TQR 14: september 29, 2007


 

Necessity makes granny trot

by Jean Fajean

In the past century Tangoland and, in some measure, in the first years of this one, the tango milieu has been setting a great store by the " venerable old man", insomuch that the "milonguero viejo" has suddenly become a steady professional figure. I don't refer to love and admiration we spontaneously give somebody who has been wrong for longer than us; i refer to the credit we granted to the mistakes, the odds and ends, the junk that these long-lived people tried to sell us as "the tradition". Luckily for them, nothing is incredible in matter of tango. Having i some title to do that - i too spend more money for the candles than for my birthday cake and, as somebody said about the Doris Day's return to the stage, i've been knowing a lot of these wonders since they were not virgin yet - i write down a few remarks about this never-ending mob.

 


La produzione di entertainment non fa altro che riempire i vuoti che essa stessa ha creato. Prima l’invenzione della gioventù, poi quella dell’infanzia e ora quella della vecchiaia: nessuna fascia di censimento può più ritenersi al sicuro dal consumo pianificato. A ciascuno il suo, diceva un tale, ma nella vita intrattenuta degli uomini non c’è tanto rigore. Oggi sono piuttosto gli sconfinamenti, i salti di rotaia, le inadempienze allo scadenzario, a estendere la filiera del simbolico e a riportare il sorriso sulle facce viniliche di giornalisti e capitani d’industria. I primi sognano elzeviri colorati, i secondi nuovi affaroni. E’ evidente: i mini-ballerini fanno tenerezza, i vecchietti rocker compassione, o viceversa, e i sentimenti rendono. In Gran Bretagna, gli ottuagenari Zimmers spopolano su YouTube con la cover di “My generation” degli Who. Alf Carretta, il loro coevo front-man, canta “la gente ci guarda male perché siamo ancora in giro / io spero di morire prima di diventare vecchio”, ma è soltanto una spacconata. Con delicatezza d’altri tempi, la stampa britannica augura invece a questi mod tardivi di riuscire a passare l’estate della nuova Londra tropicale, colpita quest’anno dalla vendetta termica del Commonwealth. Intanto, a Milano, Radio Popolare tenta una versione vernacola del complesso di vegliardi, un Alan Parkinson Project, reclutando coetanee di Wanda Osiris disposte a cantare Vasco Rossi; o anche, con pochi ritocchi, viceversa. Ci prospettano una Woodstock di bisnonni: non dovessero reperire gli originali, ripiegheranno su fricchettoni contemporanei leggermente anticati.
Non diversamente dai superstiti professionali del Buena Vista Social Club, anche noi del tango siamo abituati agli exploit anagrafici; di Zimmers ne contiamo a dozzine. Nella danza, basti un nome: Carmencita Calderòn, la compagna dell’insostituibile Cachafaz e, sotterrato quello, del Tarila Giambuzzi. Chissà se qualcuno si ricorda ancora di questo compadrito salernitano che si faceva fotografare con funyi, lengue e losche pantofole... ma di Carmencita sicuramente sì. Ritrovata da Oscar Hector a novanta anni suonati - o, per meglio dire, ballati - ha festeggiato fino al centesimo ogni suo imprevisto compleanno al Glorias Argentinas. E i suoi passi merlettati, i suoi ricami, l’intatto alfabeto Morse dei suoi piedini, hanno sempre lasciato tutti senza fiato, a cominciare dai suoi partner, dei giovinastri appena settantenni che dovevano darsi il cambio. Il calendario del tango era comunque già fermo da un pezzo. Quando nel 1983, alla caduta del regime militare, avevano ufficialmente riaperto le milonghe, a ballare si erano ritrovati sempre gli stessi, con ancora indosso i poveri vestiti, le scarpe, i cuori romantici di venti anni prima. Di osmosi generazionale, neanche a parlarne: nel lungo processo di trasformazione della milonga in nursery senile, la dittatura non è stata altro che l’ultimo e più sanguinoso metabolita.

Oh, milongueros di Villa Urquiza, Almagro, Puente Alsina! Cosa avranno provato le vostre anime sensibili, sempre così pronte a “sentire”, sempre così pronte a spiegarci le ragioni cardiache del tango, nell’abbracciarsi di nuovo dopo tanto orrore? Come avrete fatto a credere ancora nelle vecchie moine, a danzare tra gli assenti e gli spettri della più ammazzata delle generazioni? A non “sentire” le rivoltelle alla cintura, i segni dell’elmetto sulle capigliature andine, gli sguardi della sbirraglia, il fiato untuoso degli aguzzini e dei delatori ancora tra voi? Era dunque questo il dolore all’occhiello, la decorazione guadagnata sul campo, che di nuovo vi ha autorizzato al tango? Una ruga in più sul cuore che per definizione sempre arruga, stretti tra le quattro pareti specchianti della milonga, con il mondo accuratamente chiuso fuori dalla porta? Siete invecchiati sì, e all’inferno; condannati a sentire, dopo quello delle ferite, il dolore della cicatrici.

