Ancor più della sala da concerto, come
invece diceva Adorno, è la sala da ballo il luogo dell’armistizio
tra musica e società. Chissà se gli attuali elogiatori
dei contatti umani, quelli che ritengono che si viva ancora guardandosi
negli occhi, e i portavoce del “brontolar danzando”,
che continuamente invocano ordine e buone maniere nelle screanzate
milonghe di oggi, si riterrebbero soddisfatti dell’enorme
striscione che ammonisce i sottostanti: VIETATO IL BALLO STACCATO.
Questo reportage televisivo che cinquanta anni fa voleva vederci
chiaro sulla presunta sospensione delle ostilità, ci mostra
un dancing milanese in piena attività. Nel 1957 in Italia
c’è il boom delle balere, oltre che delle tregue.
A quanto pare, è tutto un rimboccarsi di maniche: bisogna
ricostruire, integrarsi, partecipare, e dunque ballare, possibilmente
belli attaccati. Non siamo poi così lontani dal Santa
Fé Palace descritto da Julio Cortàzar nelle Porte
del cielo. Stesse luci al neon, stessi altoparlanti, stesse acconciature
navali. Una differenza di cartacce, forse; e poi, meglio specificarlo,
la musica: là il tango argentino, qua il nostro; là il
malambo, la ranchera e i ritmi tropicali, qua il liscio e i
ritmi europei.
Una panoramica e qualche intervista ci dicono che non solo
la coppia è obbligatoria, ma anche il fumo di sigaretta
nazionale per gli uomini e golfini e nei per le donne. Abbondanti
sono
anche i geometri chitarristi in maglione tubolare.
La serata è importante: da un paesino delle Quattro Province
sono attesi due specialisti di Polca “Chinein”, la
spettacolare e difficilissima polca “a chinino”.
Sono due uomini, com’è tradizione nella Filuzzi,
in questo caso un elettrauto e un gasista, entrambi tirati a
lucido, in “completo” settentrionale e fazzoletto
nel taschino. Un flashback ci ha già fatto conoscere le
loro belle faccione proletarie, sorridenti e orgogliose come
dopo un lavoro ben fatto. Tre volte alla settimana provano i “frulli” in
officina, tra le 6 e le 7 del mattino, prima di andare a lavorare.
La telecamera li ha “sorpresi” in tuta blu, pipa
ricurva in bocca, mentre leggono un libro: ci tengono a far
sapere che sono due ingentiliti, due operai alla Brecht.
L’esibizione milanese è strabiliante. Inizia con
una serie di piroette popolari, poco accademiche e molto fuori
asse, così, tanto per scaldarsi. La musica è una
polca forsennata, in 2/4 come la milonga. Si scambiano frequentemente
i ruoli, girando in senso antiorario per tutta la pista, a velocità crescente.
Poi l’exploit che manda in visibilio la platea. Abbrancati
per le braccia, frullano vorticosamente mentre si chinano, piegando
le ginocchia. Sempre più veloce, sempre più giù,
sempre più chinati: una trottola umana alta un metro che
prilla per i quatto punti cardinali, tra gli applausi e le urla
d’incitamento. Alla fine un bell’inchino e un altro
sorrisone a quattro ganasce. All’intervistatore rivelano
un piccolo trucco: cravatte con bottoni a scomparsa, onde evitare
scudisciate centrifughe. E due tipi di brillantina sovrapposti.
Cinquanta anni dopo, in un dancing milanese talvolta riconvertito
a tanguerìa, si esibiscono i fratelli Guillermo ed Enrique
De Fazio, alias Los Hermanos Macana, qualcosa come I Fratelli
Disgrazia. Sono giovani, argentini al 200%, ballano il tango
da dieci anni e formano coppia fissa da almeno tre. Nessun documentario
li ha mai beccati in tuta, né con un libro in mano. E
se fumano la pipa, lo fanno di nascosto, come tutti. Indossano
entrambi un doppiopetto color scimpanzé e scarpe di vernice
di lunghezza consentita in aereo. Non dimenticano mai il fazzoletto
nel taschino. Quante brillantine si mettono, non saprei: un ettogrammo
di Lord Cheselin di solito dura per tutta la tournée.
