TQR 13: april 7, 2007

 

The bank of Maghreb

by Franco Fortini

May the world go against an oak! How many times do we say in our heart this old tuscany proverb, which is worth Cecco Angiolieri? And yet we always find an antidote, or perhaps an alibi, for the anger and the impotence we get every time we forget to be forgetful. Ready to all means with no ends, the Capital daily adds new voices to the Encyclopedia of Nuisances: it won't give up the earth before having destroyed it completely. In that case, so long the oak. Let's read what Franco Fortini wrote in 1991, right after the Gulf War.

 

 


Conosco una insegnante di inglese, di origine tedesca, cinquantenne, di nome Lucinde. Ha una famiglia e un marito che l’aiuta a tenere a bada i figlioli più piccoli. Dedica tre o quattro ore al giorno ad aiutare alcuni immigrati del quartiere, se sono in difficoltà. Gli mette i panni in lavatrice. Con tre o quattro amiche glieli stira e glieli riporta. Gli immigrati hanno passato l’inverno sotto certe specie di tende. Senz’acqua e senza cessi, fra mucchi di rifiuti. Cacciano le pantegane. E’ difficile accoltellarle. Muoiono solo se inghiottono sacchetti di plastica o siringhe. All’incrocio fra piazza Pantaleoni e via Stephenson, tre marocchini lavano i vetri. Di tanto in tanto arrivano i questurini, sequestrano gli strumenti per lavare, il secchio. Giorni fa a uno gli hanno preso duecentomila lire. A un altro settecentomila lire di sigarette. La mia insegnante di inglese sta appostata all’incrocio dietro l’edicola di un benzinaio e, quando gli agenti arrivano, i marocchini corrono a portarle i soldi che hanno in tasca. Lei li mette in una delle borse di plastica del supermarket e se li porta a casa, come fosse la banca del Maghreb. E’ una borsa pesante, tutta di monetine.
L’altra sera doveva andare a teatro e si è portata dietro la sacchetta con i soldi dei suoi protetti, perché nel quartiere si aggirano molti ladri, entrano e escono agilmente dalle case, scusandosi se incontrano qualcuno. A teatro davano Strindberg. Che allegria. La insegnante di inglese ama il teatro, io poco. Non capisco come faccia Raboni a andare a teatro tutte le sere. E’ peggio che andare in ufficio tutte le mattine. Almeno in ufficio puoi conversare.
La madre della tedesca è morta per aver mangiato tutto in una volta troppo pane sovietico, di segale, ma forse non era neanche di segale. I soldati sovietici lo buttavano dalle torrette dei carri armati, nel 1945. Quel troppo pane arrivò tutto insieme, dopo che quasi era morta di fame sulle strade della Pomerania. La piccola arrivò sull’Oder ma la rimandarono indietro. Crebbe con i pionieri comunisti. Una volta ha perfino visto Ulbricht. Da grande passò a Ovest ma non si vergogna di essere una Genossin. Non è credente. Non è comunista. Neanche socialdemocratica. Quelli che guidano le auto, quando al rosso vedono il marocchino che si precipita a sollevare i tergicristalli e lei che chiacchiera con due altri in attesa sul marciapiede, le gridano “troia”. E lei: “Come ha detto?”. Non ha idee generali sul mondo, legge poco. Non per questo, ma è molta simpatica.
Abito vicino all’Arena di Milano, quella costruita secondo i piani di Bonaparte. Da qualche anno è in restauro. Non ce l’ho con i restauri ma con quelle che sembrano, e probabilmente sono, ruberie. In una città che conosco da dieci anni ci sono i ponteggi (pagati, credo, al chilo, pro die) per un restauro immobile. Sotto l’Arco della Pace, il delicato soprammobile stile impero, dormono maghrebini che non godono della protezione di Lucinde. I restauratori hanno eretto una torre alta come l’arco che con una specie di ponte immette in cima all’arco dov’è la quadriga di bronzo di Abbondio Sangiorgio. Così a pagamento (spero) milanesi e turisti che non si accontentano di vedere Milano, come fece Kafka, dalla vetta del Duomo, la vedranno di lassù. Però è alto solo venticinque metri, meno della colonna Traiana.
Ci sarà poco da vedere. Sarà un cattivo affare. Non dico fra i maghrebini ma fra gli abitanti di queste contrade chi è che sa che il terzo dei bassorilievi dell’Arco della Pace (lato Parco) rappresenta la capitolazione di Dresda, col comandante francese Gouvion de Saint-Cyr che si arrende agli austriaci e ai russi, l’11 di novembre del 1813 a Klenau? E’ incredibile.
Ma perché vi racconto della arena, delle ruberie degli appalti, dei marocchini tormentati dal Comune o soccorsi dai volontari? La insegnante di inglese è aiutata da un prete e da un giovanotto dell’ex Partito Comunista. Ma il punto non è questo. Il punto è che il mio parrucchiere (di Mazara del Vallo) mi ha detto che lui la figlia alle manifestazioni pacifiste non ce la lascia andare e quando quelli fanno sciopero lui va alla scuola e costringe la figlia a restare nell’aula, seduta al suo banco. Quelli che scioperano sono per Saddam e gli ebrei di Israele dovrebbero prendere tutti i palestinesi e cacciarli fuori, in Giordania, in Siria, dove capita. Così la faccenda sarebbe finita. Intanto, i ciuffi bianchi stopposi dei miei capelli cascano sul “Corriere della Sera”. “Vede”, dico, “non è così semplice”. Gli spiego perché. “Bisognerebbe ammazzarli tutti”, dice, “però non si può se non siamo tutti d’accordo”. “Verissimo”, abbrevio. Il prezzo del taglio dei capelli, dall’ultima volta, è cresciuto di duemila lire, non lascerò la mancia.
