TQR 15: January 26, 2008


 

Pomp attaché

by Marco Castellani

Gerardo Portalea has recently left the earth dancefloors. He was one of the last agents of the Villa Urquiza style, which has been much admired, imitated and - there's no reason to hide it - misanderstood. Elegance, fantasy, creativity, musicality, were its general feautures; Gerardo Portalea added something of his own: subtraction. Here it is the portrait that Marco Castellani dedicates to a great artist of slowness.

 


Gli altri milongueros dicevano che Gerardo Portalea ballasse a tre velocità: lento, fermo e aspetta-un-minuto. Il motorismo foruncoloso del cosiddetto tango nuevo non gli toglieva l’appetito: “A estos los mato con un silencio”, diceva come Troilo quando gli mettevano davanti il giovane Nestor Marconi o un qualche altro mitragliatore. In effetti, Portalea ballava come un libro stampato, un passo ogni 10 secondi, una figura ogni trenta pagine. Uno stile molto camminato e meditabondo, perché camminare e pensare in fondo si somigliano: si procede in entrambi i casi da uno squilibrio all’altro. Membro onorario della sofisticata peripatetica porteña, amava il tango stazionario, ma lo ballava con il fragore nel sangue. Al contrario degli altri Gran Visir di Villa Urquiza, abbelliva la danza di malavoglia. Niente ghirlande: il suo tango era prosa, non poesia. In una notte intera di Sin Rumbo, poteva ballarti una sola tanda, a volte un solo pezzo, e neanche tutto, dopo una meticolosa carburazione da seduto. Prediligeva l’unanime Di Sarli e le sue risacche di madreperla. Aspettava l’ondata, la breve burrasca di violini e bandoneòn, e ti faceva vedere alla moviola il risucchio delle conchiglie, una per una, con una semplice chiusura sul passo laterale. Il pavimento gli voleva bene, l’aria intorno a lui sembrava più densa del normale, ma era lo stesso trasparente e bella, come quella in cui, diceva Shakespeare, risiedono le rondini. Ballava anche quando stava all’ancora, con il leggero beccheggio di un tre-alberi che aspetta in rada il vento giusto.
Nonostante il nome da guardalinee, Portalea lavorava al cimitero della Chacarita. Come da noi, anche a Buenos Aires tra certe milonghe e il camposanto spesso non c’è che una differenza di colectivo: col 78 andava al lavoro. Qui sistemava le tombe, teneva pulite le lapidi, cambiava l’acqua ai fiori: un abusivo “addetto allo sfarzo” che viveva delle mance dei parenti. Aveva la civetteria di farsi intervistare nel suo ufficio, un tavolino sotto il porticato dei loculi, sempre con la sigaretta in mano: lì il fumo passivo non danneggiava la salute di nessuno. Le troupe di “Tango baile nuestro” e del National Geographic lo hanno filmato così, simpatico e filosofante, come deve esserlo per forza uno che bazzica il bilico della vita. “Qua penso sempre al tango, mi immagino dei passi, delle figure... mi faccio prendere dall’ispirazione”, scherzava. Il Clarìn invece, per quel che valgono queste classifiche, l’ha eletto tra i quattro ballerini più influenti del nuovo millennio. E dire che tra il 72 e l’86 era stato per quattordici anni senza ballare. Finito, ancor più suscettibile, per venti. “Avevo perso il gusto - racconta Portalea - così sono andato dallo psicoanalista per sapere perché. Ci sono andato per due anni. Alla fine, mi ha trovato lui il rimedio: il tango! Ma guarda un po’... Se volevo guarire, dovevo ballare il tango, che era allo stesso tempo causa e cura del mio male”. Se non è filosofia questa...
Nel 2001 Robert Duvall, suo grande ammiratore, gli ha dato una particina in “Assassination Tango”. Lo si intravede con una zoot-suit bianca e il suo solito garofano all’occhiello, di provenienza, presumiamo, non tombale. Negli ultimi tempi, il re del tango a rilento aveva ulteriormente decelerato l’andatura: non si poteva ballare meno di così, pur ballando. Se ne è andato un giorno prima di Napoleone, il 4 maggio di quest’anno. Ora credo che sia alla Chacarita, tra i suoi ex-clienti, a provare i passi nuovi, a trovare nuove sfarzose figure, i fiori raddrizzati dall’interno...

Marco Castellani

 

 

 

 

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