La única vez que se acordò Evaristo
Carriego del tango, fué para verle felicidad
Jorge Luis Borges, 1927
Infine non si chiede molto altro, solo
di entrare
in qualche più alta, più grande canzone.
Tiziano Rossi, 1993
A Evaristo Carriego appartiene a quel genere di musica che
i capoccioni dell’industria discografica chiamano sob-stuff,
roba da singhiozzi, da tirar fuori i fazzoletti. Ma le sue
origini sono tutt’altro che piagnucolose; epiche, semmai.
Vediamole.
Nel 1934, il poeta e giornalista argentino Raùl
Gonzalez-Tuñón, esiliatosi in Spagna per sfuggire
alle infamie della Decade Infame, scrive La Rosa Blindada,
un poema che celebra l’eroica insurrezione dei minatori
delle Asturie. Il titolo gli viene ispirato dal procedimento
elettrolitico con cui uno dei Siete Locos di Roberto
Arlt crea una rosa metallurgica. Quasi trenta anni dopo, un
altro
anarchico argentino di nome José Luis Mangieri fonda
una casa editrice e una rivista che portano lo stesso titolo,
in omaggio alla flora
corazzata di Tuñón. Finché può,
e cioè fino a quando non viene chiusa con la forza dalla
dittatura nel 1966, La Rosa Blindada pubblica testi
militanti, di Mao Tse Tung, Che Guevara, il generale Giap,
e interventi
non meno impegnati di poeti come Juan Gelman e cineasti come
Pino Solanas. Anche in Argentina gli anni 60 stanno cambiando
tutto: costume, arte, politica e, naturalmente, il tango.
Naturalmente
ma fino a un certo punto: pochi sono i posti dove gli innovatori
possono suonare e ancor meno i discografici
che danno loro fiducia. Piazzolla ce ne ha raccontate delle
belle in proposito. Nel 1964, per poter incidere la sua musica,
il bandoneonista e compositore Eduardo Rovira deve persino
rassegnarsi a rilasciare dischi di folklore ballabile, sotto
il falso nome di Cuarteto Lorenzo. Ma, nello stesso 1964, proprio
la Rosa sbocciata tra i dinamitardi asturiani, attraverso
il produttore matricolato Alfredo Dupuy, gli offre la possibilità di
un disco con quattro tanghi originali - quattro e non tre come
incredibilmente
si
dice
nel suo sito
postumo - dedicati ad altrettanti scrittori irregolari: Roberto
Arlt, Luis Luchi, José Ingenieros e Evaristo Carriego,
tutti preceduti da una riconoscente A. Prego notare che quelli
che allora erano considerati dei sediziosi intendevano invece
fondare il tango nuovo sulla tradizione: una tradizione contrapposta
a quella ufficiale, ma pur sempre qualcosa che ci si cerca
e ci si sceglie.
L’A Evaristo Carriego originale viene inciso in trio,
con Rovira al bandoneòn, Rodolfo Alchourron alla chitarra
elettrica e Fernando Romano al contrabbasso. E’ un tango
in tre parti, a velocità alternate, come si usava allora:
in questo caso, lento veloce e lento. La parte veloce è una
variazione barocca che poco ha a che vedere con il toccante
tema iniziale e molto con la prosa magniloquente dei sobborghi
cantati da Carriego. Il sobborgo, dice Borges, attinge il proprio
folklore dall’Avenida Corrientes, ma l’esprime
con parole sue. In base a questo viavai municipale, il pezzo
di Rovira sarebbe soltanto un ossequio letterario al barrio
delle Messe Eretiche, teatro di amori tra sartine e barrocciai
e appena sorvolato da qualche timido pipistrello baudelairiano.