Il loro show è stato preparato con cura ed è prevedibilmente
pirotecnico: questa sera ballano un tango, Malajunta, e una milonga,
Reliquias Porteñas. Fanno la donna a turno: ciò dà loro
licenza per gag e ammiccamenti a non finire. Ecco un calcio
nel sedere, un equivoco divertente, la gomitata alla Franco
Franchi.
Per esser bravi, sono bravi: di quella bravura “priva di
senso” tipica degli artisti circensi. Ma di questi forse
non conoscano le lacrime e di sicuro i repentagli.
Ganci, traspié, voleos, non si fanno mancare niente: il
repertorio del tango è lastricato di pietre preziose e
basta chinarsi a raccoglierle. Tango chinein, appunto. Velocità,
ritmo, pim pum pam... devono vendere in fretta, prima che la
mercanzia riveli i suoi difetti. Da quando il tango è diventato
una cosa da dritti, i ballerini oculati si tengono lontani
da drammi, cerimonie ed incantesimi. Mordono le corna al toro,
piuttosto,
come fece quel matador prima che Hemingway gli togliesse il
difetto con due cartoni. Papa odiava le gimmick e in generale
le smargiassate
non sue.
E allora giù altre capriole, altra verdura. Il tango dei
Fratelli Disgrazia scodinzola più del fatidico cane con
due code. Un tornado d’applausi riconferma infine la connivenza
reciproca degli estroversi. Più armistizio di così...
Fino
a qualche anno fa, sulla parete nord della Galeria del
Tango,
quella vicino al bar e allo specchio funzionante, c’era
appesa una locandina leopardiana: NOTTE DI STELLE FAMILIARI.
E’ il 1954 e vi si annuncia come una gran notizia il clou
della stagione sociale di Boedo. Un ballo familiare, lo dice
la parola stessa, con los mejores ritmos modernos, infarcito
però di numeri d’attrazione, come quello di Saltarìn
Higgins, autore di balzi famosi, di Madame Tussaud, mimo statico,
e di Chas Canasta, mentalista da salón e piegatore di
forchette a distanza. Vi sono anche due esibizioni di tango:
nella categoria tango-fantasia, i diversamente sottolineati Gemelli
Malacarne (Jorge e Domingo); nel tango-salón, Lalo e Josefa,
gli “ispettori dei battiscopa”. Quelli intrattengono
il pubblico con salti e funambolismi di ogni genere, questi
astenendosene.
Anche oggi come allora, la danza rasoterra ha il suo perché e,
se chi guarda è bravo, il tango liso può destare
altrettanta sensazione di quello infiorettato. Dice Carmelo Bene
che “quando una Madonna di Raffaello mi commuove, il merito è mio
e soltanto mio”. Sì, ma ci vuole sempre Raffaello:
bisogna molto sentire per far sentire.
La contraddizione che disanima gli ingombranti performers contemporanei è tutta
qui: nonostante gli sforzi del pubblico, la distanza tra coloro
che si esibiscono e il resto della milonga raramente appare incolmabile.
Di senza senso non c’è più neanche la bravura.
Grazie all’abilità diplomatica con cui le due principali
derive demagogiche del tango recente, ossia i cosiddetti milonguero® e
nuevo, smorzano e dirottano il desiderio d’incanto degli
spettatori verso le loro povere merci, il tango è ormai
alla portata di tutte le insensibilità. Non si ravvisa
più prodezza nel “semplice” camminare abbracciati,
né brividi in qualsivoglia beau geste tecnico. Gli showmen della milonga badano ai loro bilanci, non alla nostra disponibilissima
meraviglia.
E allora perché dovremmo sederci a guardare le “ricerche”,
le “improvvisazioni”, le eterne impalcature di un
tango inabitabile quanto il cantiere che dice di essere? Perché dovremmo
applaudire gli sciroppini e i passi falsi di questi sagomati
dagli sbadigli? Meglio il samurai che inaugura gratuitamente
la sua spada nuova su un passante: perlomeno lui la gilada la
impressiona. Al confronto dei melensi esibizionisti di oggi,
anche le star del bislacco firmamento di Boedo, ivi compresi
gli inestricabili Malacarne e i due pavimentisti perimetrali,
sono artisti più sinceri e pertinenti. Persino nelle tanto
rovistate scaturigini del tango, commozione o sbalordimento sono
l’obiettivo minimo di chi si presenta in pubblico. I payadores agonistici che si sfidano su temi patriottici, il Rengo Bibiloni
che zapatea sul suo unico piede, l’Alemàn
Bernstein che suona il bandoneón e beve birra nello stesso
tempo,
l’introvabile Uomo-Proiettile che si fa sparare via cantando
Adiós Muchachos, si dannano l’anima pur di intenerire
le gradinate del circo criollo dei Podestà, nella durissima
Buenos Aires a cavallo tra 800 e 900.
