grigia sinceramente vostro. Non più tardi di due giorni fa, ero seduto alla mia scrivania e giocherellavo con il tampone dell'inchiostro. Cominciai a fare delle impronte digitali su un foglio di carta, poi a sfumarle un po' nei bordi e, una cosa tira l'altra, quando ebbi finito, ciò che vidi mi piacque. Intendiamoci: non è il genere di cosa che appenderei sui parati di tela grezza con un faretto puntato su, ma aveva quell'indefinito non so che di cui l'Arte potrebbe avere bisogno. Non sarei poi troppo sorpreso se la mia prossima avventura mi vedesse in un loft di SoHo alle prese con qualcosa di strettamente visuale, mentre Bobby Jo mi lancia delle occhiate a lenta combustione dal suo telaio a mano.
Nel frattempo, buona fortuna e state lontano dai vicoli bui.

© Garrison Keillor - Penguin Books, New York 1983
 
traduzione di Marco Castellani

 

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