I tempi però sono cambiati, tanto che in A Evaristo
Carriego si riverberano piuttosto la tensione e il crudo disincanto
della realtà, così come li percepiscono le moderne
periferie urbane. Per questo il suo lirismo tagliente viene
subito raccolto dai molti giovani musicisti che ne condividono
presupposti e sede sociale. Il Trio Cedrón Praino Stroscio,
ad esempio, non solo riprende tre quarti del disco della Rosa
Blindada, ma chiude il cerchio mettendo in musica anche le
poesie di Raùl Gonzalez-Tuñón. Questi
sono i padri che i giovani arrabbiati si sono scelti.
In particolare il bandoneonista César Stroscio, che
di Rovira è amico e fiancheggiatore della prima ora,
diventa negli anni il miglior interprete della sua musica.
Incide più volte A Evaristo Carriego, sia nell’arrangiamento
autografo che in versione personale. Recentemente ne ha dato
anche una parafrasi per bandoneòn, chitarra e orchestra
d’archi, in cui fonde mirabilmente fantasticheria e attaccamento
alla causa.
Per la creazione di Osvaldo Pugliese, poiché di vera
creazione si tratta, bisogna invece aspettare il 1969. Le sue
circostanze riflettono il clima di quegli anni turbolenti.
Nel 1968, infatti, il sessantatreenne Pugliese era rimasto
senza orchestra per l’improvvisa defezione di suoi sei
solisti storici. Ma il Viejo, temprato da ben altre persecuzioni,
aveva rimediato allo sbandamento ingaggiando una promettente
banda di giovinastri. La prima prova discografica della nuova
formazione è il generoso vinile Odeon 82229 che contiene,
oltre a Carriego, almeno un’altra pietra miliare, El
Marne, e una vice-pietra come Bando di Astor Piazzolla.
Non si creda però che l’attenzione di Pugliese
verso gli eretici Rovira e Piazzolla derivi dalla recente immissione
di forze fresche: di Astor già nel 1956 aveva introdotto
Marron y Azul e addirittura nel 1961, pressoché in tempo
reale al suo debutto discografico, Adios Nonino. E in repertorio
ha anche Ciudad Triste di Osvaldo Tarantino e Simple di Osvaldo
Manzi.
La trasfigurazione di A Evaristo Carriego è esemplare.
Pugliese ne fa entrare il tema da sotto la porta, lo aggancia
a uno di quei suoi tipici vettori ritmici, lo intreccia con
un secondo tema inventato di sana pianta e porta entrambi al
parossismo. La tensione è trattenuta a stento fino al
dirupo finale, un ultimo spasimo e poi la liberazione. Ecco
la felicità che Evaristo Carriego, primo spettatore
del barrio, vide nel tango quell’unica volta che se ne
ricordò. Le sue sartine, i suoi barrocciai, perfino
i suoi buffi compadritos, sono ora i proletari che vivono e
si innamorano sotto i cieli agri di questa inaspettata Buenos
Aires industriale. Duri, incattiviti forse, di sicuro poco
propensi al sentimentalismo, ma ancora capaci di slancio e
bellezza non appena si dia loro un’occasione di riscatto:
e questa lo è!
La resa acustica della sincerità del barrio contemporaneo,
dove più forte si odono gli stridori della storia e
quindi più dolci sembrano i trucchi dell’amore,
non è un miracolo casuale di San Pugliese: egli è semmai
l’imbattibile catalizzatore dell’energia di quei
giovinastri, dei loro ideali, delle loro spinte libertarie.
La variazione finale del suo Carriego, che sopprime e sostituisce
quella tutto sommato frivola di Rovira, la assegna come un
compitino in classe alla calligrafia facinorosa del suo bandoneonista
Daniel Binelli. E il suo contrabbasso lo suona, guarda guarda,
quel Fernando Romano della prima incisione di Rovira. Il risultato è un
tango definitivo: il perfetto, meraviglioso A Evaristo
Carriego,
oggi venerato fino al monoteismo.
Pugliese lo incide altre due volte, caso raro nella sua discografia,
dopo la pausa prudenziale dovuta al terrore di Stato: nel 1985,
dal vivo al Teatro Colón, e nel 1989, sempre dal vivo
al Teatro Carrè di Amsterdam, accanto ad un Astor Piazzolla
allibito da tanta potenza.
