Una fuga consta di tre ritirate,
tre fughe fanno una merda,
sei merde una tregua,
due tregue uno sbando,
quattro sbandi una gloria - Vecchio detto di fanteria
Le speranze, scrive Raymond Chandler in Playback, sono “as
thin as a hoofer’s wallet”, sottili come
il portafogli di un ballerino. Che la nostra categoria non
debba sguazzare nella carta moneta è oggi una mozione
cavallerescamente approvata da tutti gli impresari di questo
mondo; ma che le prominenze per cui la professione è famosa
non derivino da portafogli grossi come conigli, lo si sa
fin dai tempi di Mae West. Tuttavia, nello slang teatrale
americano da cui proviene, la parola “hoofer” non
indica il ballerino classico, il pallido adepto di Tersicore,
ma uno che genericamente se la ingegna con i piedi, dal ballerino
di musical o di vaudeville, giù giù fino allo
schivato entertainer stradale. In definitiva, un
hoofer è uno “zoccolante” della danza,
un realista disincantato e privo di ghiribizzi poetici che
balla tenendo costantemente d’occhio il piattino delle
mance. Comportamento questo che, stando a un celebre passo
di Adorno, perdura anche nei modelli di eccellenza artistica,
quelli chiamati a essere esemplari, gli unici ammessi a pronunciare
la dispendiosa lingua di porcellana della Grande Arte. Secondo
Adorno, i templi d’oro della mondanità ingentilita
conservano qualcosa della bisunta trattoria dove l’hoofer somministra
la sua bravura, ostinata e priva di senso come quella di
cavallerizzi e acrobati, ai suoi molto più pidocchiosi
mecenati. L’hoofer ha dunque uno statuto circense: è uno
sportivo, un abitante della gioia, un alibi nel senso proprio
del termine, e cioè un altrove dall’arte ufficiale
che lo disprezza. In lui tutto è ridotto a gesto,
momento, emblema; le sue ombre sono corte e non portano da
nessuna parte, ma “nei suoi passi impertinenti lampeggiano
esperienze di cui le grandi deduzioni ballettistiche, con
tutto il loro pathos, non hanno la minima idea”. Ha
un mestiere, come il funambolo, ma anche un destino, come
il clown: quello di trovare un giorno la corda lasca sotto
i piedi.
Nel tango un hoofer ce l’abbiamo eccome, e di livello mondiale.
Ha scelto di rispondere al nome sonoro e per nulla ebraico di Pablo Verón.
E’ un ballerino spesso rispettato in un ambiente di linguacce che di
solito lo elogia con un’accurata mancanza di dettagli; il che equivale
a diffamarlo con varianti. Non che ai suoi detrattori scarseggino gli argomenti:
cos’ha fatto costui per il tango? Dove sono le sue eloquenti creazioni?
Perché balla da solo? E poi è un “creìdo”,
un calcolatore, un arrogante, un aguzzino di ballerine; persino i suoi maestri,
che peraltro lui non cita mai, lo sopportavano a fatica: Miguel Balmaceda una
volta l’ha anche messo alla porta e Antonio Todaro, il vero inventore
di tutti i suoi congegni coreografici, non lo poteva vedere. Ma né il
buon gusto, né qualche altrettanto docile teoria psicologica, e men
che meno i referti ortopedici delle sue fragili compagne, riescono a scalfire
un superhoofer come Pablo, reso in qualche modo invulnerabile dalle
sue privilegiate capacità tecniche e dalla prontezza con cui sa traslocarle
altrove, sotto padroni sempre nuovi. E sono nomi grossi, del music-hall, della
rivista, del cinema: big spenders con i quali si trova subito benissimo.
Che poi gli spettacoli di tango in cui ha ballato dopo il 1991 siano stati
tutti dei lauti fiaschi, a cominciare dall’ultima disfatta del Tango
Argentino presentato e subito chiuso a Buenos Aires e a Broadway (dove pure
Pablo faceva coppia stellare con Guillermina), o che le sue prestazioni tanguere,
con partner sempre diverse, avvengano principalmente davanti a platee inesperte,
nei piccoli circuiti delle associazioni e dei festival, dove è facile
fare lo sgrandone e “impresionar la gilada”, tutto questo
nulla toglie alla sua rilevanza: Pablo Verón, quando gli conviene, resta
uno dei pochi ballerini degni di questo titolo nel tango degli ultimi venti
anni. Basti vedere il garbo, l’autorevolezza, quasi la noncuranza con
cui viene a capo della sensualità sempre un po’ troppo “showy” di
Geraldine, nella coreografia che chiude Assassination Tango di Robert Duvall.
Ed è un gran bel ballare pur nei limiti delle due dimensioni.