Non così l’attuale milonga showmanizzata, che baraonda
non genera in nessun petto. Semmai ci fa rimpiangere Beppe Maniglia,
epigono bolognese dell’Indio Pulmón, che un breve
batticuore almeno ce lo dà, facendo scoppiare le borse
dell’acqua calda a forza di soffiarci dentro.
Dunque, ha ragione Céline, uno che di danza e di ballerine
se ne intende: “l’Emozione è tutto nella
vita / e quando siete morti è finita”. La canzone
apre Guignol’s Band, epopea di una confraternita di
guitti che molto assomigliano a quelli di una vecchia locandina
di
Boedo:
guitti romantici e mai chini che qui vogliamo ricordare e,
a nostra volta, riverire.
A proposito di riverenze: secondo
Fortini, “la poesia deve
sbarazzarsi di ogni mezzo d’attrazione, di tutto il
suo zelo di consumo e utilità, se non vuole distruggere
proprio ciò che si vanta di coltivare”. Lo stesso
dovrebbe fare il tango, almeno secondo me. Tuttavia, a giudicare
dai cartelloni
che foderano questa Milano depressa e riluttante alla spesa
natalizia, c’è chi ha l’intenzione opposta:
IL TANGO COSI' NON L’AVETE MAI VISTO.
Eccoci serviti. Se una volta a consolare i rimasti tra Natale
e Capodanno arrivava la rivista brasiliana, adesso arriva
la rivista argentina. Il tango sbaraglia le Oba Oba nel cuore
dei milanesi e, di riverenza in riverenza, avanza a capo
chino
verso
il disastroso successo. Suo evidente core business è l’attrazione
ad ogni costo. Ma per quanto smaccata, la promessa del mai visto
viene mantenuta subito: la foto del cartellone è stampata
a specchio e Miguel Angel Zotto vi compare rovesciato come un
calzino, mentre abbraccia la compagna di sinistro. E’ già qualcosa:
come il Generale Perón, Zotto cumple.
La sua Tango x 2 è una delle comitive di tango più note e
longeve nell’attività taumaturgica denominata intrattenimento.
Fin dai tempi in cui la reggeva in duumvirato con Milena Plebs,
il tango mai visto l’ha fatto vedere più di una
volta. Il remake di Gardel, la citazione di Rodolfo Valentino,
l’acquerello delle milonghe d’antan... anche per
il tango che rimane invisibile, uno non deve cercare altrove.
Senza contare gli spettacoli antologici che implacabilmente riepilogano
le coreografie storiche agli sbadati cui fossero sfuggite. Diciamo
che Tango x 2 il tango mai visto ce l’ha bello collaudato.
Allora, quali novità visuali dobbiamo attenderci da questo
ulteriore Buenos Aires Tango? Già il titolo non è originale
- la comitiva franco-argentina che l’ha usurpato per quindici
anni la pol andér a spazér la muntagnòla (anche mio nonno è di Bologna) - e profuma di chiuso,
di caveau. Un lascito improvviso? Qualche giacenza sarà portata
alla luce? Un nuovo filone affiorerà dai meandri del mercato?
Un contumace sarà recuperato al palcoscenico? Ne dubito:
lo slogan intende piuttosto stanare il pubblico fresco, quello
che davvero il tango non l’ha mai visto e a cui, da adesso
in poi, spetta il lavoraccio di non vederlo in anticipo. Lo spettatore
di tango deve stare attento a quel che vede o al massimo limitarsi
al rivedere. Si trova cioè nella stessa situazione dei
fedeli di Nôtre Dame, ai quali un cartello impone di “limitarsi
a invocare l’indispensabile”.
