TQR 16: december 14, 2009

Poissons à la figure

by Jean Fajean

To me, nobody more than spokesman Capezzone gives the idea of a puppet on the ventriloquist's knees. But years ago, when he was still speaking from the Radical Party's lap, he looked more like the Maliardo (roughly: the Lounge Lizard), a character created by Carlo Dapporto in the post-war period. No matter where or when or why, the Maliardo was always treated like dirt by everybody. Or, according to his mild paraphrase, he got some "poissons à la figure". I use this as a pretext for the following short eulogy of booing.

 

 


A quel punto sputai anch'io, per educazione.

Louis-Ferdinand Céline

Ora che la claque è diventata un’attività onesta e il claqueur una persona rispettabile, è il fischiatore ad attirare su di sé il sospetto di esercitare la critica. E il suo fischio, che è insieme dichiarazione di voto e accertamento sintetico, nel tango risulta comunque sproporzionato, fazioso e soprattutto non richiesto. Detto in altre parole: da quando il mezzo gaudio è il nostro male comune, ci ritroviamo da un lato l’equanime professionista comandato negli applausi, e dall’altro il fanfarone cointeressato alla preminenza di chissà quale altra setta avversa. Insomma, di questi tempi chi arrischia una critica passa o per fiancheggiatore o per bottegaio in incognito. Se andiamo avanti così, nessuno avrà più il coraggio di tirare un secondo gatto morto a Gedeone Kremer. Già Bristol, il mio nuovo micino, mi guarda storto se solo metto sù una delle Otto Stagioni, peraltro tutte brulle. E chi ancora oserà avanzare il minimo ortaggio verso le stiracchiate performance del Pibe Pomada e il suo monopasso universale? O scagliare un'ovazione sulla Compagnia Argentina di Tango Argentino di Buenos Aires (ci tengono alla precisione) che al Festival di Padova mostrò per oltre un’ora il retro dello spettacolo a un pubblico pagante 25 euro? Una coreografia, per quanto disorientata, dovrebbe produrre senso, non farlo! Lo stesso dicasi per i disc-jockey d’orecchio clientelare che omettono Pugliese dai loro palinsesti cingolati. In realtà, ancor più che gli obiettivi sensibili, oggi sono cambiati gli indici di gradimento e le regole d’ingaggio. Una sana incompetenza reciproca, impossibile da spartire come il toupet di uno spilorcio, sta facendo da argine alla buona volontà di artisti e spettatori, entrambi sempre bendisposti nel concedersi le attenuanti del caso. "Per favore, Dio, mandami una buona scusa!", diceva un proverbio citato da Primo Levi. Ma nel tango non serve: poche, infatti, sono le cose che resuscitano di più un ballerino che una bella lamentela sulle condizioni nelle quali è costretto a lavorare, dal pavimento peloso alla partner sdrucciolevole o agonizzante. Sia dunque una buona volta messo al bando il bollettino dei protesti e sia fatto definitivamente largo alla smorcia! Del resto, il nostro abbottonato protezionismo faceva la vista gorda già molto prima che glielo dicesse l'Unesco...
Nei grandi teatri, specialmente in ambito lirico, le disapprovazioni sono molto più apprezzate. Ogni sera i loggioni confutano con premeditate invettive cantanti, cori, direttori, orchestre, scenografi, costumisti, registi, balletti e persino comparse e trovarobe. Niente è abbastanza buono per quegli istruiti. L’anno scorso alla Scala hanno piantato un Alagna a metà Aida, provocando la ritirata del tenore e il subentro di un Radames in blue-jeans. A Torino hanno gravemente dileggiato un Baricco per aver mutilato dal Flauto Magico “le ingessature non necessarie”, come se invece le sue lo fossero. Al Regio di Parma hanno fatto cacciare un sovrintendente per il modernismo delle sue cravatte a motivi spaziali. Ma al di fuori di questi territori privilegiati, normalmente il critico medio si limita a fischiare. Oggigiorno, le abnormi accise sulla benzina gli impedirebbero di recensire il batterista dei Santana con una molotov, come quella volta a Verona. E il fischio, oltre a essere meno costoso, gode di parecchi altri vantaggi. E’ portatile, invisibile alle perquisizioni, trasformabile in un battibaleno in applausi anglosassoni (non protestanti), e in più ha alle spalle una tradizione ragguardevole. Eh sì, perché il fischiare risale agli antichi Greci, i quali prendevano in giro i barbari paragonandone la lingua incomprensibile al fischio degli uccelli e al sibilo di certe bestie. Anche nella Bibbia, nel Libro dei Re, il Signore minaccia di fare d’Israele lo zimbello di tutte le genti e di far piovere fischi sul popolo eletto, se solo si fosse messo ad adorare un altro Dio all’infuori di lui. In seguito, antropologi ed etologi ci hanno spiegato in lungo e in largo questi rituali comunicativi ad esagerazione mimica - fischi, applausi, pugni sul tavolo, ma anche il “pernacchio” dell’Oro di Napoli e la “baia” della Via Pàl - la cui efficacia e diffusione mondiale derivano da una teatralità che li sovraespone, facendone simbolo di qualcosa che non si può dire a parole, ma che pure è immediatamente intellegibile. Scommetto che persino il Lanzichenecco decifrerebbe il significato implicito di due sgombri à la figure se ripresentasse la sua Autopsia Tanguera in una qualche milonga. D’altronde nessuno più del fischiato sa perché lo fischiano. Al massimo potrà rispondere come quell’attore inglese che, venendo fischiato tutte le sere per la sua interpretazione canina del monologo di Amleto, ad un’ennesima contestazione apostrofò la platea con un: “Sentite, non fischiate me: non ho scritto io questa merda!”

Jean Fajean

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Poets and fighters

 

 

 

 

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