TQR 14: september 29, 2007


 

El Molplo revisited

An interview with El Moplo

It was maybe in 1995 when we interviewed El Moplo for the first time. It was at the Café Celta, a few steps from the Asociaciòn de los Profesores de Orquesta, where Pugliese used to rehearse every wednesday, the Sexteto Tango every tuesday and the Compañia Tangueros every day God was taking out from this world. Then, El Moplo, emboldened by the vermouth maison, disclosed all the secrets of the milonga for our readers. At that time, Buenos Aires hadn't been entirely tangoed yet and the milongas were not the joints for tourists of today. At that time we were just a few to know its codes, or how to twist them in order not to appear as a tourist. Today, it's the european or US visitor who rules the tango by his strong currency. Neither the Celta nor the Apo exist anymore. Instead of the first one, there is the wine-bar El Escabio; in the place of the second one, right where an attentive writer had written “A quien toca este edificio que lo parta un rayo”, (Who touches this building shall be struck in two by a thunder), the ruins of a fire. That's why it is absolutely necessary to stipulate the new rendez-vous with El Moplo in some other place, like for example La Giralda of Corrientes. At what time? The most classic: six a.m., on coming out from milonga. More and more are the connoisseurs who have heard of these Carrara marble tables, of the Tutankamòn sparkling chocolate drink and the unbreakable churros that welcome the night-birds at the end of their shift. In fact the venue is almost empty and the old waiter is working hard in order not to be overcome by the overwhelming strengths of the sole customer, which is me. Half an hour later, support comes at last. El Moplo has not changed: prudent height, carefully rounded haircut to cover the bald-pate, burocratic tummy, sententious frown, incorruptible tapir-like nose. He's wearing the same bitumen-color plaid in which he's got married, got divorced and one day will be buried: the clothes of a man who never owned two of them in the same time. A dark shirt and a flied-away-from-a-truck necktie increase his milonguero carriage. His shoes, on the contrary, are two brilliant varnish sugardrops, tied with black silk laces with their top handwaxed: the Divito style the Pugliese fans just adored. The First World War's Uhlans used to go after the churches' candle wax for their moustache. The milongueros, who are observant sinners, enter a church just for their laces or at least to give themselves up.
El Moplo realizes i am looking at his shoes and says hello to me:

 


Mai spirare miseria dai piedi, diceva Céline, e anche Miguel Balmaceda.

Allora, Moplo, come vanno gli affarucci?

Bene, o vuoi che ti dica. Alti e bassi, ma soprattutto bassi. I vecchi milongueros non vivono: durano. Per fortuna questo è un paese dove la polizia spara sui maestri elementari, non su quelli di tango.

E la Quinta del Ñato?

Non tutti i buchi riescono con la ciambella intorno. Specialmente a Villa Lugano. Quando il sottoscritto mette sù un circo, per prima cosa gli crescono i nani. Con Locatelli e Ningùn Bobby stiamo ancora pagando la buonuscita ai ragazzi del Ya Basta. Quei no-global hanno il marketing nel sangue. Tirano sul prezzo perché il locale è segnalato tra i centri sociali di charme dalla Guide Racaille. Le spese sono molte: le rate del pavimento, che era in porlàn (ndr: in cemento Portland), quelle del megafono nuovo per gli annunci. Poi l’allacciamento elettrico legale, la processione degli ispettori della Sadaic, ognuno con la sua brava percentuale. Se vuoi sapere come va il tango oggi devi fare come Fourier con la sua famosa mela: ricostruirne l’itinerario economico.

Frutticoltura a parte, come va il tango oggi?

Se dai retta alle statistiche ufficiali, non è mai andato così bene. Il tango è un business che rende. Girano i soldi, si sono moltiplicati i chioschi, gli esercenti, i maestri. Adesso ci sono più santi che nicchie. Per non parlare dell’indotto. Sono in molti a mangiare nel piatto dove sputano. In realtà gli stessi turisti, per quanto imbambolati, hanno sempre più la sensazione di trovarsi nel grande parco tematico del tango, tra comparse e fondali di compensato. E sempre con il fiato degli animatori sul collo. Le milonghe sono diventate delle pantomime, dei quadri viventi coi milongueros antropomorfi, un’illusione ottica organizzata. Evidentemente c’è del marcio, a Disneyland...

E chi sarebbero i subdoli artiglieri? Non darai mica la colpa ai turisti...

I turisti del tango ci sono sempre stati, soprattutto tra gli argentini e gli stessi porteños. Puoi essere un forte turista del tango pur essendo nato e vissuto sotto il Puente Alsina: basta che ignori le trame, i sottintesi comuni e comunemente intesi nel nostro ambiente. Questo è il turista. Allo stesso modo, puoi essere un grande milonguero anche, si fa per dire, in Bulgaria. Checché ne dica Eusebio Montale.

E allora che cos’è cambiato?

