Gli altri milongueros dicevano che Gerardo Portalea
ballasse a tre velocità: lento, fermo e aspetta-un-minuto.
Il motorismo foruncoloso del cosiddetto tango nuevo non gli
toglieva l’appetito: “A estos los mato con
un silencio”,
diceva come Troilo quando gli mettevano davanti il giovane
Nestor Marconi o un qualche altro mitragliatore. In effetti,
Portalea
ballava come un libro stampato, un passo ogni 10 secondi, una
figura ogni trenta pagine. Uno stile molto camminato e meditabondo,
perché camminare e pensare in fondo si somigliano: si
procede in entrambi i casi da uno squilibrio all’altro.
Membro onorario della sofisticata peripatetica porteña,
amava il tango stazionario, ma lo ballava con il fragore nel
sangue. Al contrario degli altri Gran Visir di Villa Urquiza,
abbelliva la danza di malavoglia. Niente ghirlande: il suo
tango era prosa, non poesia. In una notte intera di Sin Rumbo,
poteva
ballarti una sola tanda, a volte un solo pezzo, e neanche tutto,
dopo una meticolosa carburazione da seduto. Prediligeva l’unanime
Di Sarli e le sue risacche di madreperla. Aspettava l’ondata,
la breve burrasca di violini e bandoneòn, e ti faceva
vedere alla moviola il risucchio delle conchiglie, una per
una, con una semplice chiusura sul passo laterale. Il pavimento
gli
voleva bene, l’aria intorno a lui sembrava più densa
del normale, ma era lo stesso trasparente e bella, come quella
in cui, diceva Shakespeare, risiedono le rondini. Ballava anche
quando stava all’ancora, con il leggero beccheggio di
un tre-alberi che aspetta in rada il vento giusto.
Nonostante il nome da guardalinee, Portalea lavorava al cimitero
della Chacarita. Come da noi, anche a Buenos Aires tra certe
milonghe e il camposanto spesso non c’è che una
differenza di colectivo: col 78 andava al lavoro. Qui sistemava
le tombe, teneva pulite le lapidi, cambiava l’acqua ai
fiori: un abusivo “addetto allo sfarzo” che viveva
delle mance dei parenti. Aveva la civetteria di farsi intervistare
nel suo ufficio, un tavolino sotto il porticato dei loculi, sempre
con la sigaretta in mano: lì il fumo passivo non danneggiava
la salute di nessuno. Le troupe di “Tango baile nuestro” e
del National Geographic lo hanno filmato così, simpatico
e filosofante, come deve esserlo per forza uno che bazzica il
bilico della vita. “Qua penso sempre al tango, mi immagino
dei passi, delle figure... mi faccio prendere dall’ispirazione”,
scherzava. Il Clarìn invece, per quel che valgono queste
classifiche, l’ha eletto tra i quattro ballerini più influenti
del nuovo millennio. E dire che tra il 72 e l’86 era stato
per quattordici anni senza ballare. Finito, ancor più suscettibile,
per venti. “Avevo perso il gusto - racconta Portalea -
così sono andato dallo psicoanalista per sapere perché.
Ci sono andato per due anni. Alla fine, mi ha trovato lui il
rimedio: il tango! Ma guarda un po’... Se volevo guarire,
dovevo ballare il tango, che era allo stesso tempo causa e cura
del mio male”. Se non è filosofia questa...
Nel 2001 Robert Duvall, suo grande ammiratore, gli ha dato
una particina in “Assassination Tango”. Lo si intravede
con una zoot-suit bianca e il suo solito garofano all’occhiello,
di provenienza, presumiamo, non tombale. Negli ultimi tempi,
il re del tango a rilento aveva ulteriormente decelerato l’andatura:
non si poteva ballare meno di così, pur ballando. Se ne è andato
un giorno prima di Napoleone, il 4 maggio di quest’anno.
Ora credo che sia alla Chacarita, tra i suoi ex-clienti, a provare
i passi nuovi, a trovare nuove sfarzose figure, i fiori raddrizzati
dall’interno...
Marco Castellani
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