A scanso di visioni premature, Miguel Angel si reca tutti
i giorni in televisione a esporre il tango che persino gli
alpigiani
conoscono
a memoria. Qualche estratto dal nuovo spettacolo lo balla,
ma solo fino a un certo punto. In questo gli viene utile
Daiana Guspero, la bella signorina con cui ha messo su questa
impari
coppia. Anche il sinfonico Nochero soy di Pugliese viene
eseguito solo fino a un certo punto da un’orchestra di pignorati,
e tanto varrebbe suonarlo col clacson.
La carenza di altopiani o di quote idonee negli studi televisivi
impedisce a Zotto di sguainare l’arma segreta: il passo
penzolante fuori dal palcoscenico. “Un passo difficilissimo
e - ovviamente - mai fatto prima”. Vallo a dire a Frank
Zappa dopo il fattaccio di Montreux. La bravata, “che
verrà espletata
in teatro da tutta la compagnia”, vorrebbe indurre
il pubblico alla pelle d’oca, al crepacuore. A parte
il fatto che il suspense prolungato è per tutti fuorché Oscar
Wilde una forma di scortesia, temo che gli irritati spettatori
tiferanno
piuttosto per il suolo e si limiteranno, stavolta volentieri,
a invocare l’indispensabile.
Da fuori, la Casa del Popolo
sembra proprio questa: ecco la scalinata rumena, la targa “Qui
Mangiapreti”, il bandierone
rosso con l’Edera al posto della Falce e Martello.
Dovremmo essere a Gambettola, nella bassa cesenate. Dico
dovremmo perché al
sabato sera non facciamo molto caso alla rotta: andiamo dove
ci dice la benzina e stasera siamo venuti a 12.000 lire,
tre carte a testa. Lo so, secondo Fonzie Fonzarelli il sabato è notte
da pivelli, ma è anche l’unica in cui il padre
di Usto ci presta l’850. Color caffellatte, naturalmente,
corretto dagli adesivi. Dobbiamo stare attenti a dove parcheggiamo:
questa è la capitale europea della rottamazione e
del recupero ferrosi. C’è anche il monumento.
Di un bel color caffellatte, tra l’altro.
Alla Casa del Popolo si balla, e tanto basta alla nostra
piccola psichedelia. La sostanza va però corroborata: non si pretenderà di studiare l’astronomia a occhio nudo? Questa l’ha
detta John Lennon, uno che non rimediava con lo Zabov. Qui però non
avremo problemi: al Popolo servono vino serio, mica gazzosine
da stilisti. A me poi piace il Pagadebit, innanzi tutto per il
nome. Bei tempi quando gli esattori li tacitavi con un bicchiere.
Ma adesso, a metà anni ‘70, la tecnica bancaria
ha fatto progressi da gigante. Sono astemi.
Foriamo il nebbione ed entriamo. Nei pressi del bancone,
ci sono due poster: Luciano Lama, nato qui, e Federico Fellini,
che qui
faceva le vacanze, entrambi con dedica a pennarello. C’è anche
il Pagadebit: lo dicevo, io. Dal piano superiore arriva della
musica ritmata. Abbiamo tutti l’età in cui una batteria è una
cosa importante. Pier Paolo Pasolini, corretto da me.
- Perché non andate su che ci sono tre ragazzi che suonano?
- Se è gratis...
I tre ragazzi hanno invece l’età in cui una fisarmonica
era ed è rimasta una cosa importante. Il bassista è anche
cieco, cliente ideale di quelle scarpe allo zabaione.
L’ambiente è fumoso, per via delle finestre aperte.
I tavolini sono di fòrmica, le signore in ghingheri, gli
uomini paonazzi. L’allegria sembra contagiosa, ma siamo
vaccinati. Ci siamo portati su le bottiglie necessarie a un’eroica
resistenza.
Mi invitano subito. Ma quale cabezeo... sono l’elegantone
della brigata e il mio tight alla Groucho Marx "fa ambasciatore” anche
nei centri rurali.
Vanda “con la V normale” è la prima:
- Chi s’è sposato?
Trasloco immediatamente nelle braccia di Dirce e poi in quelle
di Angiolina, come mia nonna. Evito di dirglielo per tatto
coreografico. Un diplomatico non fa gaffe.