Nella sua qualità di nuovo classico, A Evaristo
Carriego entra con quel che ha indosso nei repertori di molte orchestre,
a cominciare da Color Tango, i cui musicisti sono dapprima
fuoriusciti di Pugliese e poi accaniti continuatori del suo
stile. Quello che l’orchestra diretta da Roberto Alvarez
registra nel 1997, pur non eguagliando l’intensità delle
precedenti esecuzioni live con i soli di violino incastonati
da Carlos Piccione e da Fernando Rodriguez, rimane di gran
lunga il miglior Carriego supplente.
Seguono molto distanziate la versione rimbombante di Forever
Tango, con piano elettronico e sintetizzatore, quella squadrata
e sanremese dei Boston Pops, quella insolentemente fallosa
dell’orchestra TangoVia. Ma tant’è... questa è la
deontologia delle molte cover-bands che in A Evaristo
Carriego cercano solo il plusvalore generato dalla moda. Meno male che
le rose resistono. Specialmente quelle blindate.
Ciò che i teologi cattolici avrebbero chiamato transustanziazione
di A Evaristo Carriego, si produce per la prima volta in pubblico
nel marzo 1996. Prodigio non appurato da quella remota cristianità è che
a dare corpo e sangue alla musica in questo caso sono due terrestri.
Una transustanziazione lunfarda dunque, al revés; grazie
alla quale, la missione affidataci dalla parabola cassidica
citata dal Moplo può dirsi compiuta: “abbiamo
fatto vedere al Padre che i suoi bambini sanno danzare anche
al buio”. Anzi: con la coreografia di A Evaristo
Carriego di Mariachiara Michieli e Alejandro Aquino, al Padre abbiamo
fatto vedere anche di più.
Le premesse risalgono ad anni lontani, al racconto di una “dura
e calda felicità” scritto da Julio Cortàzar
nel 1949 e messo in scena dalla Compañia Tangueros in
Milonga Boulevard nel 1996. Le Porte Del Cielo, questo il titolo
del racconto, narra la drammatica storia d’amore di Mauro
e Celina, un Giulietta e Romeo senza balconi e intermittenti
veleni, ambientato tra i “mostri” delle classi
subalterne: in primo luogo operai, piccoli commercianti e milongueros.
Ci sono tutti i temi cari a Carriego: il barrio, il patio,
i buoni vicini, i balli festivi e persino le veglie funebri;
la differenza è che ora, per dirla con le parole troppo
rinfacciate a Cortàzar, “il fragore del bombo disturba l’ascolto dei quartetti di Bartók”.
La vita di periferia, la vita ai margini della vita, sta guadagnando
centralità nell’Argentina di Perón; i sottomessi
di sempre vi osano alzare la testa. E’ orrendo populismo,
certo; ma le emozioni di questo popolo da niente, espresse
nella parlata, nella musica, nella danza, sono così violente
e vere che anche Cortàzar, a quaranta anni dalla morte
di Carriego, deve metterle per iscritto. E in un libro chiamato
Bestiario, il folto sentire di questa esorbitanza non può essere
che animalesco.
Solo che il tango, specie quello di Pugliese, non è un
bombo, e l’evoluto tango-salón di questi anni,
specie quello di Antonio Todaro, è tutto fuorché animalesco.
Lo si vede bene alcuni decenni più tardi, quando Mariachiara
e Alejandro, eredi diretti di quei due grandi creatori, scelgono
A Evaristo Carriego per il tema d’amore di Mauro e Celina.
