TQR 15: january 26, 2008


 

What is "people"?

by Giorgio Agamben

Popular music, popular dance, popular culture, popular party, people here, people there. These days we talk a lot about it, but what a people is exactly? Let's read it in this essay by a scholar who unfortunately is no popular at all. And maybe it's better that way.

 


1. Ogni interpretazione del significato politico del termine popolo deve partire dal fatto singolare che, nelle lingue europee moderne, esso indica sempre anche i poveri, i diseredati, gli esclusi. Uno stesso termine nomina, cioè, tanto il soggetto politico costitutivo quanto la classe che, di fatto se non di diritto, è esclusa dalla politica.
L’italiano popolo, il francese peuple, lo spagnolo pueblo (come gli aggettivi corrispondenti popolare, populaire, popular e i tardolatini populus e popularis da cui tutti derivano) designano, tanto nella lingua comune che nel lessico politico, sia il complesso dei cittadini come corpo politico unitario (come in “popolo italiano” o in “giudice popolare”) che gli appartenenti alle classi inferiori (come in homme du peuple, rione popolare, front populaire). Anche l’inglese people, che ha un senso più indifferenziato, conserva, però il significato di ordinary people in opposizione ai ricchi e alla nobiltà. Nella costituzione americana si legge così, senza distinzioni di sorta, “We people of the United States...”; ma quando Lincoln, nel discorso di Gettisburgh, invoca un “Government of the people by the people for the people”, la ripetizione contrappone implicitamente al primo popolo un altro. Quanto questa ambiguità fosse essenziale anche durante la Rivoluzione francese (cioè proprio nel momento in cui si rivendica il principio della sovranità popolare) è testimoniato dalla funzione decisiva che vi svolse la compassione per il popolo inteso come classe esclusa. H. Arendt ha ricordato che “la definizione stessa del termine era nata dalla compassione e la parola divenne sinonimo di sfortuna e infelicità - le peuple, les malheureux m’applaudissent, soleva dire Robespierre; le peuple toujours malheureux, come si esprimeva perfino Sieyès, una delle figure meno sentimentali e più lucide della Rivoluzione”. Ma già in Bodin, in un senso opposto, nel capitolo della République in cui viene definita la Democrazia, o État populaire, il concetto è doppio: al peuple en corps, come titolare della sovranità, fa riscontro il menu peuple, che la saggezza consiglia di escludere dal potere politico.

2. Un’ambiguità semantica così diffusa e costante non può essere casuale: esse deve riflettere un’anfibolia inerente alla natura e alla funzione del concetto popolo nella politica occidentale. Tutto avviene, cioè, come se ciò che chiamiamo popolo fosse, in realtà, non un soggetto unitario, ma un’oscillazione dialettica fra due poli opposti: da una parte, l’insieme Popolo come corpo politico integrale, dall’altra il sottoinsieme popolo come molteplicità frammentaria di corpi bisognosi ed esclusi; là un’inclusione che si pretende senza residui, qua un’esclusione che si sa senza speranze; a un estremo, lo Stato totale dei cittadini integrati e sovrani, all’altro la bandita - corte dei miracoli o campo - dei miserabili, degli oppressi, dei vinti. Un referente unico e compatto del termine popolo non esiste, in questo senso, da nessuna parte: come molti concetti politici fondamentali (simili, in questo, agli Urworte di Abel e Freud o alle relazioni gerarchiche di Dumont), popolo è un concetto polare, che indica un doppio movimento e una complessa relazione tra due estremi. Ma ciò significa, anche, che la costituzione della specie umana in un corpo politico passa attraverso una scissione fondamentale e che, nel concetto popolo, possiamo riconoscere senza difficoltà le coppie categoriali che abbiamo visto definire la struttura politica originale: nuda vita (popolo) ed esistenza politica (Popolo), esclusione e inclusione, zoé e bios. Il popolo porta, cioè, già da sempre in sé la frattura biopolitica fondamentale. Esso è ciò che non può essere incluso nel tutto di cui fa parte e non può appartenere all’insieme in cui è già sempre incluso.
Di qui le contraddizioni e le aporie cui esso dà luogo ogni volta che è evocato e messo in gioco sulla scena politica. Esso è ciò che è già sempre e deve, tuttavia, realizzarsi; è la fonte pura di ogni identità e deve, però, continuamente ridefinirsi e purificarsi attraverso l’esclusione, la lingua, il sangue, il territorio. Ovvero, nel polo opposto, esso è ciò che manca per essenza a se stesso e la cui realizzazione coincide, perciò, con la propria abolizione; è ciò che, per essere, deve negare, col suo opposto, se stesso (di cui le specifiche aporie del movimento operaio, volto verso il popolo e, insieme, teso alla sua abolizione). Di volta in volta vessillo sanguinoso della reazione e insegna malcerta delle rivoluzioni e dei fronti popolari, il popolo contiene in ogni caso una scissione più originaria di quella amico-nemico, una guerra civile incessante che lo divide più radicalmente di ogni conflitto e, insieme, lo tiene unito e costituisce più saldamente di qualunque identità. A ben guardare, anzi, ciò che Marx chiama lotta di classe e che, pur restando sostanzialmente indefinito, occupa un posto tanto centrale nel suo pensiero, non è altro che questa guerra intestina che divide ogni popolo e che avrà fine soltanto quando, nella società senza classi o nel regno messianico, Popolo e popolo coincideranno e non vi sarà più, propriamente alcun popolo.