- Meno male che ci siete voi giovani... Se no, com’è il
domani della Filuzzi?
- Lungo, milady. La Filuzzi will never die... - Ditemi voi
se non ho avuto ragione.
Valzer e ancora valzer, che è quello che mi viene meglio
e l’unico suonato dai veterani. Anche il tango lo suonano
in tre quarti, come Salgàn, lo Strauss del Rio De La
Plata.
Al secondo tango viennese mi tocca cedere l’Italia a suo
marito, un prenotato: più o meno quello che sta facendo
il governo nella sua resa agli zuavi pontifici. Del resto, in
tutte le milonghe del mondo il sabato è “coniugale”.
Fonzie starebbe in casa anche ad Almagro.
- Attenzione, attenzione... - un uomo si erge in mezzo alla
pista.
Ci siamo, mi dico, ecco l’annuncio del Segretario della
sezione di Stepancikovo che fa precedere la discussione sui progetti
della nuova fognatura da alcune considerazioni sulla situazione
della lotta di classe a livello mondiale. Invece no, è un’esibizione.
Non si scappa. Vai col Pagadebit.
- Compagne e compagni, interrompo solo per un attimo il vostro
spasso per presentarvi un giovane fenomeno del trombone.
Prima però voglio che tributiate a questi ragazzi di Ferrara
un applauso di benvenuto. Grazie, tornate a trovarci, qui siete
a casa vostra.
Senti chi parla. Il pugno chiuso leggermente rialzato ci
sembra un ringraziamento garbato. Voilà.
- Come vi dicevo, ecco il trombonista: mio figlio Gunnar.
Figlio suo e di una svedese cuccata in riviera. L’oriundo
biondino-romagnolo va sul sicuro e ci suona Bandiera
Rossa, con
svisate e tutto. Successo concorde di pubblico e critica, ma
il padre non è contento:
- Le sorprese non finiscono qui. Sabato scorso ci avevano
fatto una promessa e ora sono tornati a mantenerla. Due affidabili...
due virtuosi del liscio, del latino, di quello che volete.
Il loro forte è la traiettoria, ma vanno bene anche
nella giravolta. Ecco a voi... i completi Sabrina e Gianlucaaa...
Non c’è niente da fare, questi esibizionisti sono
una piaga. Si godono la primavera che tolgono agli altri. Un
verso di De Andrè.
Entrano due indigesti muñecos de torta, le statuine della
torta nuziale che proprio per questo non si mangiano. Ecco qui
chi s’è sposato, cara la mia Vanda con la V normale.
E tu, Gianluca, mi fai schifo, sappilo. Specie con quel tight
marxista copiato all’Ambasciatore di Ferrara, ora ostaggio
del tuo happening settimanale.
Speriamo almeno che ballino L’Inno dei Lavoratori o i Morti
di Reggio Emilia. Macché: ci danno dentro con gli standard,
in due sopra quattro gambette e con un vassoio di stronzi per
abbraccio. Fanno tutta la sfilza. Il loro tango simpatico è una
cosa che prende allo stomaco.
E così distolgo lo sguardo. E’ il momento della
riflessione personale. Queste meraviglie i desti non le vedranno
mai e io non oserò ricordarmele. Di sicuro non a occhio
nudo. Gambettola, paese di scasso e smaltimento. Così è anche
il resto. Dove sarà l’astronomia? Cosa mi staranno
organizzando le sfere celesti? Da qui le stelle sono mingherline,
gli equinozi tutti storti... la sproporzione non mi dà quartiere.
Forse a Buenos Aires, sotto il suo cielo al revés, una
musica ci sarà che...
Usto mi interrompe con un cabezeo:
- Hai letto là cosa dice?
La nutazione mi indica il fondo della sala, ma i miei occhi
poco astronomici non ci arrivano. Mi tocca il dribbling tra
i due
esibenti che ancora volteggiano a nasi girati. E là, sul
muro dietro alla “struttura” del ciclostile, leggo
finalmente il cartello. Tutto si tiene a questo mondo: QUI
DENTRO SONO PROIBITE LE SCENE ROMANTICHE. Lo dicevo, io.
Marco Castellani
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