Del resto, lo hanno già scelto per il proprio. Molte
e senza misura sono infatti le notti che hanno passato a ballarlo
nella loro stanzetta di Congreso, a visualizzarne ogni dettaglio,
a incarnarne ogni nota. Cosicché, quando lucente di
manifattura si dà a vedere in pubblico teatro, la coreografia è in
realtà l’esito di un processo che dura da quasi
dieci anni: da quando, cioè, A Evaristo Carriego in
persona ha avocato per competenza territoriale Mariachiara
a Buenos Aires. Attenzione però: la ricchezza della
coreografia non scaturisce dall’affinità delle
vicende o dalla concordanza delle colonne sonore. Mariachiara
e Alejandro non dicono come Flaubert: Mauro e Celina c’est
nous! Ma, più significativamente, ne ballano i sogni
e le aspirazioni, danno corpo a quel qualcosa che non è visibile,
entrano in definitiva “in una più alta e più grande
canzone”. Danzare per loro vuol dire sognare in un’altra
lingua, e, nello stesso tempo, dare alla musica quel senso
di vita vissuta senza il quale tutto il tango, anche A
Evaristo Carriego, non è che intrattenimento o, peggio, una più fraudolenta
simulazione.
Il debutto in società del primo Carriego ballato della
storia, avviene all’Arena Del Sole di Bologna, con la
musica dal vivo dell’Orchestra Color Tango. La scena è una
milonga vuota, tra pile di sedie abbandonate e fondali rossi
di lontani incendi. Rossi sono anche il vestito di Celina,
il batticuore di Mauro e il fuoco sempre più vicino;
rosso è il sangue che sta per confondersi.
L’ebbrezza tecnica di Mariachiara e Alejandro è manifesta
fin dallo stupefacente dispositivo iniziale che scompone e
ricompone, in rima baciata con la musica, i due corpi in uno
solo. E’ o non è sempre stata quella del corpo
glorioso l’incantevole meta del tango? Ebbene, eccola
qui, finalmente possibile. Questo tango squassa e redime le
piccole cose degli uomini, mentre dentro e intorno a loro tutto
brucia. Riecco La Canción del Barrio feroce eppure solidale,
il destino di stelle contrarie, le barricate di coriandoli
dell’umana commediola. Violini e bandoneones si intrecciano
e si annodano come i nostri ricamati amori, nell’antica
emozione del fluire insieme, nella “messa eretica” del
fondersi in un corpo solo.
Non c’è che dire: la leggerezza vellutata di questi
passi terreni, la grazia integralmente umana delle sospensioni
aeree e delle elevazioni, la corporeità fastosa delle
movenze, sono una bella rivincita per l’aldiquà.
Questa terra, caro Padre, è l’unico posto dove
vogliamo essere subito vivi e veri. E allora siano lodate finanche
le nostre superfici, la gravità dolorosa del filo a
piombo, il suolo cui tendiamo senza gemere. Pur schiacciati
e accecati, pur annaspando nel buio del tuo immenso coperchio
di ori e di smalti, i “tuoi bambini” sono ancora
capaci di estasi.
Perlomeno di tanto in tanto: in questo caso una trentina di
volte. L’11 agosto 1996, notte fatalmente di Santa Chiara,
Mariachiara e Alejandro ballano l’ultimo A Evaristo
Carriego prima dello strappo definitivo. Da allora Mariachiara non ha
più voluto ballare in palcoscenico: troppa distanza
separa l’orgoglioso splendore del suo tango dal bel prodottino
in voga da qualche anno a questa parte. Grande è l’entusiasmo
per il tango oggi a Cialtronia e illimitate sono le retrovie
dove persino la gramigna trova mestiere e medagliette. Ma l’avamposto
di Mariachiara e Alejandro continua a resistere, a essere l’altrove
e l’altrimenti. Tra merci e macerie, sterpi e lamiere
fumanti, il loro A Evaristo Carriego svetta ancora, dopo undici
e passa anni, come il gonfalone di imprendibili assediati.
Al confronto di tanta bellezza, tutte le coreografie di A
Evaristo Carriego che si susseguono sembrano avere per titolo
uno studio di Liszt: Ridda di gnomi. Nella calca di ballerini
sperduti nel capolavoro, numerosi sono i semplicemente loffi
o manchevoli. Tanto vale ricordare soltanto la versione più incresciosa
e miscast, che è quella di Carlos Gavito & Partners.