Esco sotto i grandi manifesti pubblicitari.
Parlando seriamente: chi ha detto che c’è stata una guerra nel Golfo? L’anno scorso il parrucchiere mi raccontò che certi falsari fregavano i maghrebini venditori abusivi pagandoli con fogli da cinquantamila falsi che fregati a loro volta su un foglio bianco stingevano tracce come di rossetto. Poi si seppe che da nuovi lo facevano anche quelli buoni. Comunque i maghrebini non hanno perso la guerra e non hanno parenti a Baghdad. In questa città invece si sono fatti rari gli americani. Sono anni che non ne vedo uno vero. Quando l’anno scorso, per via della legge Martelli, gli immigrati si mettevano in fila fin dalle quattro del mattino per i permessi di soggiorno, le camionette della questura si mettevano di traverso sulla via vicina dov’è il consolato degli Stati Uniti.
Iersera ho visto in Tv i funerali di un agente ammazzato da rapinatori. Ho telefonato a Tito P. per dirgli che si vedeva la madre dell’ammazzato camminare dietro la bara sorretta da compagni del morto, tutti in uniforme. Cantava, stonata e convulsa, Fratelli d’Italia. Posso capirla, avrà fatto le elementari sotto la prima repubblica. Stringeva con tutte e due le mani un lembo della bandiera, quello verde, come fosse la coda di un mulo. Era una donna napoletana; del popolo, come si dice, anche se non si sa più cosa vuol dire e certa gente che conosco trova che impietosirsi è da sciocchi. Cantava quasi urlando, finché la bara è entrata in chiesa. “Siam pronti alla morte” e ripetuto due volte “Italia chiamò”. “Capisci”, gli ho detto, “siamo due professori della media inferiore”. “Smettila”, mi ha risposto, “Queste cose vanno pensate meglio e soprattutto non scritte mai”.
Non capisco più nulla. Posso fare un ragionamento abbastanza lucido ma sul niente. L’ospite sta seduto sul divano, io nella mia poltrona col suo insanabile sdrucio nella pelle. Gli spiego perché non capisco più nulla e perché quel che è successo dall’agosto scorso ha cambiato i connotati di quel che era successo nei due anni prima. Gorbaciov, il crollo dell’est, tutto questo rientrava nel telescopio dei trent’anni precedenti. La guerra del Golfo no. Allora nulla era stato vero, oggi gli americani possono ammazzarci e poi vengono le macchine per il movimento terra e poi tutto è a posto, se ne parlerà fra cinquant’anni.
“Voglio morire”, dico pianamente all’ospite non dimenticando, da pedante come sono, di aggiungere le due parole greche del Satyricon. Piacevano a Sereni. Non andrò a Luino, mi hanno invitato a una adunanza di poeti sulle sue ossa. Se ci penso mi fanno male le mie. Che cosa starà facendo Mengaldo, nella sua casa di Padova? Ascolterà musica. Dico Mengaldo perché era molto affezionato a Sereni. A volte, quando telefono, rispondono le figlie degli amici e dal timbro delle voci capisco come gli anni passano presto e quanto si stiano separando dai genitori e dai coetanei dei genitori.
Per questo paese non c’è salvezza. Per trent’anni questa frase mi sono rifiutato di pensarla. Oggi la penso e la credo. Ma che cosa ci sono stato a fare, fra le parole di questa lingua e tutto l’orribile schifo dell’arte, della poesia, delle belle colline e del mare, dei giovani generosi e morti e dei giovani disperati e spiritosi? Com’è che sopporto ancora la sintassi, le etimologie, la metrica, l’Europa? Me ne sto disteso e leggo il “Guardian”. Cerco di misurare il declino delle mie facoltà mentali dalla mia inettitudine a decifrare una pagina di Tacito.
C’è anche di peggio, i grandi alberi del giardino sono tutti fioriti e non intendo bene che cosa vogliono segnalarmi. Mi vengono in mente certi versi di trentasei anni fa, il ricordo è tuto buchi, cerco il libro. “...Pretendo / che il registro non si chiuda / che si cerchi ragione che si vinca / anche per me che ora voce mozza vo, / che volo via confuso / in un polverio già sparito / di guerre sovrapposte, di giornali / baci, ira, stride...”.
Quanto si può essere vanitosi e cretini! Rammento il compiacimento per aver scritto “mozza vo, / che vo...”. Ero proprio bravo. Con che gioia, con che forza sprezzante di nervi vedevo, allora, il “polverio” delle “guerre sovrapposte” che ci venivano incontro!
Il visitatore mi fa cenno che un merlo, molto grosso e ben nutrito, si è posato sul glicine. Usciamo sul terrazzo e il merlo se ne va. “Vorrei che quelle nuvole di petrolio bruciato in Kuwait arrivassero fin qui, oscurassero il sole, che la gente fosse coperta da una nevicata nera, untuosa, indelebile, l’arresto delle attività economiche, il blackout negli ospedali, l’agonia televisiva, tutti come cormorani, le dimissioni della giunta, il ministro linciato, la divisione corazzata dei carabinieri, la fine del mondo...”. A questo punto m’avvedo che l’interlocutrice è l’anziana energica Lucinde, sopravvissuta a tutto, che insegna inglese e mi guarda allegra, la banca dei maghrebini.

Franco Fortini, 28 aprile 1991
Disobbedienze II, Manifesto Libri

 

 

 

 

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