Il problema è semmai che il primo a non credere nel tango è proprio
lui, intanto perché gli mette dinanzi una fastidiosa compagna con la
quale dovrà a volte condividere l’asse, gli applausi e addirittura
il cachet; poi perché la “negatività” del tango,
la sue ombre lunghe, quel suo essere espressione di brutte cicatrici, contrasta
grandemente con l’esuberanza tutta assertiva della danza come l’intende
Verón, senza ingombri e senza controindicazioni emotive. Eppure, diceva
un santo Rabbi in un racconto cassidico, “dobbiamo far vedere al Padre
che i suoi bambini sanno danzare anche al buio”. Ma con il “farolero” Pablo
non attacca: è nato come tap-dancer, è tuttora un percussivo,
torrenziale ballerino di tip-tap, come ben sa chi ci ha abitato sotto: una
risorsa per locatori esasperati dal blocco degli sfratti. E il tip-tap non
immobiliare è una danza tutta di bollicine, leggera, estroversa, brillante
e soprattutto misurabile in quantità di passi e figure: quel che ci
vuole per un “carancanfunfa” come lui. Peccato che sia
difficile mangiarci, come con il banjo sul Mississippi o con la rappresentanza
di frigoriferi tra gli Inuit.
Poi a Pablo hanno presentato Sally ed è stato un giorno storto per il
tango. Non tanto perché la regista sceneggiatrice traduttrice scenografa
attrice ballerina cantante e ora coreografa abbia voluto strafare nella resa
cinematografica del suo diario di signorina, quanto perché mai, prima
di The Tango Lesson, la specola commerciale della cultura a sopracciglio alzato
era arrivata a inquadrare così da vicino le vere ragioni del tango.
Meno male che chez Pabló queste difficilmente si fanno trovare
in casa; lì le esperienze lampeggiano di rado. E così, invece
delle annunciate nozze morganatiche tra l’ingente ballerino senz’ombra
e la outsider professionale alla cui falsa modestia non mancherebbero motivi
per esserlo davvero, è stato stipulato un normale e ragionevolissimo
matrimonio di ragione. Entrambi soddisfatti i contraenti: Pablo del lasciapassare
diplomatico per la Cuccagna; Sally, del legittimo ampliamento delle sue incompetenze.
Il tutto in odor di rotocalco mondano che, come si sa, imbalsama meglio di
quello delle violette, specie in anni in cui il tango aveva appena cominciato
a produrre i propri becchini.
Più scivolosa è la pista su cui Pablo sta ballando proprio in
questi giorni. La Carmen che Sally Potter, questa Re Mida all’incontrario,
ha messo in scena a Londra e di cui Pablo Verón ha firmato le coreografie, è l’unanime
candidata al premio “The turkey of the year”, la patacca
dell’anno. A quanto pare, anche l’opera ha i suoi giorni storti.
Pur senza cedere al bizantinismo di dar retta alle masse, e cioè alla
slavina di stroncature che i critici ne hanno dato e alle venti pagine di reclami,
addirittura di richieste di indennizzo, che gli spettatori imbestialiti hanno
indirizzato al sito web del teatro, c’è da chiedersi se a questo
punto valga la pena salvare il soldato Verón. Ha ancora un senso tentare
il recupero di un saltuario patriota del tango che ormai balla solo cose che
non ci riguardano? Non si farebbe prima a lasciarlo permanentemente di là,
oltre le linee della Cuccagna, a calcare quegli aurei palcoscenici sbirciando
il piattone del budget? Certo, la situazione è imbarazzante: Pablo si
sta beccando del “superfluo”, del “puntigliosamente irritante” e
dello “sciocco persino quando fa la Morte”, ma questi sono rischi
del mestiere. Un hoofer ben vettovagliato resiste a lungo anche nel
farsi ridere dietro. Forse allora è più opportuno chiedersi se
il soldato Verón sarebbe disposto a rincasare tra le nostre pareti dorate
di margarina, in questo piccolo circo dalle corde lasche. Io temo proprio di
sì, innanzi tutto perché saranno i suoi stessi sponsor a, per
così dire, evacuarlo: la lesa maestà al botteghino è un
crimine grave anche in quella Las Vegas con pretese. E poi perché coloro
che sono allo stesso tempo fideiussori ed intermediari del suo talento ramificato,
vale a dire gli organizzatori di festival, stage e masterclass di tango, sperano
ancora di trarre vantaggio dal suo rimpatrio. Riecco le speranze sottili eccetera.
Questi mecenati, penserà Pablo, non sono poi così pidocchiosi.
Conviene dunque rassegnarsi all’idea: fra non molto vedremo il soldato
Verón riaffacciarsi sulle milonghe di valico e spacciare i quarantottesimi
di gloria di cui sarà coperto per medaglie al valore coreografico. Si
dichiarerà pronto, non illudiamoci, ad accorrere in nostro aiuto, a
dare la vita per il tango di coppia. Sarà lui, il soldato Verón,
a pretendere di salvare noi. Meglio allora adeguare il proverbio a portafogli
più gonfi. Così, tanto per far contenta almeno Mae West.
El Moplo, ottobre
2007 |