Il tango si è industrializzato. Prima era un’attività quasi casalinga, adesso è un’azienda municipalizzata con tanto di assessori, funzionari, addetti stampa e ministri degli esteri. E’ un racket, naturalmente, una lobby. Il campionato, il così detto Mundial, è un pacco esplicito, in appalto al miglior offerente. I festival a capitale privato, una concessione demaniale. Le istituzioni stanno forse perdendo in impopolarità, ma questo tango governativo è davvero un carrozzone che sferraglia su un abisso di ridicolo.

Stavi meglio prima, con la tua lauta pensione da statale?

Io no, ma il tango sì. Il tango, come la poesia, ha tutto da guadagnare dall’ombra o dalla penombra. Tutto questo interesse, questi riflettori sempre accesi sulla produzione e lo smercio a costi assolutamente concorrenziali di materiali vili, da supermarket, facili, d’acquisto immediato, subito deperiti e prontamente ricambiati, non sono altro che gli effetti della caduta del tasso di profitto. Tutti questi eventi culturali sono caroselli del capitale, momenti di valorizzazione del sistema. A noi resteranno solo i residui, le forme svuotate di senso. E, per adesso, inflazione e qualche mancia.

Parli come uno dei Chicago boys...

Ma quali Chicago boys... L’unico Chicago boy che avevamo qui era Lopez-Murphy, quando ancora pensavano che il tango si contasse in spiccioli. Dopo la famosa inchiesta del Clarìn, hanno subodorato l’affare. ”Il tango deve diventare per Buenos Aires quello che il carnevale è per Rio”. Questo l’ha detto il Segretario alla Cultura, mica il bottegaio dell’esquina. Ed eccoci qua, come dice Locatelli, con questo carnevale di poveretti.

Ma torniamo a dodici anni fa.

Torniamo anche più indietro, al Club del Clan, alla Decade Infame, al Dernier Tangò, ai galeoni spagnoli. Il vantaggio dell’anziano è che conosce i precedenti. Queste crisi sono cicliche e dopo si riprende sempre un po’ più canaglie di prima. Almeno in superficie. In realtà, il fiume del tango si trova ogni volta nuovi letti, si inalvea altrove, più in profondità; ed è questo che importa, non i nostri greti di ciottoli.

Siamo d’accordo, il tango non è morto, i parenti possono stare tranquilli. Allora, secondo te, il successo planetario del tango sarebbe una crisi?

Sì, una crisi artistica. E qui sta il punto. Se il tango non è creazione, invenzione, conoscenza e superamento continuo delle forme, se non è il “soffrire più in alto” di cui parlavano i romantici, allora non è più niente. Scade in passatempo, in ballo di società, mentre con la società il tango non ha mai voluto avere niente a che fare. Nelle milonghe conta solo la danza. O almeno contava. In questi ultimi anni, ci siamo sottoposti a tali spietate migliorie per ben accogliere e non far sentire incompatibile la valanga turistica, che ormai non si può ballare meno di così. Sappiamo essere molto ospitali, quando vogliamo. Guarda quanti europeismi abbiamo adottato, lo stile milonguero®, l’electrotango, le esibizioni spettacolo, la tanda di chacarera...

In Argentina anche il nazionalismo viene da fuori, ma sull’esterofilia del tango torneremo fra poco. Certo è che il proselitismo, l’ansia da clientela, hanno abbassato fortemente il livello della danza.

Non c’è dubbio alcuno. Quando mai si è visto una milonguera, fosse pure a sensazione termica 180, appoggiare il tacco al pavimento? E gli adorni a cazzo morto? L’abbraccio da autobus affollato o da trasportatore di pannelli? Potrei continuare. Dove sono finiti i nostri magnifici bellimbusti perimetrali? Tutti inghiottiti dal centro magnetico della pista? Seicento orchestre, centomila tanghi, trenta generazioni di ballerini, intere stirpi di milongueros lanciate all’inseguimento della bellezza tra sangue sudore e lacrime, per poi ritrovarci oggi in milonghe deturpate da ergastolani coi ceppi ai piedi, boy-scout elettronici e relativi passettini di merda? A uno gli vien voglia di ritirare le lacrime.

Non ti scaldare, Moplo, che ti si sposta l’acconciatura...

Quello che più mi fa imbestialire è che si voglia trasformare il milonguero in una persona perbene, in un professionista. Con tutto quello che ci abbiamo messo per farci una reputazione! Ricordi la “Milonga de la ganzùa”? “Innocenti come animali e canaglie come cristiani”. Il milonguero è innocente, Vostro Onore, perché non svende la sua danza, che è la sua unica onestà. Quando si professionalizza, insieme ai demoni se ne vanno anche gli angeli. La sua danza diventa una cosa, un tic, una smorfia. Niente di peggio di questi milongueros apocrifi e fallimentari, vividi a parole e spenti in pista.

A proposito di tic, c’è una signora che nel 1996 è venuta in Europa a insegnare il clic interno...