Il celeberrimo milonguero, delle cui qualità ci si accorge
prima a Broadway che alla milonga, debutta a New York con Forever
Tango nel maggio 1997, quando ha da poco compiuto cinquantacinque
anni. Un’età non estremistica se si pensa al semi-novecentesco
Pibe Palermo - soprannominato El Dividido, il Diviso: dalla
cintola in su, abbraccio moderno; dalla cintola in giù,
Novecento - o ai più recenti Juan Carlos Copes, Tete
Rusconi, Pepito Avellaneda, ballerini di ben altro spessore
e importanza, nati tutti intorno al 1930 e tutti ugualmente
presenti in palcoscenico nello stesso periodo.
Ora, il bello della danza, e del tango in particolare, è che
l’azione, le trame e le scenografie giacciono latenti
nella musica. Qui dentro c’è tutto il malloppo: “oscure
ricchezze, dove con il trallallà c’è il
precipizio”, dice ancora Tiziano Rossi. Con il suo gesto
apparentemente inspiegabile, il ballerino rende visibile, cioè “spiega”,
la musica, così come il prisma fa vedere, cioè “spiega”,
la luce.
E che cosa rende visibile dell’epos di A Evaristo
Carriego il prismatico Gavito che tanto si è documentato sul
cantore di Palermo Viejo e che ha letto e riletto i poeti lunfardi?
Che cosa ci fa vedere delle piaghe e degli struggimenti del
barrio indomabile questo alfiere della cultura popolare? Ma è ovvio:
la scenetta sexy, il flirt, il pissi-pissi, le effusioni magari
non autorizzate ma ugualmente plausibili tra due adulti la
cui differenza d’età non è certo scoscesa.
Insomma, il classico numero di tango che da anni viene propinato
ai clienti di night-club, cabaret, music-hall, casinò,
navi in crociera, cena-show, alberghi, villaggi turistici e
purtroppo ora anche teatri in tutto il mondo. Il birignao standard,
il “bagaglio” di ogni caratterista di varietà tanguero
a cui meglio si attaglierebbe il tango brillantato di Julio
Iglesias: altro che A Evaristo Carriego!
E se identico è lo sketch, identico è il lessico
a grana grossa di pose, effettacci, calci equini, placcaggi,
sequenze stanziali, adorni peggiorativi, accentazioni da “grandi
sordità”. E identiche sono le moine, il gran lavorio
delle narici, gli sguardi di bragia, le ampie carezze del lucidatore
di mobili.
Se proprio vogliamo, anche Gavito, con il suo aspetto e i suoi
modi da croupier, un sogno lo mette in scena, ed è quello
inconfessabile di una piccola borghesia che in realtà non
vede l’ora di lasciare il quartiere e di prendere distanza
dal “popolino”. Nel conteggiato miraggio della
grand-soirée, nell’imitazione dei ricchi,
nel lusso “costoso” di una notte in smoking e
paillette, c’è tutto il contrario di quell’innocenza
che un poeta di barrio, anarchico e socialista, morto di tisi
a 29 anni come una delle sue sartine, aveva descritto in versi
profumati di caprifoglio. E c’è invece tutta la
grettezza che Eduardo Rovira, César Stroscio, Osvaldo
Pugliese, i giovani musicisti ribelli degli anni 60, e prima
di loro Raùl Gonzalez-Tuñón, La Rosa
Blindada
e José Luis Mangieri, avevano combattuto attraverso
la musica a lui dedicata.
