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MILONGA NACIONAL
a mò di prologo
di Juan Luis Borges

Avventurosamente sottratto agli inconsapevoli e permeabili archivi del Cafè Celta, questo racconto, scritto cinquanta anni fa dal ballerino più colto di Buenos Aires, ha fatto discutere tutto il demi-monde letterario e milonguero, che del resto è anche il protagonista dell'esuberante e due volte inedito capolavoro.

Confido nella speranza, già troppe volte soddisfatta, di non avere ragione.
Jorge Luis Borges -
Storia universale dell'infamia

Non c'è che dire: la prismatica realtà produce meraviglie a nastro continuo, nonostante l'ostinato slittare degli equinozi, la crisi dell'editoria, l'indecifrabile Piano Economico e quant'altro ancora tormenti la protratta indifferenza dell'irreperibile Uomo della Strada.
Sorprendenti come le anti-newtoniane capriole di Raùl e Torquato, i Termerari senza rete del Circo Palumbo (dal mese scorso solo Raùl, il Temerario senza rete), mi giungono oggi notizie sulla rinnovata voga del Tango "milonguero".
Per nulla intimidita dagli omogenei alti e bassi del Peso Argentino, la valanga turistica ha escogitato un'ennesima forma di divertimento.
In attesa di tempi più propizi, anche Batman gira in autobus. D'altra parte è bastato che circolasse la voce che il miglior ballerino di Buenos Aires, il cui applaudito nome il buon gusto mi vieta di rivelare, consolidasse l'antico progetto di scrivere l'esaustivo vademecum del Tango che avrà il titolo, se non cambio idea, di Quarterly Review, perchè i miei discepoli Tangueros passassero, rapidi come torpedini umane, dalle gloriose tavolacce del palcoscenico alla loro rudimentale scrivania.
Ben fatto, ragazzi! Non me la prendo certo calda per questo. Da un bel pezzo ormai ho appeso le scarpe da ballo al fatidico chiodo e la mia celebrata andatura, perfezionata oggi dalla moderna sedia a rotelle Felix, non è più marcata dal diabolico ritmo del Tango, ma da un monotono gnik-gnik.
Non si rattristi l'impulsivo lettore: una volta anche per noi vecchi milongueros il sole splendeva alto... per lo meno ogni martedì pomeriggio nell'intermittente Ateneo del Cafè Celta.
Glielo dicevo sempre al riluttante Cortazar, il creatore del sopravvalutato passo Rayuela, di non lasciarsi ingannare dalle apparenze: l'atmosfera eupeptica del Celta non era vanificata dalla sua aderente somiglianza con la fossa comune della Chacarita. E poi, la posizione! Favorevolmente ubicato nel caratteristico incrocio tra Sarmiento e Rodriguez Peña, a due passi dalla pulsante Avenida Corrientes, il locale non era del tutto indegno di ospitare gli acuminati fioretti dei Sultani del Tango e le loro asperrime dispute propiziate dal maraschino.
L'indimenticabile profumo di cotoletta della casa che per tutto il resto della settimana albergava nella mia giacca di tweed, non ci impediva di ingolfarci in discussioni della madonna, durante le quali la prolungata rievocazione di non ignorati episodi non escludeva l'esercizio della memoria inventiva.
Il Tango, muchachos, e il suo plasmabile passato sono nelle nostre mani, sentenziava ogni due minuti quel mammalucco del Piola Casares, proprio lui! che quella volta che tentò di emulare il mio labirintico triplo gancio con arrocco, gli si annodarono le gambe come uno scubidù.
Le dolorose sanzioni disciplinari promulgate dall'ineludibile cassiera del Cafè Celta, al cui appannaggio erano secondo lei da ascrivere il saldo integrale del conto e una chiassosa mancia, ostacolarono non poco i lavori della Commissione Ristretta presieduta da Lugones, l'omissibile derattizzatore milonguero, esperto in ofidi da lupanare.
Non ci nocque, al contrario!, il prevedibile scisma, seguito dalla reciproca espulsione, con il movimento "New Gaucho" coerentemente rappresentato dai prescindibili Hernandez e Guiraldes, veri e propri divertimenti per cavalli, i quali fino all'ultimo si intestardirono nel voler annoverare tra i passi base tutti quei loro loffi giochini con i fazzoletti.
Noi dell'Internazionale Porteña, baluardo dell'indigenismo, non potevamo certo accettare simili annacquamenti stilistici o le distrazioni operate dal colore locale, inorgogliti come eravamo dal compito di dotare la contemporaneità di un opus definitivo e plausibile.
Incoraggiammo quindi la defezione della corrente capeggiata da Ernesto Domingo, che alla milonga è sempre stato un bagonghi e accogliemmo senza pensarci due volte le dimissioni del Loco Arlt e del suo sestetto di squilibrati.
Finalmente, ed era ora, dopo mille notti insonni nella solida Tipografia Palumbo e l'oblazione previa di alcuni denti auriferi, le prime trecento copie numerate delle "Conversazioni del Celta - Prolegomeni del Tango Milonguero" vennero alla luce, a esclusiva cura del sottoscritto.
In elegante carta uso mano, sobria rilegatura in cartoncino Bristol e arricchita da un inconsueto grattage di Carnaza, la tiratura andò esaurita nell'arco di un tramonto, diventando ipso facto quella chimerica pepita da mezzo quintale che ancora oggi alcuni idealisti sperano di ritrovare nella silenziosa libreria antiquaria o nel multiforme bric-à-brac di Plaza Dorrego, a San Telmo.
Da quell'ineguagliabile e rarissimo epitome di conoscenza e invenzione, e grazie alla benevolenza della temuta Direzione del Celta, detentrice a titolo cautelativo di trecento esemplari, volentieri ricopio e cedo agli amici Tangueros, affinchè ci impreziosiscano le loro, le seguenti, trascurabili note.
(continua)

© Juan Luis Borges
Milonga Boulevard - Edizioni FuoriThema, 1995  

 

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