3. Se questo è vero, se il popolo contiene necessariamente al suo interno la frattura biopolitica fondamentale, sarà allora possibile leggere in modo nuovo alcune pagine decisive della storia del nostro secolo. Poiché, se la lotta fra i due popoli era certo in corso da sempre, nel nostro tempo essa ha subito un'ultima, parossistica accelerazione. A Roma, la scissione interna del popolo era sanzionata giuridicamente nella chiara divisione fra populus e plebs, che avevano ciascuno proprie istituzioni e propri magistrati così come, nel Medioevo, la distinzione fra popolo minuto e popolo grasso corrispondeva a una precisa articolazione di diverse arti e mestieri; ma quando, a partire dalla Rivoluzione francese, il popolo diventa il depositario unico della sovranità, il popolo si trasforma in una presenza imbarazzante e miseria ed esclusione appaiono per la prima volta come uno scandalo in ogni senso intollerabile. Nell'età moderna, miseria ed esclusione non sono soltanto concetti economici e sociali, ma sono categorie eminentemente politiche (tutto l'economicismo e il "socialismo" che sembrano dominare la politica moderna hanno, in realtà, un significato politico, anzi biopolitico).
In questa prospettiva, il nostro tempo non è altro che il tentativo - implacabile e metodico - di colmare la scissione che divide il popolo, eliminando radicalmente il popolo degli esclusi. Questo tentativo accomuna, secondo modalità e orizzonti diversi, destra e sinistra, paesi capitalisti e paesi socialisti, uniti nel progetto - in ultima analisi vano, ma che si è parzialmente realizzato in tutti i paesi indstrializzati - di produrre un popolo uno e indiviso. L'osessione dello sviluppo è così efficace nel nostro tempo, perché coincide col progetto biopolitico di produrre un popolo senza frattura.
Lo sterminio degli ebrei nella Germania naziesta acquista, in questa luce, un significato radicalmente nuovo. In quanto popolo che rifiuta di integrarsi nel corpo politico nazionale (si suppone, infatti, che ogni sua assimilazione sia, in verità, soltanto simulata), gli ebrei sono i rappresentanti per eccellenza e quasi simbolo vivente del popolo, di quella nuda vita che la modernità crea necessariamente al suo interno, ma la cui presenza non riesce più in alcun modo a tollerare. E nella lucida furia con cui il Volk tedesco, rappresentante per eccellenza del popolo come corpo politico integrale, cerca di eliminare per sempre gli ebrei, dobbiamo vedere la fase estrema della lotta intestina che divide Popolo e popolo. Con la soluzione finale (che coivolge, non a caso, anche gli zingari e altri inintegrabili), il nazismo cerca oscuramente e inutilmente di liberare la scena politica dell'Occidente da quest'ombra intollerabile, per produrre finalmente il Volk tedesco come popolo che ha colmato la frattura biopolitica originale (per questo i capi nazisti ripetono tanto ostinatamente che, eliminando ebrei e zingari, essi stanno, in verità, lavorando anche per gli altri popoli europei).
Parafrasando il postulato freudiano sulla relazione fra Es e Ich, si potrebbe dire che la biopolitica moderna è retta dal principio secondo cui "dov'è nuda vita, un Popolo dovrà essere"; a patto, però, di aggiungere immediatamente che questo principio vale anche nella formulazione inversa, che vuole che "dov'è un Popolo, là vi sarà nuda vita". La frattura che si credeva di aver colmato eliminando il popolo (gli ebrei che ne sono il simbolo), si riproduce così nuovamente trasformando l'intero popolo tedesco in vita sacra votata alla morte e in corpo biologico che deve essere infinitamente purificato (eliminando malati di mente e portatori di malattie ereditarie). E in modo diverso, ma analogo, oggi il progetto democratico-capitalistico di eliminare, attraverso lo sviluppo, le classi povere, non solo riproduce al proprio interno il popolo degli esclusi, ma trasforma in nuda vita tutte le popolazioni del terzo mondo. Solo la politica che avrà saputo fare i conti con la scissione biopolitica fondamentale dell'Occidente potrà arrestare questa oscillazione e porre fine alla guerra civile che divide i popoli e le città della terra.

© Giorgio Agamben
Mezzi senza fine - Bollati Boringhieri, 1996

 

 

 

 

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