Per quanto curioso possa sembrare, la progressiva segregazione, il discredito sociale, la violenta ostilità dei militari, avevano rafforzato il prestigio underground dei milongueros, tanto che nel 1983 lo spettacolo “Tango Argentino” di Orezzoli e Segovia giudicò conveniente portarne qualcuno in tournée per il mondo. Otto anni dopo, con delicatezza d’altri tempi, la stampa britannica avrebbe applaudito compatta quei pensionati argentini che si disponevano a saltare la cavallina un’ultima volta prima dell’inumazione. Bon ton a fiumi, in Gran Bretagna, colpita in quel 1991 dalla vendetta teatrale delle Malvinas. Ciò nonostante, vedere ballare Virulazo ed Elvira, Maria Nieves e in misura minore Copes - che per voler essere di più era invece qualcosa di meno di un milonguero - era come vedere un barrio porteño in trasferta all’estero. Un’autenticità calcolata e in formato esportazione, che pur invogliò l’estero a traversare l’oceano, alla ricerca del tango perduto. Nei barrios stanziali di Buenos Aires, intanto, la totalità meno quasi quattro dei ballerini rimasti era ancora lontana dall’immaginare che quella del vecchio milonguero sarebbe presto diventata una figura professionale e il tango un lavoro. Visti da fuori, i gessosi milongueros sembravano personaggi di un unico ballo mascherato, ma, da dietro il carapace della maschera, era piuttosto il resto del mondo a sembrare grottesco. E per dieci anni ancora, almeno fino ai primi anni ‘90, nelle milonghe si sarebbe respirato un’aria di resistenza, di orgogliosa inconciliabilità con il mercato. La prassi dominante aveva risparmiato i milongueros perché inoffensivi, cioè storicamente condannati, e soprattutto perché pieni di bolletta. Facile immaginare, dunque, da quali interstizi e da sotto quali porte le imparabili forze del buon senso siano infine riuscite ad infiltrarsi.
Morti i pochi grandi maestri, si fecero subito avanti i non abbondanti ballerini che nelle milonghe erano riusciti a farsi un nomignolo. La prima a commercializzarli fu una certa Marisa Galindo ne “La Milonga”, uno spettacolo che si proponeva di rappresentare in scala 1 a 1 la normalità di una qualsiasi notte di tango a Buenos Aires. Perché non ci fossero dubbi, Galindo usò la precauzione di metterla in scena nelle milonghe: un’idea degna della penna di Bustos Domecq. L’attillata decalcomania finì però nella diserzione generale, dato che nessun milonguero era disposto a starsene seduto senza essere pagato. Anche le compagnie professioniste, nel delirio bozzettistico che ormai stava montando, ricorsero alla vecchia guardia, quella fuggita da tutte le battaglie. Nel 1996, in “Una Noche de Tango”, Zotto e Plebs fecero debuttare in palcoscenico El Pibe Palermo, un galvanico giovanotto classe 1908, che saltellò di qui e di là nello show come gocce di olio fritto, e anche una seconda coppia meno anziana, di cui però non ricordo altro che la danza tranquilla, da pantofole casalinghe. Degli allievi del Tarila, probabilmente. Sempre nel 1996, nel “Forever Tango” di Broadway, il produttore Luis Bravo cucì a misura di Carlos Gavito la macchietta del vecchio milonguero bavoso che considera la sua saliva molto ambita dalle partner. Sebbene studiata per l’infantile pubblico americano, la viscosità di quel tango fece subito presa anche a Buenos Aires, riaccendendo le speranze di molti veterani. Dal pulpito mondano del settimanale Viva, le imitazioni non furono però ratificate dal prototipo: un vero milonguero - Gavito dixit - non balla mai con la sobra, gli scarti, pena la perdita del ballo. Il suo caso era diverso: per lui gli scarti erano lavoro.
Dunque, nel tango non c’era più posto per i lavativi. Quegli alti principi, se applicati, avrebbero riconvertito le milonghe in stirerie, o condotto pericolosamente alla piena occupazione. Ma i milongueros più fattivi non avevano certo bisogno di un alibi da giuslavorista per disporsi come limatura di ferro alla calamita dell’economia-politica. Prova ne erano gli assembramenti che già da un paio d’anni si venivano a formare sulle piste, in corrispondenza del tavolino di un qualsiasi organizzatore di festival in Europa o Giappone. Erano quelli dei timidi, e tutto sommato comprensibili, tentativi di partecipare agli utili dei mercati overseas. Niente a che vedere con la minuziosa mercificazione che di lì a poco sarebbe seguita proprio nella capitale morale del tango. Se il milonguero touch si era rivelato pressoché inutile in teatro, non così fu nel riformulare i vecchi incubi. Nessun detrito alluvionale venne tralasciato dalla riabilitazione a tappe forzate cui un terzo scaglione di vecchi milongueros prestò volto e acciacchi tra il 1996 e i primi 2000. In soli cinque anni, le mezze età raddoppiarono e vertiginosi scatti d’anzianità si aggiunsero a curriculum per buona parte inventati. Queste manovre, già meno innocenti, in realtà miravano a una rapida