Del collettame che in questi anni ha a suo modo interpretato
A Evaristo Carriego è inutile parlare, se non in forma
di cronaca mondana *. I ballerini pronti a cogliere gli aspetti
remunerativi delle nuove tendenze sono ora in quantità tale
da scriverci un altro blues. A Evaristo Carriego poi è un
tango che, come ogni rivelazione, si presta a essere frainteso
benissimo e fatturato anche di più. Cosicché una
delle più alte e più grandi canzoni in cui ci
sia dato di infiltrarci è in poco tempo scaduta ad abitudine,
a luogo comune, a riflesso condizionato. Il disinnesco attivato
dalla moda non le ha però tolto giurisdizione sulle
nostre penose contee, né sopravvento sulle corte banderuole
che pur vi fremono: basta ascoltare A Evaristo Carriego che
ci sentiamo subito compresi e forse anche un po’ vendicati.
Ecco qui il tema capitale: sta entrando, come sempre, da sotto
la porta.
Jean Fajean, december 2007
* Il lungo sorriso di Evaristo Carriego
Dal nostro corrispondente - Dicono da queste parti che non sempre intorno al buco c’è la
ciambella. Ieri sera però c’era: se non proprio
intorno, subito dopo.
Dovessero passare altri cento anni di
tango, non sarà mai
più dato alle nostre spalancate orecchie di ascoltare
un’esecuzione di A Evaristo Carriego altrettanto
bella e intensa. Il merito del tutto involontario per il
gioiello
grandinato sulla pista va a Esteban Moreno e Claudia Còdega;
e non per quel che hanno ballato, che sarebbe il buco,
ma per la ciambella che hanno fatto cucinare a Color Tango.
Andiamo però con ordine.
Questa Noche de Maestros era
la serata conclusiva di una di quelle kermesse che vengono
definite, non senza imbroglio, festival di tango. Era la
serata dello spettacolone di fine corso, con l’esibizione
degli insegnanti e la musica dal vivo dell’orchestra.
Come è usuale in questi casi, le prove sono state
fatte in camerino, dieci minuti prima di andare in scena.
Un breve conciliabolo tra ballerini e musicisti per decidere
chi balla o suona che cosa, e morta lì. Esteban
e Claudia hanno esercitato l’opzione A Evaristo
Carriego di Pugliese, ma con la musica registrata. “E perché mai
- ha chiesto Roberto Alvarez, per dodici anni primo bandoneòn
di Pugliese - se anche noi suoniamo lo stesso arrangiamento?” “Perché non
sappiamo come lo suonate” - hanno risposto per arroganza
o vecchia ruggine i due. In effetti, hanno poi chiuso il
loro set con l’A Evaristo Carriego del cd, mentre
tutto Color Tango rimaneva schierato con le mani inoperose
e fumanti.
Ora, da accordi stipulati, sarebbe dovuto seguire lo strumentale
Emancipaciòn, altro arrangiamento di Pugliese, ma
Roberto in un sibilo ha emanato il contrordine che tutti
i suoi musicisti aspettavano: “Va A Evaristo
Carriego.”
Nessuno
ha avuto bisogno di cambiare spartito e già dalle
prime note si è capito di chi era il pallone. L’orchestra
sembrava guidata da fate furibonde, lo stesso Pugliese
si sarebbe scansato tanta era la forza, l’emozione,
la voglia di rivalsa. Color Tango ha strappato il cuore
a chi
ce l’aveva e, fatto storico, suscitato pathos in
un festival di tango. La variazione finale ha travolto
i tavoli,
il locale, il parcheggio, la cittadina addormentata, i
campi d’orzo. Molti minuti di applausi hanno ricoperto
gli eroi. Gloria, gloria e ancora gloria a Color Tango;
occhiate
e scuotimenti di testa ai due ballerini.
Qualcuno poi ha
chiesto a Roberto: “Perché non avete suonato
A Evaristo Carriego per Esteban e Claudia?” “Perché sappiamo
come lo ballano...” - ha risposto con un risolino.
A
questo punto, dal cielo borgesiano per compadritos,
con cavalli,
envido, retruco y flor, anche Don Evaristo ha
guardato in giù e sorriso a lungo.
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