Sì, lo so, la trovata commerciale del servocomando. Se non vuoi andare all’altro mondo senza sapere se hai il clic interno, impara il tango milonguero®, nel senso più caricaturale di entrambi i termini, beninteso. L’usurpazione del titolo la dice lunga: si sforza di fondare una credibilità che non sarebbe necessaria se ci fosse la danza. E invece c’è un abbraccio antigienico, dei passi corti e insignificanti, la donna mollusco. Così si ballava al Club Almagro, dal padrone di Solo Tango TV, il posto dove i milongueros NON andavano perché era per il careteo, per gli speranzosi di apparire in televisione. Ci andava Julio Iglesias a vendere le sue pentole.

Quanto manca ai dinamici legislatori del tango nuevo per dare al tango qualcosa di nuovo? O almeno di utile?

Manca molto. Il tango gli va ancora grande. Tecniche macchinose e risultati scadenti, almeno per adesso. Questi ragazzi li capisco: hanno cominciato a ballare troppo tardi, quando i maestri e i grandi ballerini si erano già trasferiti alla Quinta del Ñato. Quella vera, intendo dire. Del tango conoscono quello televisivo, lo show, il business. Gli manca pista, alla milonga si muovono come bilie cieche. I più sinceri tra loro vogliono aprire nuove strade e scalare nuove pareti, il che è positivo e perfettamente in linea con la tradizione. Ma fra un po’ guarderanno in sù e vedranno i chiodi che sono stati piantati cinquanta anni fa da ballerini migliori di loro. Come i presocratici, hanno tutto il nostro passato davanti.

A volte mi sorprendi, Moplo, con la tua lungimiranza a rovescio. Resta il fatto che le milonghe, sia qua che là, sono piene di ballerini dal forte impatto ambientale.

E’ la conseguenza della sprezzante e puerile dismissione dell’iniziazione. Il momento di massima vicinanza al tango si ha quando ci tocca per la prima volta, quando per la prima volta intravediamo, sentiamo, che c’è dentro qualcosa di vero, di luminoso e indimenticabile. Segue un lungo apprendistato, che apparentemente ci allontana da quell’emozione, ma che poi si rivela essere l’unica strada per tornare là. Una strada che è lunga per amor del viandante. Un vero tanguero ha la tremarella ogni volta che scende in pista proprio perché la sua conoscenza protegge e salvaguarda quel lontano batticuore. Dunque, l’emozione è dapprima motore e poi risultato della conoscenza conquistata. L’impatto ambientale, come dici tu, deriva dalla rinuncia.

C’è invece chi invoca le regole dell’educazione, un ordinamento giuridico, le rotaie del buon senso, i guardrail, i brigadieri...

Marx diceva che il buon senso è il peggiore dei metafisici. Dovremmo attenerci alle idee e ai valori piccolo-borghesi che hanno fatto così bello il mondo fuori di qui? Dovremmo ballare come dei travet? Cos’è il tango, uno svago da pensionati? E la milonga, è forse una bocciofila? I colpi, gli urti, i tacchi dolosi ci sono sempre stati, con il comprensibile corollario di parole grosse e spintoni meno involontari. Ma in cinquantacinque anni di milonga non ho mai visto scorrere una sola goccia di sangue, se non forse per qualche epistassi spontanea. Il miracolo di San Gennaro...

Parlaci del tuo lavoro come critico di danza.

Vorrei dedicarmici di più, ma, come sai, l’autogestione lascia poco tempo per sé stessi. Con il tango succede come con la letteratura o la musica. Quando sei ragazzo, un libro o un disco qualsiasi ti fanno entrare in un mondo meraviglioso di cui ignoravi l’esistenza. Improvvisamente scopri un Cathai fiabesco, dove ogni cosa ti conduce a un altra ancora più bella. Poi, dopo qualche tempo, cominci a fare delle distinzioni, a capire le proporzioni, a emettere dei giudizi. Ecco come nasce il critico. Non è tanto un mediatore tra opera e pubblico, quanto tra opera e ciò che opera non è. Questo vorrei fare io con il tango: lasciare una scritta sul muro della locanda abbandonata...

Nella speranza che un giorno un colto viaggiatore si degni di togliere la polvere con la sua manica di seta e riceva il messaggio. Conosco anch’io questa cineseria di Bertolt Brecht. Ma perché proprio con il tango? Non ti basta ballarlo?

A ballare non sono mai stato un fenomeno, però sento sempre quella certa tremarella. Non so proprio cosa ci trovi il tango nel mio cuore. E’ un grande poeta, il tango, l’unico che come diceva ancora Brecht, “si siede per terra e canta le gesta degli umiliati con lo stesso linguaggio fino a prima destinato alle glorie dei re”.

Va mo’ là: ultimo e penultimo classificato al poetry slam della Giralda.

Intevista raccolta e tradotta da Jean Fajean
Buenos Aires 2007

 

 

 

 

©opyleft thetqr.org