patente di milonguero e, tramite questa, a un vitalizio, a una pensioncina, a una qualche forma di risarcimento. Dalle tombole, i tè danzanti, le feste di compleanno, le serate coniugali, dove molte esistenze si stavano indebitamente prolungando nella disattenzione generale, risposero le classi che nessuno si era mai sognato di richiamare. Le truppe spelacchiate di una micro-borghesia sempre più impoverita - e per questo sempre più disponibile a farsi suturare, in contanti, le escoriazioni - trasformarono l’oltranza milonguera in ritirata su tutta la linea. Dignità e postura non sono indeformabili. L’antico sogno di corpo glorioso che un tempo giustificò il tango, masticava ora i resti miseri e duri di un ballo interamente secolarizzato, apoteosi della sobra, show di una comunità che ostentava i carati della sua penuria. La logica concorrenziale della nuova imprenditoria non solo riammise alla milonga il canyengue, il petitero, il traspié, il ciuf-ciuf e ogni sopita voce dell’Enciclopedia delle Nocività, ma ristabilì il principio d’equivalenza tra gli stili-merce e ricaricò tutto il loro vuoto sulle spalle del sentimento. Un tale appiattimento non sarebbe stato possibile senza l’avallo acritico e interessato di quei bruschi milongueros. Il sonnellino della ragione aveva infine generato i suoi mostriciattoli.
E’ da un siffatto brodino teratologico che sono scaturiti i presupposti del brevetto europeo del Tango Milonguero®, emblema tuttora insuperato della carestia coreografica di fine millennio. Di milonguero, naturalmente, quel tango non aveva quasi niente, e meno ancora la sua ideatrice Susana Miller, impellicciata planchadora di tutte le piste con aria condizionata. A questa aspirante monopolista del milonguero faltaba infatti così tanta milonga che dovette servirsi di quella degli altri. Di qui il ruolo mimetico, il rimbalzante gioco di specchi dei non pochi milongueros che a Buenos Aires accondiscesero a quell’abbraccio da stivatori, con la sincerità necessaria a dar ragione al cliente pagante. Attraverso la rete commerciale in franchising, Miller fu presto in grado di recare grandi notizie ai suoi concessionari transplatini: la maniacale insipienza del suo tango aveva una copertura cisplatina. Gli impappinati milongueros nostrani, come del resto gli sparagnini del metodo myself, ne ebbero il morale sollevato. Appena un argenteo filo di bava si dipana ancora oggi sotto quei loro passi striminziti.
L’ultimo, per ora, tentativo di rilancio teatrale del milonguero anziano è stato perpetrato tre o quattro anni fa dagli espansivi amministratori della nuova Buenos Aires tanguera. E per giunta con i ghelli pubblici: che non li si venisse poi ad accusare di aggiotaggio... Quattro emeriti patriarchi, Pupy Castello, Jorge Manganelli, El Nene e il Flaco Daniel, sono stati indotti a ballare in formazione promiscua con altrettante giovani ballerine. “Danza Maligna” - questo il titolo della serie di improvvisazioni firmata da Silvana Grill - è stata in seguito esportata in Francia, più per il fumo che per l’arrosto che il nome dell’autrice lasciava presagire. Ma, in quei grandi teatri, la spaesata magia dei vecchi milongueros non è apparsa meno invisibile dei risultati artistici. Abituati a una ronda di frequenti ostacoli, i quattro si aggiravano per il palcoscenico rattrappiti come bigodini, sopportando le smorfie delle ragazze e augurandosi che tutto quello sbattimento finisse presto. In generale, agli spiritosi critici francesi la coreografia pianeggiante di “Danza Maligna” non è piaciuta molto: una bagarre di sbadigli, l’ha chiamata uno; teatro Colon di Buenos Aires, un altro. Colon, con accento sulla prima o. La delicatezza d’altri tempi non è più una virtù esclusiva della stampa britannica.

Oh, arcangeli notturni della milonga! Cos’è allora che ci “tocca e scompagna” quando vi vediamo ballare? Cos’è che ci punge e ci brucia, come una rima che non riusciamo a raccogliere, nella danza, ad esempio, della Rusa e del Chino Perico? Quando anche un frammento della vostra unica pieza, che da sola valeva - ora possiamo dirvelo - tutta una notte di Sunderland, e che oggi ritroviamo qui, nella fricassea televisiva di YouTube, a pochi tag di distanza dalle esibizioni di tanti disgraziati, basta a commuoverci? Neanche due minuti sulla quadrettata baldosa del Sin Rumbo, quasi di mattina, a sedie già ribaltate sui tavoli, le pulizie in corso. E voi stretti in un abbraccio senza platea, mentre “Ya sale el tren”, emulsionati in una qualche vostro lontano trasporto. E’ vero, deve essere questo, il treno sempre se ne sta andando, e con lui la giovinezza: quando tutti i sogni, gli amori, i vini, i tanghi... quando tutti i diamanti futuri che sicuramente saremmo riusciti a spremere da questa terra buia, erano ancora più numerosi delle stelle.

Jean Fajean

 

 

 

 

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